Pep Guardiola e il calcio che s’avvera

Un uomo con la testa sulle spalle.

Un uomo con la testa sulle spalle.

Adesso è facile. Adesso tutti dicono che il Bayern è una grande squadra e ha uno splendido progetto, e un bellissimo stadio, e che la Bundesliga la vince (quasi) sempre. Pep Guardiola sarà il prossimo allenatore dei bavaresi e al di là dei dettagli contrattuali – il triennale e l’opzione per gli altri tre, gli stipendi ed i premi – quello che potrebbe assumere tratti se non incredibili per lo meno suggestivi è proprio la scelta del plurivincitore blau grana. Una considerazione e un piccolo ragionamento a ritroso è necessario farlo: quali sono stati gli allenatori più desiderati che ha offerto il mercato negli ultimi cinque anni e quali scelte hanno fatto?

Il pallone è un grande e splendido casino. Ecco perché non vale la pena risalire la corrente del suo mercato più a lungo di millecinquecento giorni. Il primo dei cetacei della panchina è stato Fabio Capello. Dopo calciopoli e un po’ di contatti esotici il suo passaporto viene timbrato al Barajas dalla Guardia Civil di Madrid. Lì allena il campionato più controverso della storia madrilena, con Emerson che si rifiuta di entrare in campo, esprimendo il peggior calcio ogni epoca dei blancos e – ovviamente viene da dire – vincendo con il suo sorriso impagliato e il capello tinto di un castano con cangiature rossicce da acero giapponese. Poi tocca ad Ancelotti. Il tortellino esce dal ciclo che lo ha reso famoso e ha permesso il ribaltamento del suo vero nickname nello striscione tirato fuori da quella che al secolo era la Fossa «Col maiale sempre in finale». Lui va in Premier, nonostante una fonetica inglese che assomiglia molto al dialetto parmigiano. Un double, molte critiche e poi via, ripescato dall’amico Leonardo che lo ricopre d’oro nero alla corte degli emiri. Adesso allena una squadra che assomiglia ad una hall-of-fame e perde un po’ di partite qui e là. Arriva il momento di Mourinho. Lo special-one vince e stravince all’Inter e, come tutti i giocatori saggi, merce a dire il vero molto rara, decide di cambiare. Il suo posto di lavoro successivo non è qualunque: è il Real dei Galacticos. E’ lì per vincere la Champions League, e allo stato attuale delle cose viene da pensare che non ci riuscirà – ma quest’anno il livello generale potrebbe anche concedergli una chance. Quello per cui viene ricordato, ad ora, è un mitico litigio con Jorge Valdano con sceneggiatura da soap brasiliana e una altrettanto sorprendente quanto diabolicamente geniale strategia, quella che passò per la richiesta, mano davanti alla bocca, a Sergio Ramos di farsi ammonire di proposito per saltare l’inutile e innocuo turno successivo (il Real era già qualificato). Dopo questi tre* è il turno di Pep Guardiola. Tutto il mondo lo vuole. Nel calcio contemporaneo se hai vinto quello che può lustrare il bel catalano, hai la possibilità di scegliere il tuo prossimo posto di lavoro. Sempre nel calcio contemporaneo, se vuoi provare a vincere ancora hai tre possibilità: la Premier degli emiri, la Francia degli emiri, la Spagna delle corporazioni ancora (e inspiegabilmente) sostenute dagli istituti bancari. E ancora e sempre nel calcio contemporaneo, se vuoi fare i soldi puoi andare: in Russia ad allenare Eto’o, in qualche Federazione garibaldina che ti promette grandi flussi finanziari, un paio di guardie del corpo a rotazione e un alloggio downtown con prostitute a tua disposizione. Rimangono poi le scelte thrilling, quelle che gli americani chiamerebbero sfidanti: cercare di scansare dalla panchina Sir Alex Ferguson, per esempio. Per buon cuore dei milanisti non citeremo qui la possibilità che Guardiola venisse ad allenare Acerbi e la considereremo l’ennesima trappola pre-elettorale del Presidente Berlusconi. Ecco. Guardiola ha fatto qualcosa che nonostante adesso trovi giustificazioni un po’ ovunque è del tutto fuori dall’ordinario. Non possiamo immaginare, lo vedremo da Luglio in avanti, quali e quante promesse tecniche la dirigenza bavarese abbia fatto e firmato. Ma, in mancanza di questo, possiamo considerare la scelta dell’allenatore di Santpedor una piccola stella alpina per i crepacci del Monte Rosa. Perché se è vero che il Bayern eccelle in organizzazione e solidità finanziaria, se ha dimostrato nell’anno degli acquisti Ribery-Toni di saper e poter spendere, è pur sempre una società che con freddezza e volontà si impone il pareggio di bilancio e ha sempre dimostrato molta accuratezza nella gestione del mercato in entrata e in uscita. Se la probabilità di una campagna acquisti lussuosa a Monaco è in ascesa non lo è di meno la sensazione che non sarà una qualunquista asta da parvenu nord-africani. La verità è che l’allenatore che più di tutti ha saputo impressionare il mondo nelle interviste sempre intelligenti e posate, che ha dominato e stravinto con una squadra forse per molti motivi irreplicabile per beltà e tasso di fastidio, ha siglato un contratto con una società gloriosa e tedesca, molto distante dalla tipologia di calcio e di composizione tecnica che ha reso Guardiola «Guardiola». Pep ha dato al mondo del calcio contemporaneo innumerevoli motivi di riflessione; perché se molti dei più saggi “pensatori” di questo sport si sono sempre espressi contro l’abuso del concetto – cenotafio se ce ne è uno – di progetto, questa volta la sensazione di essere di fronte a qualcosa di diverso esiste. E allora il fuoco dell’indagine si sposta con un automatismo freddo e logico sulle due figure che dovranno stare al fianco di un allenatore che di scelte di mercato sbagliate ne ha molte nel famoso armadio degli scheletri: sono  Karl-Heinz Rummenigge e Uli Hoeness. Il primo Presidente operativo, il secondo General Manager, l’uomo dietro a molte delle decisioni del Bayern in fatto di acquisti e cessioni. Quello che resta da fare è aspettare il tedesco di Guardiola, il mercato dei bavaresi rossi  e, infine, il risultato del prato verde. Intanto la prima grande certezza è che gli emiri stanno fin qui con i loro uomini e che tutti noi proveremo ad arrovellarci nell’interessante e profittevole esercizio di immaginare le potenzialità fragorose di Muller nel gioco di Pep, le difficoltà di SuperMario Gomez e la strategia di un uomo che difficilmente potrà pensare a pretoriani e vecchi amici, inchiodati, si fa per dire, da contratti fanta-plutonici in maglia catalana. E bravo Pep, la sfida, di certo, te la sei scelta bene. Grazie in advance per le pagine che verranno.

* Non sono stati citati qui, per brevità e per leggera minore autorevolezza, Gus Hiddink, Luciano Spalletti e Roberto Mancini. Sarebbe stato invece impossibile citare André Villas Boas.

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5 thoughts on “Pep Guardiola e il calcio che s’avvera

    • Grazie della segnalazione. Confusione e deformazione personale (Ettore è un artista contemporaneo italiano). 🙂

      Luciano, ovviamente!

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