Fabrizio Prevedello (Verde). Un atto di fede.

Fabrizio Prevedello. Un giorno anche a te piacerà il marrone, 2012.

Alla Galleria Cardelli & Fontana c’è una mostra di Fabrizio Prevedello, si intitola Verde. E’ curata da Ilaria Mariotti e in catalogo – un bel catalogo con una copertina che mi ricorda le edizioni Einaudi degli anni Ottanta- c’è un testo di Luca Bertolo, amico e compagno di studio. La mostra dovrete vederla e in questo articolo non troverete nessun conforto critico, né alcuno stralcio che vi possa condensare un qualche menomato concetto estetico. Nella sala di destra, superati i tre gradini, nella parete subito incombente al vostro fianco troverete tre bassorilievi.

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Peggy Guggenheim a Vercelli. Tremila Euro a chilometro.

The Solomon R. Guggenheim Foundation a Venezia.

Succede spesso, girando per i bar delle città dei piccoli comuni di provincia di imbattersi, come di fronte a vecchi uomini incanutiti, nelle controversie accese e furibonde sui soldi statali, sulle iniziative del Comune, sulla destinazione di fondi ed energie. Sono le discussioni da bar, quelle non suffragate, quelle ideologiche e aggressive. Quelle che fanno bene alle comunità e meni bene ai muscoli cardiaci.

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L’ Atto Creativo – Parte I e Parte II

Beato+Angelico+Cristo+Deriso+Atto+Creativo+Arte+pittura

L’ultima volta che ho avuto un’idea per un racconto è stato camminando nervosamente lungo la banchina della stazione di Maciachini. Non è un bel posto, quello. L’aria è pesante, anche se non quanto quella che percorre la linea 2. Ed è un ambiente generalmente più angusto rispetto a quello della linea 1. Lo schermo digitale per gli avvisi segnava 3 minuti ed in quel preciso istante, del quale potrei ricostruire ogni minuzioso elemento, dalla carta penzola del cartellone pubblicitario, alle scarpe rosa e argento della quindicenne strizzata in un paio di jeans che avrebbero potuto garantire attenuanti se non ad un reato di stupro per lo meno ad un abbordaggio manifesto, alla cartellina trasparente di plastica gialla della professoressa a fine giornata dai capelli ricci e unti, ho avuto un’idea. Non tutto il racconto, quello capita raramente, ma la sensazione che avrei potuto scriverlo; e che se avessi ragionato, pensato al suo riguardo con la dovuta ossequiosità per il pensiero della sua venuta alla luce, forse sarei anche riuscito a scriverlo. E questo è sempre un inizio. E’ un ambito di azione, una sorta di sentiero verso l’opera.

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La fica di marmellata e l’elefante di cioccolato.

Araki. La fica – con o senza marmellata – è sempre la fica.

Anni fa andai in Bhutan. Mi stavo inerpicando in maniera poco mitica e decisamente goffa verso il Tiger Nest, uno dei monasteri più spettacolari che abbia mai visitato – anche se visitare un monastero è, in un certo senso poco romantico ma molto pratico, come visitare una scuola elementare a Rondissone. E lo sguardo stranito, irriverente, sconvolto, curioso, ammiccante di molti bambini, insieme a quello severo e folgorato dei più adulti, è di per se stesso un’esperienza straniante. In una sua corte laterale trovai quasi casualmente l’accesso ad una zona interna. Dopo un primo livello di Thangka, gli stendardi in seta con mantra e raffigurazioni di divinità buddiste, scorsi un uomo, accovacciato in una postura tutta orientale, con i palmi dei piedi quasi appiccicati, spalmati al deretano minuscolo, della forma della testa di un’arachide, e le spalle conserte come le zampe di una mantide, a formare una sorta di triangolo isoscele strettissimo che come vertice aveva la congiuntura delle mani, unite e strette ad un pennellino dal legno piuttosto lungo e dalla punta inaspettatamente spessa.

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Il Cinema al Tempo dei Greci

Pittura+Medusa+Caravaggio

La Medusa nella raffigurazione del Caravaggio.

Di Clarissa Oloferne

Il fascino dell’arte antica è cosa indubbia. La sua irrazionale dose di merce riesumata. Il classicismo e la perfezione di certi tratti. L’imponenza orgogliosa dei nostri avi. L’equilibrio sapiente di ogni dimensione. L’arte greca è pervasa dalla forza di tutto ciò che appare smisurato e contenuta nella sua “apollineità”.  Il frontone del tempio di Artemide in Corfù, risalente al 580 a.C., è una possente esecuzione che raffigura il mito della Gorgone e vive di ognuna di queste fascinose componenti. Esso si compone dell’immensa Gorgone centrale e di due massicci leoni posti simmetricamente ai suoi fianchi, (basterà sapere questo, l’intento non è quello di antologizzare). Probabilmente si tratta di uno dei primi esempi di frontone ,di una decorazione architettonica di quello stampo. L’aspetto rilevante di un’opera di tale genere, tuttavia, non si trova nel suo marmo seppur ben levigato, o nelle sue superfici nette e sicure o nel suo valore mitologico, che ha comunque radici fondamentali, bensì nel movimento scultoreo e artistico, nell’avvolgente costituzione dei piani su cui si svolge la storia narrata.

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Arte Gotica. Una via imperfetta.

Coppo di Marcovaldo. L'Inferno.

L’arte romanica ha avuto il grande merito di sovvertire i meccanismi che stavano alla base del processo creativo di un’opera. Tuttavia essa rimane ancora legata alla committenza e, pertanto, si presenta come appendice di un percorso singolare e personale del committente stesso. Così l’autonomia di espressione risulta imbrigliata e l’artista non trova una sua completa legittimazione. Tutto questo avviene a causa di numerosi fattori: i mandanti sono rappresentati per la quasi totalità dall’ecclesia e non esiste un ceto in grado di sorreggere il mercato dell’arte proponendo soggetti alternativi, l’artigiano non è ancora riuscito a marchiare l’opera con il proprio nome – valore aggiunto dell’arte rispetto alla produzione seriale- e l’arte ,infine, non si è del tutto espansa al di fuori di certi canoni e talune consuetudini.

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Abbecedario della forma. C come Cera.

Lettera per lettera.

L’abbecedario è il primo libro che ho avuto. Forse per questo quando Pinocchio esce di casa con la mela ed il favoloso volume sotto il braccio mi sono sentito un ragazzino normale. L’ho letto e l’ho riletto per il corso dei primi anni di elementari, l’ho pasticciato come tutti i bambini, e poi l’ho dimenticato. Non sono neanche sicuro si usi ancora. A distanza di anni, quasi certo che altri metodi didattici si siano distinti e l’abbiano sopraffatto, ho ritrovato questo dispositivo organizzato e didascalico sui banchi delle librerie, nella mia piccola biblioteca, attraverso le case editrici più diverse. Ora è cresciuto. Ha tratti fisiognomici decisamente adulti, ruvidi, non levigati ma spaccati, scheggiati, angolari. La faccia legnosa e spigolante di un giovane Czesław Miłosz lo accompagna, il suo abbecedario. E così questa lista non gerarchica di elementi è una scelta arbitraria; non un vocabolario ma una cintura, un rosario da sgranellare. Ed è quello che farò io. Morsicando la mela che da anni ho dimenticato insieme alla cartella, stenderò il mio abbecedario. Ma non libero. Un abbecedario dei materiali dell’arte. Un abbecedario della forma, di quella componente che è una radice, è una parte, un tutt’uno distinto all’occhio ma indistinguibile alla vita. Questo è il mio abbecedario.

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