Post Artefiera 2013 – un altro mondo

Ian Davemport

Ian Davemport

Anche quest’anno la più grossa ce la siamo tolta, come direbbe un vecchio amico di famiglia. Artefiera è passata, segnando ben il 15% di visitatori in più rispetto alle scorse edizioni, per un totale di circa 40.000 ingressi. Mica male.
Una celebrazione dell’arte italiana a tutti gli effetti, con netta predominanza – che ancora resiste nonostante le nuove tendenze internazionali – della pittura, soprattutto figurativa, e del genere scultoreo. Non si vedono quasi stampe, ossia fotografie, se non da quelle poche gallerie che lavorano con artisti ormai estramente conosciuti. E’ quello che offrono Umberto di Marino, MC2, Ca’ di Fra, Lia Rumma e ovviamente la Galleria di FORMA, di FORMA-Milano.
Si sa che una fiera non è altro che esposizione in bella vista della mercanzia e vendita vendita vendita. Trattativa, offerta, opzione, pagamento. Ebbene sì. A pensarci bene, una fiera che costa 250 euro al metro quadro (se non erro) non si ripaga così facilmente in tempi di crisi e, soprattutto per chi lavora con giovani artisti, bisogna vendere molto per arrivare almeno a coprire i costi. Ascoltando un po’ di chiacchiere tra galleristi e sentendo il parere dei collezionisti con maggiori contatti, la fiera è andata bene. Il pubblico ha risposto positivamente non solo quantitativamente ma anche da un punto di vista degli acquisti, che non sono mancati.
Tuttavia, resto sconvolta da come questo mondo dell’arte contemporanea, quello strettamente legato alla produzione artistica e al commercio, al mondo delle gallerie e delle quotazioni, delle aste e dei quadri sopra al camino, viva totalmente inconsapevole rispetto a determinate pratiche artistiche ormai molto diffuse in Italia. Mi riferisco nuovamente all’arte partecipata e balamente definita “pubblica”, alla fotografia, al video. Più in generale mi riferisco anche all’utilizzo di questi linguaggi secondo modalità e dinamiche molto diverse, che incontrano il mondo della comunicazione, il web, la grafica e il design, attraverso scambi e commistioni molto libera ma estremamente interessanti. Mentre chi opera in questo senso vede il sistema dell’arte contemporanea tradizionale come un riferimento, come un qualcosa che esiste e con il quale ci si confronta, si prendono le distanze, ci si differenzia o ci si avvicina – perchè no, tanto il collezionista quanto l’artista appartenente al sistema dominante non ha assolutamente presente “l’altra dimensione”. Non la conosce, non la frequenta, non se ne informa e tutto procede come se fossero due mondi differenti.

Labyrinth Fish, di Fulvio di Piazza

Labyrinth Fish, di Fulvio di Piazza

Avendo lavorato a progetti che vedono dinamiche partecipative e relazionali, mi ha colpito il distacco che vivono questi sistemi e quanto i valori, le dinamiche e i principi siano diversi. Anche capendo che il gallerista, in quanto privato, con questo mestiere ci campa, tuttavia è impressionante vedere quanto il collezionismo italiano è ancora legato alla tela, all’idea del pittore che dipinge minuziosamente il soggetto con l’uso consapevole della tavolozza e così via. La fotografia, il video e in generale l’immagine, paradossalmente, non esistono.Mi piacerebbe sapere se questa sensazione, devo dire accompagnata anche da un po’ di malessere, è un sentire solo mio, un po’ sfasato o se anche qualcuno di voi, più o meno esperto, ha avuto la stessa sensazione.

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5 thoughts on “Post Artefiera 2013 – un altro mondo

  1. mi trovi totalmente d’accordo su tutta la linea, io nel mio penultimo post sono stata criticissima.
    Piu’ relazionale, piu’ “new media” art, piu’ fotografia!
    Sono convinta che quest’ultima, soprattutto, le progettualità italiana, è un’oncia che può dare un piccolo margine di ripresa e riportarci tra le eccellenze.

    • Allora siamo super d’accordo. Ho letto il tuo articolo e approvo. Mi sembra assurda, fuori dal tempo, ottusa questa mancanza di fotografia, arte digitale, video, nuovi media all’interno della fiera. Ma la cosa più grave è che sembra che i collezionisti di questo mondo cosi come gli artisti del mondo dell’arte contemporanea trendy non ne siano nemmeno al corrente!

      • voglio pensare che le scelte fatte, soprattutto per le gallerie “medie”, siano dipese da questioni meramente economiche. Nell’altra sezione è scontato che ci fossero i nomoni. La gente non investe in cose effimere.
        Tra l’altro anche “Continua” non aveva, quando sono stata io lì “Wei wei” o altri artisti come Nasr. I pallini che ho visto piazzati erano veramente su cose kitsch. Tipo quel dollaro con gli occhi che giravano da destra a sinistra.
        Per me opera oscena, banale e per niente innovativa.

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