Matrimoni gay lato B, quello opportunista

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La decisione di legalizzare le nozze tra ‘esponenti’ dello stesso sesso in Gran Bretagna è stata indubbiamente una rivoluzione sociale. Il partito conservatore, trascinato alla decisione dal suo leader nonché primo ministro David Cameron, ha subito uno ‘scossone ideologico’. L’ideale conservatore di questo partito si è corrotto, ha detto qualcuno commentando l’esito della votazione. C’è qualcun altro, invece, che vede questa apertura da un lato molto più pratico: a molti potrà sembrare materialistico e superficiale, ma in alcuni ambiti, quelli in cui ci sono capitali da capogiro e investimenti d’altri tempi – per intenderci, il design, il fashion, la sfera creativa e accattivante dell’attuale ‘realtà trendy’ – le posizioni più importanti sono presidiate da diverso-sessuali (qualsiasi definizione si utilizzi potrà essere tacciata d’intolleranza, tanto vale usarne una inventata). Gli inglesi, che storicamente hanno sempre allargato il cerchio di diversità all’interno del quale fanno crescere e prosperare la loro società, l’hanno capito e ancora una volta hanno colto la palla la balzo.

Fuori da Downing Street martedì 5 febbraio si era radunato un manipolo di manifestanti in trepidante attesa della decisone del parlamento sul disegno di legge che li vedeva coinvolti direttamente. “Potremo sposarci o no?”, ” Chissà se io e Gilliam convoglieremo finalmente a nozze”: questi alcuni dei pensieri che presumibilmente affollavano la mente dei manifestanti, ma tra di loro c’era anche Paul Bennet che issava con orgoglio un cartello, “Sexual Orientation Is Not a Belief”. Se ci pensate, è vero. Tony e tutti gli altri gay – d’ora in poi utilizzerò questa terminologia per mancanza di idee alternative – hanno ottenuto il massimo, e da un governo Tory per giunta. Loro stessi stentano a crederci. E infatti hanno valutato la decisione del governo, com’è giusto che sia, solamente da una visuale etica, ma forse oggi, a distanza di una settimana, potranno considerare anche altri punti di vista.

Come scriveva settimana scorsa Nicholas Watt sul Guardian, questo è un tipico comportamento parlamentare di stampo inglese. Il parlamento – e in esso soprattutto quella parte che tra i tory ha sostenuto il voto favorevole a questa legge – ha voluto ampliare il raggio d’azione di una comunità (anche questo termine scomodo) che nell’ultimo decennio ha contribuito alla costruzione di una cultura eterogenea e aperta, creativa e progressista che ha mantenuto il paese all’avanguardia in molti settori dell’industria e del commercio. Per questo motivo la nuova legge proietta la Gran Bretagna nel XXII secolo in pole position. Altri stati, in precedenza, avevano dotato il loro codice civile di questa legge, e molti, come l’Olanda e la Spagna, lo hanno fatto per rispettare alcuni dei principi fondamentali della propria costituzione. Ma nel Regno Unito questa innovazione sociale si tradurrà, negli anni, in una enorme condizione di vantaggio. Questo non vuol dire, ovviamente, che d’ora in poi tutti i gay illuminati del mondo andranno in esilio, come rifugiati politici, sotto la pesante e autorevole egida della corona inglese. Significa soltanto dotare lo strato sociale di un ‘upgrade’ – come lo chiamano in Gran Bretagna – di un beneficio che sarà utile a tutti.

Per quanto ci si possa rifiutare di vedere il lato ‘utile’ della risoluzione, questa rimarrà sempre uno dei motivi fondamentali dell’approvazione della legge. Regolarizzare il matrimonio tra gay vuol dire concedere una ampia libertà d’azione (con tutti i benefici burocratici e sociali che comporta) ad una comunità che d’ora in avanti sarà più stimolata e produttiva, che verrà riconosciuta finalmente come organo portante della società: si tratta, in fin dei conti, di poter costruire l’embrione di nucleo familiare. E non soltanto: è anche presa di coscienza, di maturità, di crescita, è una scelta lungimirante, è un investimento sul futuro della nazione ed infine è l’unico modo per sconfiggere il barbarismo delle intolleranze.

Un giovane medio-ventenne come me che si è affacciato sul mondo del lavoro verso la metà degli anni ’00 e che ha iniziato la propria affannosa ricerca di un lavoro a Milano in un ambito ‘fashion-friendly’ e ‘trendy-addicted’ autoreferenziale, zompettando da un impiego all’altro, da un’atività autonoma a una da dipendente, da un lavoro da commesso ad uno da contadino, uno insomma che ha vissuto da benestante gli ambienti altolocati della società si sarà sicuramente accorto, col passare del tempo, che nel mondo del lavoro spesso ma non sempre l’omosessualità è una prerogativa vincente. E che non mi si taccia di qualunquismo, perché questo è un dato di fatto.

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