Cosa passa nelle gallerie londinesi – cultural&tasting weekend

DAVID-BATCHELOR(H)-9c65f3e7-c2ce-4b7f-aa21-c494ab6b5b7f-0-605x412Un weekend a Londra, seppur breve, restituisce sempre delle energie.
Se vi piace l’arte e pensate che girare per gallerie e musei sia uno dei tanti modi per conoscere una grande metropoli, bene, eccovi i nostri suggerimenti per non perdervi le cose più interessanti, scartare quello senza il quale si sopravvive alla grande, e sentirvi “fichi” quando si accendono le luci della notte.
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Post Artefiera 2013 – un altro mondo

Ian Davemport

Ian Davemport

Anche quest’anno la più grossa ce la siamo tolta, come direbbe un vecchio amico di famiglia. Artefiera è passata, segnando ben il 15% di visitatori in più rispetto alle scorse edizioni, per un totale di circa 40.000 ingressi. Mica male.
Una celebrazione dell’arte italiana a tutti gli effetti, con netta predominanza – che ancora resiste nonostante le nuove tendenze internazionali – della pittura, soprattutto figurativa, e del genere scultoreo. Continua a leggere

Artefiera Bologna – here we are

artefiera2Nuovo anno nuova fiera. Nemmeno le patate, potevano esimersi dal pubblicare un articolo sulla fiera più chiacchierata d’Italia, oltre che la prima realmente significativa: Artefiera Bologna. Con questa sono 37 le edizioni che si sono susseguite sino a oggi e forse più che mail l’edizione 2013 servirà come vero e proprio termometro per tutti gli addetti ai lavori: galleristi, artisti, curatori, dealers, auctioners. Sebbene ciò che accade in questi “mercati coperti” dell’arte moderna e contemporanea viva molto dell’hic et nunc, della situazione, della specifica condizione nella quale ci si trova, la fiera è un momento cruciale per tastare l’andamento del mercato, l’umore dei collezionisti e annusare  – magari anche concludere – qualche nuovo affare.

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New York vs. le sue gallerie

Gagosian Gallery New York

Qualcuno recentemente lo ripeteva: Chelsea è diventato il posto dell’establishment galleristico internazionale. Tutto è iniziato quando nel 1987 la DIA Art Foundation trasformava un capannone industriale in uno spazio espositivo per mostre temporanee. Ed è bene lasciare da parte le piccole invidie italiane per metropoli che hanno modo e volontà di costruire distretti dell’arte. Anche perché l’Italia non ha da offrire né megalopoli, né metropoli, appunto. E il flagello di tutte le sue piccole città, a partire da Milano, è proprio questo tenore provinciale che vede tutti i galleristi litigare per un piccolo orto privato. Ma torniamo a New York. Se il Lower East Side, proprio dietro al New Museum, è il luogo designato della cultura contemporanea alternativa – aggettivo quanto mai di moda e, proprio per questo improvvido e monco -, Chelsea continua a voler essere la scacchiera sulla quale si muovono le gallerie che contano.

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New York vs. i suoi musei.

Vista con neve dal New Museum. New York.

Vista con neve dal New Museum. New York.

L’aria è fredda, ed è normale. I turisti, prima ancora che dalle Lonely Planet, si riconoscono per via del fatto che vivono imbustati e imbertati in sciarpe e cappelli. I newyorchesi vivono il freddo invernale con naturalezza. E all’accenno pallido di sole, si svestono, e addirittura si tolgono le calze. La Bowery scende e costeggia da una parte Soho. Ma ha poco amore per quella fetta di Mela. Preferisce il lower east side e infatti sulla strada e sul marciapiede largo che si concede ai camion per il carico scarico, proliferano negozi di cinesi che vendono all’ingrosso pentolame e ogni sorta di elemento accessorio per bar e tavernette. Le vetrine sono illuminate dalle diciture a led dei vari birrifici multinazionali. Il New Museum è qui.

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Taccuino del gallerista italiano.

Lia Rumma MIlano

C’era una volta una generazione chiamata avanguardia. C’era una volta una cosa chiamata militanza. Due parole faticose e molto idolatrate, agognate. Ma quegli anni sono passati, e chi ne fa parola ora può essere un nostalgico che ha vissuto – ma non imparato – oppure un giovanotto che poco ha a che farne. In ogni caso citarle, se non per riferircisi in termini storici, ha poco senso. Innanzitutto per la distanza, ed anche per l’approssimazione che non si può che avere nella contemporaneità rispetto a concetti che fondevano necessità ideologica a prassi metodologica. Oggi nessuno milita più: è una caratteristica dei nostri anni.

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La Biennale di Kochi: dove sta l’India?

La prima Biennale di Kochi, India.

La prima Biennale di Kochi, India.

La prima edizione della Biennale di Kochi-Muziris è un evento lungo tre mesi. In questo assomiglia in tutto e per tutto alle Biennali al di qua dell’Oceano indiano. A quella di Venezia, che vede un fiume di gente camminare verso l’arsenale, sulla lingua di pietra prima dei canali, o alla quinquennale Kassel così fredda e germanica anche d’estate. Cochin ben si presta ad ospitare la prima Biennale di Arte Contemporanea dell’India, perché è una città che ha tutto un suo fascino. Gli europei la amano, molto spesso infastiditi e provati da Chennai e Madras arrivano sull’Oceano e trovano l’aria che hanno lasciato e un ayurveda che di fatto non c’entra più nulla con l’India e proprio per questo li accomoda. La città ha un volto occidentale e per la prima volta i muri scrostati delle case, aggrediti e sbranati dal sale marino, assomigliano a quelli del bosforo o della Grecia. I turisti lo leggono tra le pagine sgualcite delle Lonely Planet: qui ci sono stati i portoghesi e poi gli olandesi. Adesso è un posto con l’atmosfera decadente e agrodolce, e con qualche elemento di forte contemporaneità.

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