Progetto Milan. Storia di una parola.

Allegri e Berlusconi. Il progetto.

Wikipedia, che per molti non è nulla, e per molti è una promessa di conoscenza, dice il Progetto consiste in

Nelle scienze applicate con il termine progetto si identifica il complesso di attività correlate tra loro, sotto il nome di progettazione e per mano di un progettista, finalizzate a creare percorsi e/o prodotti o a realizzare servizi rispondenti a obiettivi specifici determinati. In un progetto su commissione con valore legale, i criteri di esecuzione, controllo e completamento in termini di tempi, costi e qualità, sono definiti in un contratto. Il termine deriva dal latino proiectum, participio passato del verbo proicere, letteralmente traducibile con gettare avanti; il che spiega anche l’assonanza etimologica dei verbi italiani proiettare e progettare.

E’ strano che si debba cercare in una banca dati una parola, all’apparenza, tanto elementare. E’ quello accade quando le cose vengono utilizzate molto e da tante persone, e per via dell’abuso subito divengono lise, consumate. Mi viene in mente l’acciuga (parola azzeccata nel caso specifico) che si trovava penzoloni, sospesa sopra ai tavoli delle cucine del Piemonte nel primo dopoguerra: nel corso dei giorni veniva consumata dalle pagnotte che le venivano strofinate sopra.

Quando qualcosa viene divorato dall’uso che se ne fa possono verificarsi due eventi: quella data cosa scompare; quella data cosa crea assuefazione e dopo averla creata diviene uno stereotipo, un rottame muto. Succede molto spesso nel mondo di oggi, nel quale i giornali, gli utenti on-line, le televisioni e il poco valoroso mondo del calcio si rimpallino concetti non eccessivamente profondi, che una parola venga presa a statuaria memoria collettiva e subisca un velocissimo iter di ripetizioni multiple e inarrestabili. Così è per la fatidica sequenza lessicale di otto lettere (di cui una doppia) che iscritta è così raffigurata: progetto. In particolare va di moda nei pressi di Milanello, dove tra una litigata e una conferenza di scuse, un poco convinto monito di sciagura e una riconferma, tutti inneggiano a “questo” progetto. I tifosi fuori da San Siro, imborghesiti nelle loro polo bianche e jeans, o famelici con i loro cappellini su tatoos della Fossa dei Leoni (ma non si è sciolta?), lo invocano a gran voce e tutti i supporter, l’illustre Abatantuono dalle righe della torinese La Stampa, come il poco riconoscibile Gino del bar di Piazza degli Affari, continuano nel mantra «la Società doveva avvertirci se eravamo così scarsi.». Per non parlare delle trasmissioni televisive o radiofoniche nelle quali tutti alla parola Ac Milan s’inseguono nel dire, senza il timore di divenire plagi di poco onorevoli colleghi, che non vi è traccia del tanto agognato progetto. Ebbene, c’è da guardarsi attorno e dentro e ricercare questa cosa che, come acciuga e spicchio d’aglio piemontese, sembra essere scomparsa dalla mangiatoia di via Turati.

Gli Azionisti di A.C. Milan S.p.A., Milan Entertainment S.r.l. e Milan Real Estate S.p.A. hanno presentato e approvato nel corso dell’assemblea primaverile il bilancio dell’anno 2011, nel quale si sono evidenziate perdite di esercizio per un totale di 67,3 milioni di Euro – generosamente ripianati da Fininvest. E’ stato subito chiaro che quella non era una perdita come le altre: il tracollo politico di Silvio Berlusconi, la presa di potere dei figli, il (gerarchicamente) complesso divorzio dalla Signora Veronica Lario, il momento economico deprimente di Mediaset e delle sue prospettive aziendali, non sono variabili che si possono digerire né edulcorare con la solita parafrasi della Squadra più titolata al mondo. Ed infatti ecco arrivare giugno, con la sconfitta in campionato e le sue cessioni illustri: via Thiago Silva e Ibra. Movimento peristaltico d’uscita inappuntabile: vale ancora, spero, nel calcio la regola aurea di Moggi (a patto che la Giustizia non abbia cancellato anche quella): a certe cifre si vende sempre – chiedere a Vieri e Zidane per informazioni. E non è tutto: la melanconica ultima partita, quella che di norma serve per festeggiare o per annoiarsi, a San Siro viene ricordata come quella degli addii: sono sei (Nesta, Inzaghi, Gattuso, Van Bommel, Zambrotta e Seedorf). Ed eccoci a Settembre, all’inizio di una stagione che tutti i giornali e gli opinionisti alla quarta di campionato (con una partita di girone di Champions League in aggiunta) si sono affrettati nel definire «fallimentare», «amara», «senza futuro», «inutile», «inconcludente», «preoccupante». Una vittoria, un pareggio, tre sconfitte, è un ruolino che non fa invidia ai migliori Maifredi, Zaccheroni-bis, Lucescu, Lippinterista, Terim, Völler.

E poi, il progetto dov’è?

Per dare una risposta facciamo pochi passi indietro: 5 giugno 2009, l’allora AD di Juventus Jean-Claude Blanc dice ai giornalisti riuniti in sala stampa «E’ una decisione in linea con il progetto che è quello di un legame molto forte tra settore giovanile e prima squadra.». Duecentotrentasette giorni dopo sarà Alberto Zaccheroni a guidare il progetto Juventus, e lo farà per 4 mesi, fino al 16 maggio. Non è necessario dilungarsi negli esempi. Chi ne avrà voglia, però, potrà esasperare le proprie percezioni in materia dando un ulteriore nome a questa parola, una sorta di nome del nome, un super-nome, con Mazzarri che annuncia «Il progetto ha un nome: si chiama Scudetto». Oppure potrà ricoprire tutti i monumenti di Roma con la carta dei giornali che questa parola l’hanno resa regina dei sostantivi, fregiandola di una maiuscola «il Progetto di Luis Enrique». Si potrà anche trovare discordanza sui significati e sulle conseguenze: a Firenze il principino Alberto Aquilani e il giornalista Franco Ligas si esprimono in aperta contraddizione: il primo sull’Arno è andato «perché credo nel progetto Fiorentina», il secondo della Viola diffida in quanto «nella Fiorentina c’è un progetto che non si riesce a capire quale sia il capo e quale la coda».

Nella linguistica sportiva italiana il termine progetto non è solo abusato, quanto piuttosto è divenuto una sorta di intercalare che in quanto tale ha perduto ogni riferimento tangibile e ogni scorza di credibilità e di significazione. Novalis, poeta romantico tedesco, scrisse La parola è delfa, per cercare di esprimere l’importanza culturale che questo dispositivo per molti versi magico ha avuto nel corso della nostra storia. Nessuno può avere la pretesa che un calciatore si diletti di letteratura sette-ottocentesca mitteleuropea, ma credo che per un giornalista sia importante – per non dire di più – cercare di dare peso al pensiero, calibrando quello che senza troppa responsabilità culturale decide di dire. Il Milan per i giornali italiani (oltre che per tutti i tifosi, le veline, i radiocronisti, i bau bau della penisola) non ha un progetto. E questa è la sola colpa di un proprietario il cui unico ulteriore errore è stata la mancata chiarezza; «non è il cambio di rotta, ci poteva anche stare e dopo 25 anni bellissimi noi tifosi non avremmo avuto niente da rimproverare al Milan. Ma avrebbero solo potuto essere più chiari» (Diego Abatantuono dalle pagine de La Stampa). Quindi progetto e mancata verità. Sulla seconda lascio rispondere a Galliani, anche se mi chiedo quale sia il senso di questa obiezione; un po’, con le dovute proporzioni, come se Marchionne dopo l’incontro con il Capo del Governo avesse detto «Sì, è vero. Le nostre macchine fanno schifo. Vi avviso.». Non è forse chiaro a tutti – eppure c’è chi lo ha scritto – che il Milan, questo Milan, non abbia le armi tecniche per competere su due fronti così aspri come campionato Juventus-oriented e Champions League dei miliardari? Davvero c’è chi necessita di una nota scritta da Arcore?

Sul primo, invece, mi limito a recitare la rosa della squadra a righe longitudinali rosse e nere: Christian Abbiati, Marco Amelia, Gabriel. Ignazio Abate, Francesco Acerbi, Luca Antonini, Daniele Bonera, Mattia De Sciglio, Djamel Mesbah, Philippe Mexes, Dídac Vilá, Mario Yepes, Cristian Zapata. Massimo Ambrosini, Kevin-Prince Boateng, Adrià Carmona Pérez, Kevin Constant, Nigel De Jong, Urby Emanuelson, Mathieu Flamini, Riccardo Montolivo, Sulley Ali Muntari, Antonio Nocerino, Rodney Strasser, Bakaye Traoré, Mattia Valoti. Stephan El Shaarawy, Bojan Krkić, Mbaye Niang, Pato, Giampaolo Pazzini, Robinho.

Non voglio esprimere giudizi tecnici che non hanno senso di esistere qui, né tantomeno di essere a tal punto delineati alla quarta di un campionato che di giornate ne conta fino a prova contraria trentotto. E’ però innegabile che contemporaneamente alla necessità di un rientro di capitali immediato – simile a quello che molte banche stanno imponendo alle aziende italiane – la dirigenza non abbia optato per la distruzione volontaria, cieca e arrogante delle restanti mura della cittadella Milan. Si può discutere sul vantaggio di offrire un contratto comunque milionario ad atleti di trentasei, trentasette o più anni per accaparrarsi più che le loro doti tecniche, il loro delta umano; come si può indulgere eternamente sul crinale intellettuale che divide Krkic dall’essere un prospetto o una bufala catalana, chiedersi eternamente se Pato sia un essere umano o un personaggio di Gosthbuster, se Pazzini sia meglio o peggio di Cassano (paragonare mele con pere è uno sport nazionale), se Montolivo sia o non sia il giocatore che ha disputato con coraggio gli europei. E’ altrettanto possibile che le scelte di chi ha saputo vincere così tanto come la squadra dell’ex Presidente del Consiglio non siano a tal punto deteriorate e dannose e che, in ogni caso, vada dato del tempo al tempo prima di esprimere nefasti e riottosi giudizi cimiteriali. E soprattutto la domanda che continua ad aleggiare su queste considerazioni rimane: chi prega e brama il progetto cosa intende davvero? Che srebbe stato meglio Insigne di Krkic? O Ranocchia di Acerbi? Che Merkel, lo stesso che è stato sostituito come pulcino inzuppato a Roma, è un giocatore più idoneo di altri? E costoro che ne parlano con così tanta energia esprimano, per favore, con essenzialità il significato di questa reiterata parola oggi, in un momento storico e collettivo nel quale un giocatore sotto contratto pluriennale può comunicare a mezzo stampa il suo aut aut: o aumento del 30% o cessione immediata – interrogare Moratti su Milito post notte di Madrid.

Quello che rimane al termine, qualora una fine esista, di discussioni di questa tipologia sono poche e chiare cose: molti turaccioli di vino, montagne di mozziconi di sigaretta, l’impressione di non essere andati molto oltre. E qui torniamo come un ouroboros al nostro inizio. Lasciatemelo scrivere: il progetto è la parola che le persone usano quando non possono dire vittoria/sconfitta/non-so-che-dire. A Milano, nello specifico, manca il progetto significa: non si vince più (per questi anni). Chiunque lo nega o è molto indurito o molto bugiardo. La cosa subdola, però, è che, scartabellando tra gli almanacchi, sulla Treccani e in complicati testi d’ermeneutica, il significato di progetto – anche nello sport – esiste. E’ qualcosa che come propellente ha pochi e chiari ingredienti che in Italia non si coltivano: pazienza, tempo, obiettivo di lungo periodo, focus, attenzione, chiarezza, dare i nomi alle cose. In una sola parola che parafrasa l’alchimia potrei scrivere: difformità, qualcosa di diverso.

Il Milan sta facendo quello che molte società devono fare: far quadrare i conti. Lo fa cercando di tenere in piedi una identità vincente, lo fa in silenzio, cercando di non insospettire nessuno, tenendo in rosa chi si ritiene opportuno al costo che il budget impone. Il progetto qui non c’entra nulla. Negli anni 2000 la squadra che ha dovuto subire questa etichetta più sovente è stata l’Arsenal. In dodici stagioni ha raccolto 7 titoli; il Milan nelle stesse annate ne ha vinti 10; e vorrei aggiungere il titolo italiano del 1998-1999 con Maurizio Ganz che segna il gol decisivo a Marassi, in mischia, su contropiede dopo un palo di Katè a porta spalancata – squadra, quella, che non aveva proprio il sapore di p-r-o-g-e-t-t-o. (Almeno) alla luce di questo smettiamo di parlare di progetto, imparariamo a dare i nomi alle cose. Forse così, un giorno, riusciremo a riconoscerle nel loro avverarsi.

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