La Biennale di Kochi: dove sta l’India?

La prima Biennale di Kochi, India.

La prima Biennale di Kochi, India.

La prima edizione della Biennale di Kochi-Muziris è un evento lungo tre mesi. In questo assomiglia in tutto e per tutto alle Biennali al di qua dell’Oceano indiano. A quella di Venezia, che vede un fiume di gente camminare verso l’arsenale, sulla lingua di pietra prima dei canali, o alla quinquennale Kassel così fredda e germanica anche d’estate. Cochin ben si presta ad ospitare la prima Biennale di Arte Contemporanea dell’India, perché è una città che ha tutto un suo fascino. Gli europei la amano, molto spesso infastiditi e provati da Chennai e Madras arrivano sull’Oceano e trovano l’aria che hanno lasciato e un ayurveda che di fatto non c’entra più nulla con l’India e proprio per questo li accomoda. La città ha un volto occidentale e per la prima volta i muri scrostati delle case, aggrediti e sbranati dal sale marino, assomigliano a quelli del bosforo o della Grecia. I turisti lo leggono tra le pagine sgualcite delle Lonely Planet: qui ci sono stati i portoghesi e poi gli olandesi. Adesso è un posto con l’atmosfera decadente e agrodolce, e con qualche elemento di forte contemporaneità.

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La fica di marmellata e l’elefante di cioccolato.

Araki. La fica – con o senza marmellata – è sempre la fica.

Anni fa andai in Bhutan. Mi stavo inerpicando in maniera poco mitica e decisamente goffa verso il Tiger Nest, uno dei monasteri più spettacolari che abbia mai visitato – anche se visitare un monastero è, in un certo senso poco romantico ma molto pratico, come visitare una scuola elementare a Rondissone. E lo sguardo stranito, irriverente, sconvolto, curioso, ammiccante di molti bambini, insieme a quello severo e folgorato dei più adulti, è di per se stesso un’esperienza straniante. In una sua corte laterale trovai quasi casualmente l’accesso ad una zona interna. Dopo un primo livello di Thangka, gli stendardi in seta con mantra e raffigurazioni di divinità buddiste, scorsi un uomo, accovacciato in una postura tutta orientale, con i palmi dei piedi quasi appiccicati, spalmati al deretano minuscolo, della forma della testa di un’arachide, e le spalle conserte come le zampe di una mantide, a formare una sorta di triangolo isoscele strettissimo che come vertice aveva la congiuntura delle mani, unite e strette ad un pennellino dal legno piuttosto lungo e dalla punta inaspettatamente spessa.

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Marò e Lamolinara: grane per Terzi

"Il ministro della difesa"

Il ministro Terzi, ai tempi dell'ONU

In questi giorni il ministro degli Esteri Giulio Terzi è stato ultra occupato. Da una parte i viaggi in India alle prese con la spinosa questione dei militari italiani  arrestati dalle autorità indiane per aver ucciso due pescatori loro connazionali, dall’altra la gestione dei rapporti diplomatici impegnativi con il Regno Unito dopo la tragica scomparsa  dei due ingegneri (Mac Manus, inglese, e Lamolinara , piemontese di Gattinara). Proprio in virtù di questi avvenimenti si sono levate critiche da più parti nell’ex centro-destra sull’operato dell’attuale inquilino della Farnesina, in particolar modo dal sempre elegante Bobo Maroni, ex ministro dell’interno e notorio clarinettista. Critiche sottili, degne di una disputa teorica medievale tra realisti e nominalisti, che possiamo riassumere all’incirca così: “Questo governo (dei tecnici) si fa prendere per il culo. Dimissioni subito!”. Iniziamo col dire che almeno per quanto riguarda la questione inglese il nostro Duns Scoto pare aver colto nel segno.

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