Film belli – Zero Dark Thirty, Kathryn Bigelow (recensione)

Zero Dark Thirty 590La dicitura “Film Belli” non vi deve trarre in inganno. Certo, dal punto di vista della fruizione e della realizzazione, siamo sicuramente davanti ad un buon film, ma anche (per tutto il resto) ad un’opera a metà, che fondamentalmente non convince del tutto. La signora Bigelow, infatti, è brava e dimostra (di nuovo) di saperci davvero fare dietro alla cinepresa, girando un film che, nonostante tutto, dopo oltre due ore e venti riesce ancora a tenerci incollati allo schermo per gli ultimi quaranta minuti (cosa che quest’anno, per esempio, non è eccezionalmente riuscita al buon Tarantino). Ancor più efficace il montaggio della coppia Tichenor-Goldenberg, per i quali sento puzza -o profumo- di Oscar.

La pellicola inizia con lo schermo buio e alcune voci in sottofondo di persone che parlano al telefono, gridano, si disperano. È l’11 settembre 2001 e siamo a New York City. Da questo momento in poi, è narrata la storia dei circa dieci anni di indagini che hanno portato alla cattura di Osama Bin Laden -avvenuta il 2 maggio del 2011- seguendo le vicende che hanno come protagonista Maya, l’agente della CIA che intuì il luogo del nascondiglio di Bin Laden (ben interpretata da Jessica Chastain).

La storia è suddivisibile in tre macro-parti; le prime due hanno come protagonista Maya e le indagini, la terza è la ricostruzione della spedizione in cui è rimasto ucciso Osama Bin Laden. L’escalation della tensione è ben calibrata e alcune “sorprese” -che non vi posso raccontare, ma che chi ha visto qualche telegiornale negli ultimi anni riuscirà a prevedere- rendono il film piuttosto avvincente, anche se alcuni personaggi sono un pochino trascurati (e spesso ci si chiede, quindi, che cosa ci siano a fare).

Zero dark jessica 590

Fin qui tutto bene. Ora parliamo del difetto più grande del film, che -tra l’altro- è un difetto che condivide in modo quasi identico con Argo -tra l’altro nei due film, curiosamente, ci sono due scene pressoché identiche (quella del furgoncino che passa nella folla), anche se Ben Affleck, diamogliene atto, l’ha girata molto meglio-  e che risponde al nome di sceneggiatura. Semplificando molto, possiamo dire che quando si vuole scrivere la sceneggiatura per un film drammatico-storico-thriller, si possono prendere due direzioni: la prima, esemplificata dall’ottimo JFK di Oliver Stone, è una direzione più tecnica, quasi documentaristica, che ha l’obiettivo di rileggere la storia e ri-raccontarla da una nuova luce; la seconda, oggettivata nell’altrettanto bello Tutti gli uomini del presidente, in cui si allude soltanto al dettaglio tecnico di una vicenda nota a tutti, in favore delle relazioni tra i personaggi e degli intrighi romanzati (nel senso buono) dell’intreccio. Nel primo caso il thrilling risiede più che altro in quello che scopriamo, nel secondo caso nel modo in cui è raccontato quel che si scopre.

Zero dark jessicaZero Dark Thirty, davanti a tale bivio, decide di non prendere nessuna delle due direzioni in modo netto; ma non lo fa creando una terzia via (il che avrebbe significato inventare un nuovo genere), bensì, semplicemente, appiattendo i due aspetti di cui sopra, con il risultato di non dare nessun tipo di informazione interessante circa le indagini che si stanno svolgendo (né, tanto meno, letture alternative della faccenda) e, contemporaneamente, non entrare minimamente nell’analisi psicologica dei partecipanti alla vicenda. E così abbiamo un’accenno (molto interessante) al rapporto tra la CIA e il Presidente che non viene sviluppato e, dal’altro lato, l’unica cosa che sappiamo di Maya è che non ha un uomo e -per sua stessa ammissione, e per la disperazione di molti- che non è «il tipo che scopa», tanto per avvalorare il modello  stereotipo del super-uomo (o super-donna) statunitense tutto lavoro, obiettivi e determinazione, praticamente l’equivalente propagandistico occidentale del “modello Stakanov” sovietico.

Perché avviene tutto questo? Forse era troppo presto per fare un film su un fatto complesso che resta ancora in bilico tra Storia e cronaca, o forse l’idea era di fare un film migliore, ma non è stato possibile l’accesso a tutti i documenti necessari, o, molto più probabilmente, non è stato semplicemente scritto da Oliver Stone ai suoi tempi d’oro. Salvato dalla regista, dai tecnici della sua squadra, dall’azione quasi da videogioco dell’ultima lunga sequenza dedicata all’assalto al bunker, e da Jessica Chastain (comunque non da ovvio Oscar come si dice in giro), resta solo un leggero racconto della versione più o meno ufficiale -e sicuramente obamiana- dei fatti.

Giancarlo Mazzetti

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