Ecco la nuova Agenda Bankitalia.

VISCO, TERZO GOVERNATORE LAUREATO IN ECONOMIA ALLA SAPIENZA

Come tutti sapete, due giorni fa Bankitalia ha pubblicato i dati delle previsioni per il 2013. Prima di parlarne, vediamoli, postulandone naturalmente la veridicità e la buona fede: le stime sulle crescita del 2012 indicano un tasso del -2,1% (quelle definitive arriveranno nella seconda metà di marzo, ma dovrebbero attestarsi intorno a questa cifra) e anche le previsioni per quest’anno solare hanno segno negativo (-1% di PIL, con un picco  di disoccupazione vicino al 12%, cioè qualcosa come 7milioni di persone), il tutto a dispetto di quelle di dodici mesi fa, che parlavano di un potenziale +1,3%. Ahinoi, invece, per rivedere un “+” davanti al dato della crescita annua, dovremmo (e dovremo) aspettare il 2014, per il quale si parla di un +0,7% (dato comunque piuttosto basso, ma se non altro di segno inverso rispetto ad oggi).

Questi dati e i relativi problemi emersi non sono certo roba nuova, basti pensare che già a settembre, in questo articolo, anche noi provammo a tracciare una linea di possibile condotta per affrontare questi temi. Ma, si dirà, se anche questi cretini di Potato Pie Bad Business [cioè noi] si erano accorti di queste difficoltà, perché non è stato fatto nulla prima? La domanda, però, è solo apparentemente acuta, per lo meno se si prova a leggere la realtà nel modo che segue: l’Italia, non è stata vittima di una crisi (tanto per usare un termine poco inflazionato), bensì della sovrapposizione di due differenti crisi concomitanti, non necessariamente e direttamente dipendenti l’una dall’altra (per quanto, per certi versi, legate indissolubilmente a doppio filo). La prima, in ordine di estensione, è la crisi (finanziaria) del credito che ha colpito l’Europa e che tutti conosciamo, la seconda, più specificamente italiana, è il nodo che viene al pettine della difficoltà di organizzare il Paese in modo da produrre ricchezza ed impiego (guarda caso i temi emersi dal rapporto di Bankitalia di cui sopra).

L’operazione di dividere da un punto di vista teorico le due prospettive di crisi non è certo un’invenzione brillante, ma sottolinearla serve per comprendere come la propagandistica lotta all’austerity cui stiamo assistendo in questi giorni sia unicamente di carattere opportunistico: Monti, in questi mesi, è tacciato da tutta Italia di non aver tenuto in considerazione la crescita del “Paese reale”; i partiti che hanno sostenuto il Governo giocano ai rispettivi scarica-barile per stabilire chi voleva più attenzione a questi temi e chi, al contrario, ha bloccato tutto in nome del rigore; coloro che il Governo non lo sostenevano gridano alla scandalo di un Paese venduto alle banche etc. Ma se noi separiamo le due prospettive come sopra, ci accorgiamo che, in realtà, i provvedimenti su cui i singoli partiti e il Governo erano in disaccordo, riguardavano tutti discussioni mirate alle problematiche di organizzazione interna (per esempio lavoro, giustizia, legge elettorale), mentre sulle questioni “esterne”, la maggioranza è sempre stata compatta.

La tesi è che Monti (come Governo) avrebbe fallito solamente (ma sempre) quando ha provato ad attuare interventi che esulavano dal rapporto con l’Europa. La politica estera, soprattutto dal punto di vista economico, ha sempre influito sulle macroscelte dei Governi italiani (si pensi alla Guerra di Crimea, o alla Battaglia di Sedan, o, più recentemente, al Piano Marshall, o agli Euromissili), ma mentre una volta si poteva scegliere se entrare nell’orbita sovietica o in quella statunitense -e quindi la scelta aveva forte connotazione politica- adesso la scelta non esiste, perché il punto di riferimento è l’Europa unica. Voglio dire, posto che se non ci si vuole isolare è necessario inserirsi nei sistemi economici di portata mondiale, adesso l’adesione a questo sistema non può originare prospettive diverse, perché noi non possiamo scegliere l’Europa, siamo noi stessi l’Europa (che non è uno slogan, ma significa che formalmente siamo già seduti al Parlamento Europeo).

Ecco che, quindi, dovendoci relazionare come Italia nei confronti dei nostri colleghi e vicini di casa, si è mantenuto un atteggiamento compatto e austero. E questo è stato possibile solo ed esclusivamente in virtù della scelta di adottare un Governo tecnico, proprio per garantire l’unità laddove necessaria, perché il dibattito si svolgeva nel confronto tra nazioni, non tra fazioni politiche nazionali, quindi non poteva essere compromesso da questioni e meccanismi interni. Tutto questo per dire cosa? Semplicemente che credo sia inopportuno scagliarsi contro il Monti per non aver superato la crisi interna, poiché il suo compito principale era semplicemente un altro. Certo, il Governo ha provato a prendere due piccioni con una fava, ma è stato impossibile, e questo non per inefficienza -o per i capricci dei partiti (come insinua qualcuno)-, ma perché la Democrazia esiste e funziona ancora, per ora.

Per intervenire sulla crisi interna è (ed era) necessario un Governo politico, possibilmente con una maggioranza tale da garantire una certa governabilità. Questo era impossibile l’anno scorso: da un lato perché Berlusconi aveva perso pezzo per pezzo la sua mastodontica maggioranza, dall’altro perché eventuali elezioni anticipate non avrebbero garantito la solidità necessaria per confrontarsi con la crisi di primo tipo.

Se fino ad oggi le campagne elettorali si sono caratterizzate come confronto dei candidati rispetto all’esperienza Monti e al suo superamento, adesso Bankitalia, con la pubblicazione di questi dati, pone le fondamenta per il superamento di questo confronto (logicamente errato perché i due elementi del paragone riferiscono le loro azioni a oggetti diversi) permettendo che, a partire dai numeri, si sviluppi un confronto democratico tra le diverse soluzioni in campo.

Giancarlo Mazzetti

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