Weekend con il morto – James Joyce

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James Joyce non è solamente un uomo dal pennino raffinato, uno scrittore tra i più grandi della letteratura Mondiale e un irlandese (elemento che rappresenta un vantaggio ragguardevole). È soprattutto una vera e propra istituzione culturare e un punto di riferimento per il suo popolo. Nel 1954, in occasione del 50 anniversario della pubblicazione di Ulysses, venne istituita in Irlanda la festività del Lá Bloom, meglio conosciuta come il Bloomsday, che si celebra il 16 giugno per onorare Leopold Bloom, il protagonista del romanzo.

Il 16 giugno del 2011 Twitter ha sperimentato una lunghissima sessione di messaggi all’indirizzo dell’account @Ulysses cercando di sperimentare cosa ne sarebbe stato del romanzo spezzettato in brevi messaggi da 140 caratteri l’uno. Un’enesima frontiera dello sperimentalismo letterario portato alla ribalta in quest’era mediatica. A lui va l’onore, peraltro, di avere scritto il più incomprensibile e intraducibile romanzo nella storia della sperimentazione letteraria: Finnegan’s Wake, il libro fiume, fu un’evoluzione di quello che aveva fatto raccontando la giornata di Leopold.

Dunque Joyce, cagionevole e cinofobo, lungilineo, aquilino e lungiforme, fu uno dei più grandi sperimentatori della storia della cultura occidentale, tanto da migrare – coercitivamente però – dai gaelici sobborghi lussuriosi di Bray (Dublino), verso le instabili regioni friulane, dove l’identità culturale era in piena metamorfosi. Fu qui che il picoolo irlandese, accompagnato dalla moglie Nora, riuscì a mettere a fuoco le proprie capacità letterarie sia su se stesso sia sugli altri talenti. Diede una bella spinta alla fama italica di Italo Svevo – per la gioia di tutti gli italiani, tra l’altro, che sarebbero stati invece privati di una delle più grandi personalità della loro cultura.

James Joyce era un ometto pulitino, un gran bevitore, poteva essere estremamente pungente e allo stesso tempo debole e indifeso. La sua personalità letteraria fluttua in un era in cui la cultura inizia a conoscere materialmente discipline come la psicoanalisi, idealismi come il futurismo, e la storia si inasprisce di conflitti – con le armi e con le cambiali. Fu nomade errante in Europa tra la Gran Bretagna, Parigi, l’Italia e la Svizzera (quando le vicende della Prima Guerra Mondiale lo portarono all’esilio, ancora una volta, in territorio franco).

Leggere Joyce non è semplice. Trovare un filo conduttore nella sua produzione letteraria è forse più semplice sul piano dell’idealismo rispetto a quanto non non lo sia se si cerca di trovare somiglianze all’interno delle storie che racconta (ci si può sempre rifugiare nella mitologia greca). Chi volesse iniziare a conoscerlo potrebbe partire dal piccolo Panphlet A Portrait of the Artist as a Young Man, un racconticello semibiografico in cui il protagonista Stephen Dedalus, emigra per realizzare il suo destino artistico.

Joyce muore a Zurigo, il 13 gennaio del 1941 a causa di un ulcera perforante, mentre le truppe del Terzo Reich mettono a ferro e fuoco l’Europa intera e stanno minacciando la storiaca inviolabilità delle Isole Britanniche. Viene sepolto a Zurigo, insieme alla moglie e al figlio. Di lui ci rimangono, nel XXI secolo, le tante forme della letteratura che ha contribuito a evolvere.

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