Weekend con il Morto – Nuto Revelli

Nuto Revelli_Alpini

La pagina Wikipedia di Nuto Revelli cita testualmente, «è stato uno scrittore, ufficiale e partigiano italiano». Tre titoli niente male per un uomo solo. Leggendo i libri di questo coraggioso Cuneo non è facile capire quale dei tre gli si attagli meglio. Ha dimostrato di essere un meraviglioso scrittore con le pagine sul Davai; è stato un ufficiale che tutti hanno descritto senza macchia e la cui attenzione ai dettagli delle persone si sono visti nel Disperso di Marburg; del partigiano siamo in grado di vedere i postumi pubblici che ne denotano lo zelo e la gentile ossessione verso la Libertà grazie a testi come La Badoglieide. Nuto Revelli una volta finita la guerra ha iniziato a camminare.

Lavorava come commerciante di ferro ma non è improprio dire che la sua vera seconda vita, quella dopo il conflitto, l’ha dedicata ad ascoltare le persone e a sviluppare, costruire una forma di resistenza non più condotta per le rocce e sui carsi, nelle fattorie, ma attraverso una parola secca e integerrima. Due libri abbastanza capitali per provare a conoscere Nuto Revelli sono Il diperso di Marburg e il Mondo dei vinti. Le enciclopedie letterarie, ammesso ve ne sia traccia, vi diranno che il primo appartiene al ciclo sulla resistenza, il secondo a quello delle storie orali. In realtà è una sciocchezza. Entrambi i libri sono entrambe le cose, ed è proprio questa sovrapposizione che dimostra con elastica semplicità l’idea di resistenza che Nuto Revelli ha prima vissuto sulla sua pelle e poi instillato in chi ha deciso di leggerlo. Quando nel corso delle elementari, e poi con drammatica e svogliata minore insistenza, durante le medie inferiori e superiori, gli alunni sono costretti a dedicare alcune ore, considerate poco formative e molto ludiche, con i superstiti della guerra, i vecchi partigiani che vivono in provincia, il termine maggiormente impiegato è proprio «resistenza». È in questi ambiti a tal punto infantili e pre-adolescenziali che il termine viene sepolto sotto uno strato piuttosto intaccante di polvere e desuetudine. Assorbe come una spugna tutto il sostrato vecchio e vagamente inutile che non dovrebbe avere; la guerra è finita, qualcuno dice che la si combatte a suon di speculazioni finanziarie e di spread – come se il resto del mondo non esiste -, e tutto va-in-vacca senza possibilità di recupero. Il partigiano è ormai solo e più un anziano che si fa un giro in classe con il bastone e con le sue storie che incantano, forse, se l’oratore ha la dentiera a posto. Assomigliano alle favole; solo che sono per i maschietti perché qui si parla di fucili, di dinamite, di trincee. Tutti i passi che Nuto Revelli ha sentito l’urgenza di frapporre l’uno davanti all’altro sono serviti a questo; hanno smontato lo stereotipo elementare che sta attorno a questa parola così fondamentale per il preservo della libertà, dell’umanità.

Il disperso è un libro che parla di quello che ha nel titolo. Un tedesco d’istanza vicino a Roccaverano deve tenere sotto controllo la situazione nella zona. Una parte tranquilla del fronte piemontese, lontana dai conflitti a ferro e fuoco. Lui esce tutte le mattine a cavallo, letteralmente per «prendere un po’ d’aria» e, poi, di colpo scompare. Revelli a distanza di cinquant’anni, inizia una ricerca per dare un nome a quell’uomo che molte delle persone che vivono in quella zona negli anni Novanta ricordano come un giovane dai capelli biondi, che sembrava un polacco o forse uno della Repubblica Ceca. Il finale del libro è proprio a Marburg, città dell’Assia, in Germania. Lo strenuo sforzo di ricostruzione, che è un complesso di pazienza e dedizione alla causa, è reso possibile proprio dall’idea di condivisione, di parola che si tramanda, questo suono vocale che se compreso è in grado di accedere al significato, all’avere un perché. Questa fatica è la stessa che Revelli produce nei Vinti, quello che molti descrivono come il suo capolavoro. Non è possibile pensare di trasmettere la poesia struggente e poverissima che si libra da quelle pagine, per quello esiste solo la lettura. Il bello di questo libro sta nel potere della parola, che è riportata dallo scrittore con precisione e con semplice senso liberatorio. Il tempo che il suono si esaurisce nell’aria condensata davanti alla bocca di un contadino o di un allevatore, ha già finito di essere. È grazie alla sua trascrizione nei Vinti che ci arriva in tutta la sua pesante lievità. Qui sta tutta la resistenza di Revelli e che nessuno, davvero nessuno, deve osare mettere da parte. La resistenza è affaticarsi, dedicarsi alla verità con melanconica nostalgia: quando il partigiano finisce il libro gli dedica anche una prefazione che lo renda omogeneo. Qui parla di «lezione dimenticata». Quando i ragazzi sono venuti giù dalle valli verso Torino, alla Fiat, hanno cancellato la loro eredità e la loro memoria. Per un frigorifero tutti noi abbiamo dimenticato la lezione di quelli che adesso sono i nostri nonni e bisnonni e che sul Carso sono andati a piedi e una volta tornati hanno ripreso a fare quello che sapevano con un’illusione disillusa, vitali in questo che è un ossimoro obbligato. È, in definitiva, questo modo di resistere privato che deve rimanere al fondo di quell’orribile e coatto degli anni della Seconda Guerra; resistere alle banalità, ai cicli folli del consumo senza freni, al mare desertico dell’ignoranza. L’unica maniera che si ha per farlo non è agitandosi goffi – «è più semplice essere colpiti» -; è con pazienza e con serafica calma. Si è pietre solo se prendendo la pioggia ci si limita a cambiare colore, a risplendere scure al sole che sta per venire. Nuto Revelli pone una testimonianza – definirla poesia darebbe la possibilità a molti deterministi letterari di scannerizzarla e impegolarla in beghe metriche – di Giovanna Giavelli. Mi piaceva vivere lassù./L’aria era buona, l’acqua era buona./L’acqua era il nostro vino./Avevamo tutto ciò che messo insieme/si chiama libertà./Era come aver le ali./Qui all’ospizio/mi sento un po’ come in prigione./La notte, quando sogno,/sogno lassù./La mia casa, la mia prima casa,/è una casa tutta nera,/ma mi piaceva./Lassù l’aquila vola…

In questa altissima povertà è giusto ritornare e resistere.

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