Esonerarti è una scoreggia lunga un sogno

La faccia dell'esonero è come la morte: ce l'hai su senza rendertene conto.

La faccia dell’esonero è come la morte: ce l’hai su senza rendertene conto.

Ogni anno è la stessa storia. Gli allenatori vanno e vengono e i giornali, di solito appena prima delle Idi di Marzo, stilano una poco galante classifica sull’utilità di aver cambiato il responsabile tecnico. Si parla di media punti, ovviamente. Se in una delle peggiori stagioni della storia della Vecchia Signora il primo allenatore Ciro Ferrara – che quest’anno nemmeno ha avuto il lusso di allenare da ex allo Juventus Stadium e, non solo, ha pure dovuto rosicare alla vista dell’inaspettata vittoria dei suoi, si fa per dire, blucerchiati – tenne alla fine una media punti superiore a quella del suo subentrante Alberto Zaccheroni, altre volte si sono viste risalite intrepide. Il tono della cosa, però, è sempre lo stesso. De Carlo salvò un Chievo Verona apparentemente condannato alla serie cadetta per poi venire esonerato dallo stesso Chievo che lo aveva richiamato dopo la sua non felice parentesi di Genova sponda Samp. E di esempi simili ce ne sono a bizzeffe.

Da poche ore il Killer, all’anagrafe Davide Ballardini, è tornato sulla panchina del Genoa, andando a sostituire il Baffo Luigi Delneri – otto punti in dodici partite e un derby perso. L’allenatore divenuto famoso per un’annata particolarmente felice a Cagliari, dove si diceva vivesse in un tugurio attorniato da cassette VHS e DVD per preparare tatticamente le partite della domenica, è una scelta che molti hanno definito con tono salomonico «obbligata». Volendo non considerare la questione tecnica – perché qui poco c’entra, essendo al poco lusinghiero terzo valzer di panchina in poco più di quattro mesi -, voglio immaginare che tale definizione si delinei così drastica in quanto incarni il pensiero che molti hanno avuto: il Presidente Preziosi deve aver voluto richiamare il tecnico che ancora ha sotto contratto. I più precisi verranno a dire che Davide Ballardini è stato esonerato nell’estate del 2011, un annuncio arrivato il 4 Giugno e poi confermato con la transazione economica dell’ulteriore anno di contratto il 15 Luglio. E però le vie del signore sono infinite: chi può sapere, infatti, quanto fosse la pendenza economica tutt’oggi esistente- siamo in periodo di vacche magre per tutti – del Genoa CFC nei confronti del ravvenate da far propendere la scelta su un allenatore che, in fondo, «conosce già l’ambiente», e probabilmente disposto a un re-impasto e rimpolpo del suo credito pregresso? Ma queste sono solo opinioni, del tutto ininfluenti e sopratutto poco disposte a cedere all’irrazionalità spesso dimostrata dal Presidentissimo del Grifone che ha saputo esonerare Gasperini per poi ritrovarsi in casa Malesani, l’uomo dei 21 «cazzi» contro 1 – e soltanto una – «figa».

Il punto, come detto, non è questo. E tutti al giorno d’oggi, tifosi, giornalisti, opinionisti, giocatori e allenatori, sono propensi a credere che sia una cosa normale iniziare una stagione con Gianpaolo e finirla con Beretta, passando per un fugace amore invernale con Arrigoni, dopo un mercato di Gennaio che ti porta a mettere sotto contratto quattro giocatori tra cui il poco redivivo Iaquinta e il sovrappeso Santana. Il punto è che nell’esonero si estrinsecano una serie di fenomeni e variabili sociali e culturali. Ludovico Ariosto verso la fine del 1400 si definiva un «merlo di corte». Definizione piuttosto pregnante del sentimento che dovevano percepire gli intellettuali nei decenni delle Signorie medievali, sempre sull’orlo del patibolo e vicini all’“esonero”, all’epoca noto come allontanamento dal castello, con la conseguente e feroce perdita di tutti i privilegi di stare alla corte di un grande Signore in grado di pagare stipendio, vitto e procurare alloggio. Da questo stato d’animo di costante insicurezza deriva, e l’Ariosto ne è uno splendido interprete, la genesi della captatio benevolentiae. Che di fatto, con espedienti retorici piuttosto piatti e dichiarati, è l’atto con cui l’intellettuale vuole intercettare la condiscendenza del suo Signore e quindi anche la possibilità a rimanere alla sua corte. Non è improprio dire che la captatio fosse uno dei cardini dove si giocavano le chance di panchina dell’Ariosto di turno. Come una letterina di Natale, con poche fortunate e illuminate esclusioni, questa era la parte più comprensibile e digeribile ai coniugi ospitanti di tutta l’opera costruita per il sollazzo del loro spirito. Questa vera e propria prassi retorica, il sentire che la pervade e che ne ispira la ratio, serpeggerà per molti secoli sino ad arrivare nel 1641 a configurarsi in un libello napoletano di tal Torquato Accetto, pubblicato postumo. Della dissimulazione onesta, fu il fortunato titolo. Il dissimulare non è finzione; anzi, è piuttosto un metodo di sopravvivenza, un antidoto rispetto a tutti quelli che baldanzosi annunciano a gran voce promesse indicibili, insostenibili. Questo atteggiamento, dice l’Accetto, è tipico dell’uomo mite e pensoso, e vive di quell’aura mediocritas già identificata da Orazio negli ultimi anni Avanti Cristo. Insomma, è un’attitudine alla normalità, identica a quella in voga oggi che ha portato i giornali a chiamare Stramaccioni il Normal-One e Claudio Ranieri il Normalizzatore. E’ la corrispondenza nei secoli delle perifrasi «pensiamo a salvarci», «la strada è ancora lunga», «mettiamo fieno in cascina», «Quota 40!», che tante volte i Ficcadenti de’ noi altri hanno pronunciato ai microfoni di SkySport. Questo modo di interpretare la vita professionale, tuttavia, non può arginare l’agire del Signore. Per quanto l’Ariosto fu circospetto e docile – e lo fu molto con i famosi versi «Piacciavi, generosa Erculea prole, / ornamento e splendor del secol nostro, / Ippolito, aggradir questo che vuole / e darvi può l’umil servo vostro». – non poté mai sentirsi al riparo dal pericolo di allontanamento; e per uno come lui, Sir Alex Ferguson ante litteram, ci furono moltissimi De Canio nella vita della letteratura e del pensiero. Questo perché il Signore, il Presidente, così splendidamente interpretato al ribasso da Sordi ne Il Presidente del Borgorosso Football Club, ha sempre necessità di un capro espiatorio per placare la folla, quella stessa che il padre di quel Sordi riassumeva con una postilla poetica e mortale «La fola è femina: ama farsi fottere». E’ proprio così, il popolo dei tifosi adora farsi fottere. E così una striscia di risultati negativi possono essere cancellati da un cambio di panchina, che molto spesso è più teso a depistare circa l’offensiva e orrorosa campagna acquisti che altro. In quale ottica, altrimenti, inquadrare uno degli esoneri più straordinari degli ultimi anni?

Quando Gian Piero Gasperini venne allontanato a forza e non senza irosa frustrazione dalla Pinetina tutta Italia se ne chiese il motivo. L’inter del Triplete, la stessa che in un’afosa giornata di Agosto aveva perso contro il Milan in Cina la Supercoppa Italiana, era già senza allenatore. Una squadra tanto vincente quanto evidentemente destinata ad un rapido declino – Mou era lontano e i giocatori con la pancia piena, ricoperti di ancora maggiore oro, dilaniati dall’addio di Eto’o e dai meteorismi di Sneijder -, non aveva più il suo allenatore e nemmeno un’idea tecnica che andasse incontro al suo responsabile tecnico. Le cose non sono cambiate perché se l’arrivo del Mago Rafa Benitez riempì un po’ di rotocalchi, le sue sconfitte ne aggravarono subito la posizione. A casa in tre mesi e nemmeno il tempo, come Cavasin, di perdere qualche chilo. Nessuno ebbe dubbi: il problema non erano Benitez o il Gasp; il problema era (e forse è) Massimo Moratti. Presidente all’epoca non del tutto ristabilito dalla partenza dello Special-One che, come ogni amante sedotto e abbandonato, non pensa ad altro che al riottoso ex, e non fa  altro se non rimpiazzarlo con un simulacro qualunque che non ama, non vuole, e che anzi detesta e presto distruggerà. A questo proposito l’esonero si configura come il gesto che ha meno a che fare con la programmazione e con la progettualità di tutte le possibili bestemmie e ripicche che si possono vedere per i campi di gioco e le sedi societarie. La Sampdoria del compianto Riccardo Garrone, il 29 Ottobre 2010 allontanò Antonio Cassano dalla rosa, per poi cederlo al Milan nel mese di Gennaio del 2011. Nella stagione precedente, quella dei miracoli dell’improbabile Delneri, nelle partite senza Fantantonio il percorso dei doriani era netto. Alle volte togliere ha più senso che aggiungere. Ma non l’allenatore; con il quale, si suppone, la società ha costruito un certo percorso durante l’estate. Avrebbe un significato senza dubbio plebiscitario sondare quali esoneri siano sopraggiunti per veritiere questioni di incompatibilità tra allenatore e gruppo, e incongruenze tra percorso tecnico e realtà dei fatti.  L’aleatorietà dei valzer dei pini sta tutta qui. Nei gessati con rever a lancia anni Duemila di Nedo Sonetti: salvarsi con lui nella contemporaneità – e i casi non mancano – lo dimostra. L’esonero è la quintessenza della peristalsi presidenziale; quella che porta nella notte appena seguente l’ultima sconfitta, magari davanti a taglieri di salumi e abbondanti quantità di cotechini e ogni cotillon mangereccio, a rinnegare tutto il pregresso. Cacciare il merlo di corte ha lo stesso irrisorio valore; e a chi dice, splendido nella sua inutilità, che «serviva una scossa» si può chiedere di mettere due dita nella presa. Costa meno ed è terriblement chic come scriveva Marcel Duchamp.

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