New York vs. i suoi musei.

Vista con neve dal New Museum. New York.

Vista con neve dal New Museum. New York.

L’aria è fredda, ed è normale. I turisti, prima ancora che dalle Lonely Planet, si riconoscono per via del fatto che vivono imbustati e imbertati in sciarpe e cappelli. I newyorchesi vivono il freddo invernale con naturalezza. E all’accenno pallido di sole, si svestono, e addirittura si tolgono le calze. La Bowery scende e costeggia da una parte Soho. Ma ha poco amore per quella fetta di Mela. Preferisce il lower east side e infatti sulla strada e sul marciapiede largo che si concede ai camion per il carico scarico, proliferano negozi di cinesi che vendono all’ingrosso pentolame e ogni sorta di elemento accessorio per bar e tavernette. Le vetrine sono illuminate dalle diciture a led dei vari birrifici multinazionali. Il New Museum è qui.

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La Biennale di Kochi: dove sta l’India?

La prima Biennale di Kochi, India.

La prima Biennale di Kochi, India.

La prima edizione della Biennale di Kochi-Muziris è un evento lungo tre mesi. In questo assomiglia in tutto e per tutto alle Biennali al di qua dell’Oceano indiano. A quella di Venezia, che vede un fiume di gente camminare verso l’arsenale, sulla lingua di pietra prima dei canali, o alla quinquennale Kassel così fredda e germanica anche d’estate. Cochin ben si presta ad ospitare la prima Biennale di Arte Contemporanea dell’India, perché è una città che ha tutto un suo fascino. Gli europei la amano, molto spesso infastiditi e provati da Chennai e Madras arrivano sull’Oceano e trovano l’aria che hanno lasciato e un ayurveda che di fatto non c’entra più nulla con l’India e proprio per questo li accomoda. La città ha un volto occidentale e per la prima volta i muri scrostati delle case, aggrediti e sbranati dal sale marino, assomigliano a quelli del bosforo o della Grecia. I turisti lo leggono tra le pagine sgualcite delle Lonely Planet: qui ci sono stati i portoghesi e poi gli olandesi. Adesso è un posto con l’atmosfera decadente e agrodolce, e con qualche elemento di forte contemporaneità.

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Il questionario del MiBAC. Il problema dei questionari.

Il MiBAC. Della serie: con quattro domande ci togliamo il pensiero.

Il MiBAC ci riprova. Il titolo del questionario questa volta è «Il Museo che vorrei.» E l’intento è sempre lo stesso: chiedere al pubblico italiano cosa si aspetta da un museo, che tipo di servizi, quale prezzo e quali modalità di fruizione. I referendum e i sondaggi sono questioni complesse: a livello comunitario una domanda che in pochi possono comprendere cessa di essere una domanda. E’ più una improvvisazione priva di significato. Ecco perché non aveva senso la campagna dei quattro sì, un referendum a malapena adatto al comitato di bioetica. Ed ecco perché, egualmente, non ha senso questo questionario. Il Ministero, con poco spirito digital, si è vantato di un primo giorno di risposte «entusiasmante». Con 110 compilazioni che hanno messo a dura prova i server di Campo Marzio e la fibra che spero ci arrivi.

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Tomás Saraceno e Hangar Bicocca. Stupire e non pensare?

Tomas Saraceno.

Nel giro di pochi giorni ha fatto il giro d’Italia. La Lettura del Corriere della Sera così come il Domenicale del Sole24Ore hanno dedicato, omaggiato, il suo progetto per l’Hangar Bicocca. E’ On space time foam il titolo del lavoro che l’artista di San Miguel de Tucumàn sta per portare a Milano. Alla lettera la perifrasi scelta non ha un significato traducibile; è piuttosto una sequenza di parole che afferisce ad un ambito semantico: In-schiuma-spazio-tempo.

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Vedere l’arte e non riconoscerla (più).

Quest’opera ti piace perché ?

Ho incontrato di recente un mio caro amico curatore. Dopo i primi minuti di musi lunghi e di radicata frustrazione sono iniziati i tempi delle idee. E’ così che mi ha parlato di un progetto* che trovo attuale non solo per la scelta degli artisti ma anche e soprattutto per la visione che dell’arte si ha in questo momento storico e, sempre di più, nella bislunga e particolare sezione geografica denominata Italia.

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L’ Atto Creativo – Parte I e Parte II

Beato+Angelico+Cristo+Deriso+Atto+Creativo+Arte+pittura

L’ultima volta che ho avuto un’idea per un racconto è stato camminando nervosamente lungo la banchina della stazione di Maciachini. Non è un bel posto, quello. L’aria è pesante, anche se non quanto quella che percorre la linea 2. Ed è un ambiente generalmente più angusto rispetto a quello della linea 1. Lo schermo digitale per gli avvisi segnava 3 minuti ed in quel preciso istante, del quale potrei ricostruire ogni minuzioso elemento, dalla carta penzola del cartellone pubblicitario, alle scarpe rosa e argento della quindicenne strizzata in un paio di jeans che avrebbero potuto garantire attenuanti se non ad un reato di stupro per lo meno ad un abbordaggio manifesto, alla cartellina trasparente di plastica gialla della professoressa a fine giornata dai capelli ricci e unti, ho avuto un’idea. Non tutto il racconto, quello capita raramente, ma la sensazione che avrei potuto scriverlo; e che se avessi ragionato, pensato al suo riguardo con la dovuta ossequiosità per il pensiero della sua venuta alla luce, forse sarei anche riuscito a scriverlo. E questo è sempre un inizio. E’ un ambito di azione, una sorta di sentiero verso l’opera.

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Arte in digitale. Cosa non funziona ?

Gerhard Richter, vetro filtra vetro.

Ci sono due cifre analitiche del 2011 sul sistema dell’arte contemporanea piuttosto in controtendenza una rispetto all’altra. L’impatto digitale nell’arte in fatto di mostre pubbliche e private in Italia è calato del 26,5% rispetto al 2010 ed è in calo costante dal 2008. La compravendita di opere in Italia, esclusivamente fruite tramite supporti digitali, è salita del 9,5% in un anno. Per impatto digitale  lo studio dell’osservatorio dei Beni Culturali intende precipuamente tutto il complesso di supporti digitali a corollario delle mostre (video, fotografie, schermi, kinect) e tutte le versioni digitali delle mostre (mostre virtuali, tour virtuali, strumenti di fruizione digitale via internet e non).

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