New York vs. le sue gallerie

Gagosian Gallery New York

Qualcuno recentemente lo ripeteva: Chelsea è diventato il posto dell’establishment galleristico internazionale. Tutto è iniziato quando nel 1987 la DIA Art Foundation trasformava un capannone industriale in uno spazio espositivo per mostre temporanee. Ed è bene lasciare da parte le piccole invidie italiane per metropoli che hanno modo e volontà di costruire distretti dell’arte. Anche perché l’Italia non ha da offrire né megalopoli, né metropoli, appunto. E il flagello di tutte le sue piccole città, a partire da Milano, è proprio questo tenore provinciale che vede tutti i galleristi litigare per un piccolo orto privato. Ma torniamo a New York. Se il Lower East Side, proprio dietro al New Museum, è il luogo designato della cultura contemporanea alternativa – aggettivo quanto mai di moda e, proprio per questo improvvido e monco -, Chelsea continua a voler essere la scacchiera sulla quale si muovono le gallerie che contano.

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New York vs. i suoi musei.

Vista con neve dal New Museum. New York.

Vista con neve dal New Museum. New York.

L’aria è fredda, ed è normale. I turisti, prima ancora che dalle Lonely Planet, si riconoscono per via del fatto che vivono imbustati e imbertati in sciarpe e cappelli. I newyorchesi vivono il freddo invernale con naturalezza. E all’accenno pallido di sole, si svestono, e addirittura si tolgono le calze. La Bowery scende e costeggia da una parte Soho. Ma ha poco amore per quella fetta di Mela. Preferisce il lower east side e infatti sulla strada e sul marciapiede largo che si concede ai camion per il carico scarico, proliferano negozi di cinesi che vendono all’ingrosso pentolame e ogni sorta di elemento accessorio per bar e tavernette. Le vetrine sono illuminate dalle diciture a led dei vari birrifici multinazionali. Il New Museum è qui.

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La Biennale di Kochi: dove sta l’India?

La prima Biennale di Kochi, India.

La prima Biennale di Kochi, India.

La prima edizione della Biennale di Kochi-Muziris è un evento lungo tre mesi. In questo assomiglia in tutto e per tutto alle Biennali al di qua dell’Oceano indiano. A quella di Venezia, che vede un fiume di gente camminare verso l’arsenale, sulla lingua di pietra prima dei canali, o alla quinquennale Kassel così fredda e germanica anche d’estate. Cochin ben si presta ad ospitare la prima Biennale di Arte Contemporanea dell’India, perché è una città che ha tutto un suo fascino. Gli europei la amano, molto spesso infastiditi e provati da Chennai e Madras arrivano sull’Oceano e trovano l’aria che hanno lasciato e un ayurveda che di fatto non c’entra più nulla con l’India e proprio per questo li accomoda. La città ha un volto occidentale e per la prima volta i muri scrostati delle case, aggrediti e sbranati dal sale marino, assomigliano a quelli del bosforo o della Grecia. I turisti lo leggono tra le pagine sgualcite delle Lonely Planet: qui ci sono stati i portoghesi e poi gli olandesi. Adesso è un posto con l’atmosfera decadente e agrodolce, e con qualche elemento di forte contemporaneità.

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Weekend con il Morto – Carmelo Cappello

Carmelo Cappello. Un pessimo artista.

Carmelo Cappello. Un pessimo artista.

Ogni volta che si prevede un morto tocca fare un’agiografia. Sempre. Muore questo, muore quello; tocca parlarne bene. Altrimenti sono dolori. Se uno muore vale la pena solo raccontarne le «gesta eroiche». E quando mai muoiono sempre persone «eroiche»? Questa settimana ne erano morte, comunque. Era morto Steinbeck, per esempio. Poi era morto Gianni Brera. Sempre per il calcio di altro morto ci stava il mitico mundial di Enzo Bearzot.

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La vernice di Milano.

Nuova apertura di Galleria a Milano? Pensaci bene.

Nuova apertura di Galleria a Milano? Pensaci bene.

L’Italia dell’arte contemporanea non è poi tanta cosa. Sotto l’arco alpino, divisa dal Po, aristocratica, c’è Torino. La città è regale, con la piccola bomboniera del centro che custodisce le sue gemme ordinate. Qui esiste uno strano modo, in fondo tutto piemontese, di fare arte contemporanea. È alternativo ma non manifestato all’eccesso. E così, sotto al cappello dell’autoreferenzialità per eccellenza della Fondazione Sandretto, nascono gallerie come Franco Noero, ereditiere dell’esperienza boheme sabauda per eccellenza del Persano anni Novanta. Nella capitale dei Savoia per avere una galleria devi contemplare il parquet in legno, le finestre e gli scuri in massello e puoi metterci pareti alte sei metri o, se hai stucchi sulle sovrapporte, puoi concederti una bella distesa di resina calpestabile. Poi tutto lo fa la tua programmazione: un colpo al cerchio esterofilo e un colpetto ai grandi vecchi piemontesi. Molto più a sud c’è Roma.

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Alberto Garutti a Milano. Didascalie.

Alberto Garutti. Piante e foglietti volanti.

Si parla spesso dell’ingombranza di Alberto Garutti nell’arte contemporanea e nel contesto italiano. Molti artisti intelligenti sono ingombranti. E tuttavia chi lo conosce, lo ha sentito parlare, è solito aggiungere che questa nota d’ingerenza esiste. Non a caso i grandi detrattori hanno l’abitudine a mettere in relazione l’abuso con quello di un altro maestro del Novecento italiano cui Garutti deve molto, Luciano Fabbro. Accade sovente, adesso che gli orizzonti economici – parola non casuale – del sistema si stanno restringendo ancora, che le persone si ritrovino a sottolineare le presunte tendenze sociali degli artisti. Come se Merz fosse stato un uomo semplice. Ecco perché l’idea migliore su Alberto Garutti è parlare del lavoro.

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Cyprien Gaillard per la Fondazione Trussardi

Un’opera del 2011.

Uno dei grandi meriti della Fondazione Trussardi è quello di aprire agli occhi dei milanesi degli spazi che neanche loro, che la città la vivono, o dovrei dire la subiscono, possono conoscere. Questa volta è stato il turno della Caserma XXIV Maggio di via Mascheroni. E’ arrivata dopo Palazzo Litta, Palazzo Citterio, il Cinema Cavour, per citarne a memoria alcuni.

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