Il Pallone è una bolla di sapone

Picture 2Dalla scorsa stagione, il campionato di calcio – commercialmente – definito Serie A Tim porta una squadra di club in meno alla fase di qualificazione della Champions League, ma fatemelo dire: Meno Male! La situazione del calcio italiano è una limpida metafora della mentecatta condizione politica del paese. Ma quel che è peggio, è che non si intravedono nemmeno le basi per una ripartenza. Tant’è che per non lasciare speranze, su quelle poche zone fertili che erano rimaste sul campo è stato sparso il sale della rielezione di Abete a Presidente della Lega Calcio. Gli stadi vuoti, le qualità tattico-tecniche latitanti, il giornalismo inesistente e una cultura popolare dello sport estremamente bassa e con scarsa identità: tutti questi fattori (e altri) contribuiscono al lento e inevitabile declino del calcio in Italia; quello di cui tutti parlano, ma che nessuno vuole scongiurare veramente.

Tempo fa mi lamentavo di come si potesse pensare che il calcio italiano avesse le ali tarpate a causa della mancanza di fondi da investire (il pallone si gioca, non si compera), eppure ora mi spiego per quale ragione il giornalismo sportivo eleggeva tale mancanza a motivo principe per la decadenza del nostro calcio: perché sotto la coltre di denaro che si è lentamente alzata negli scorsi anni, non c’è nulla. Nulla di nulla. È una terra desolata, un mare di depressione, un’anoressica figura che manca di identità e cultura. Ma i giornalisti sportivi non lo hanno mai potuto dire a voce alta, sarebbe come se i politici si tagliassero veramente il reddito. Insomma, non ci vuole un luminare per capire che la situazione di ammodernamento di questo meraviglioso sport è indietro anni luce. Si dovrebbe compiere una rimonta di quelle della prima Inter di Mancini, quella che aveva la pareggite. Allo stato attuale siamo tanto indietro che farebbe prima mia nonna a diventare Hipster.

Anzitutto, la struttura commerciale del prodotto-calcio-italiano è invendibile. Le società sono ricolme di debiti che lievitano di anno in anno: non possono investire nelle infrastrutture perché i pochi soldi a disposizione vengono destinati alle “risorse umane” – i giocatori – per consentire alle squadre di “lignaggio superiore” di rimanere attaccate alla carretta Europa, a sua volta un traguardo importate per il bilancio, che verrà poi reinvestito in giocatori, e così via. Ed ecco che arriva la questione diritti televisivi: anzitutto, la torta messa a disposizione dalle televisioni private (perché quella pubblica praticamente non ci mette nemmeno lo zuccero al velo) è spartito cannibalisticamente da 4/5 società come segue: Juventus circa 100 milioni, milanesi o meneghine circa 90, Napoli e Roma circa 65; via via le altre ad esaurimento crediti. Sembra quindi che le televisioni private abbiano tutto l’interesse a mantenere la desertica desolazione sugli spalti degli stadi per guadagnare invece in pubblico da divano, ma se fosse così sarebbe anticostruttivo. Non è un cane che si morde la coda, è un belga che intinge le patatine fritte nel purè.

La vera maledizione, inoltre, è il dualismo televisivo-calcistico italiano che vede da una parte il prodotto tuttosommato all’avanguardia dei canali privati (che può però ben poco, dato il bacino di utenza che raccoglie), mentre dall’alto si deve accontentare di un prodotto scarso e privo di investimenti propinato alla maggior parte dell’utenza da un canale pubblico vecchio e privo di idee. Come in politica.

Lo spettacolo dello sport è quanto di più desolante: gli stadi vuoti sembrano le frontiere europee abbandonate dopo il trattato di Schengen. Per di più, la bruttezza e l’inadeguatezza delle infrastrutture è messa in risalto proprio dalla mancanza di pubblico e dalla scarsa presenza delle tifoserie organizzate che quantomeno – fintanto che occupavano un settore degli spalti – fornivano colore e folclore alla cornice di pubblico. Lo stadio di San Siro è ora più simile all’omonimo ospizio Trivulzio, quello a cui aveva fatto qualche donazione illecita Belusconi. Sugli spalti del Meazza, nei tempi d’oro si urlava pure a qualche vecchio giocatore che aveva ‘rotto’ “Ma vai alla Baggina”, intendendo proprio il Trivulzio. Il gioco medio delle squadre italiane è regredito pesantemente agli anni novanta: dalla bocca degli allenatori fioccano elogi per la difesa a tre e per i centrocampo robusti e combattivi. Gli allenatori non hanno più idee, e le idee non sono più adatte ad essere attuate in un contesto sportivo che è gravemente mancante. Sarebbe riduttivo definire preocupato un tifoso milanista in vista del doppio confronto con i moschettieri catalani del Barcellona, che faranno manbassa negli ottavi del torneo, traguardo raggiunto dal Milan, peraltro, con una fortunosa pedata nel sedere.

Ed ecco che arriviamo al paradosso: sembra che la preoccupazione più immediata dei ‘lungimiranti’ dirigenti calcistici italiani – quelli che, per intenderci, hanno deciso di affidare la rinascita della Roma ad un giovane innovatore come Zeman, che hanno investito su talenti in erba come la Fiorentina con Toni e il Milan con Montolivo – sia il terrore di non vedere più una grande stella internazionale solcare le fertili praterie dei campi della Serie A. Se ne preoccupano anche i giornalisti, che fra poco dovranno faticare non poco per creare figure mediatiche succulente prendendo spunto da quello che il calcio italiano sarà capace di offrire.

La domanda è dunque retorica: perché continuare ad accanirsi sul calcio quando è chiaro a tutti che non c’è interesse a rendere il pallone qualcosa di diverso da quello che è stato negli ultimi 25 anni? Perché andare a votare se non esiste la prospettiva di un cambio radicale della società (e non della politica o dei politici)?

Tempo fa, camminando per i tunnel della metropolitana di Londra, ci si poteva imbattere in certi cartelloni pubblicitari molto particolari: in alcuni compariva l’immagine di un mendicante al bordo di un marciapiede, in altri un musicista tra un corridoio e l’altro della Central Line, alcuni ritraevano un giocogliere che intrattiene i ragazzini a Covent Garden, in altri ancora un artigiano scolpiva fiori nelle rape rosse: lo slogan era questo “Dont’t Be Shy: Help Beggars If You Can!”.

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One thought on “Il Pallone è una bolla di sapone

  1. Ciao, scusa la pignoleria ma Abete è presidente della Federcalcio, il presidente della lega è Beretta.
    Sono parzialmente d’accordo con te: sulla Roma non sarei così negativo, visto che sta investendo su giovani di grandi potenzialità [Marquinhos, Destro, Lamela, Florenzi]; il Milan punta spesso sui vecchioni a fine carriera, ma sta puntando su El Shaarawi e De Sciglio, ed è un esempio di lungimiranza; la Juve ha già il suo stadio di proprietà. Insomma, qualche elemento positivo c’è rispetto al passato. La povertà economica sta spingendo le tre società ad investire di più sui giovani: solo la Lazio mi sembra puntare troppo su giocatori a fine carriera.
    Sono d’accordo sul fatto che le società dovrebbero investire di più per aumentare i ricavi, più che per comprare giocatori di livello medio: a che serve comprare Borriello, soprattutto se deve fare la quinta punta? Tanto vale investire quei pochi soldi nello sviluppo del marchio e nella sua commercializzazione, per aumentare il fatturato.

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