La maledizione del Pallone d’oro.

Lione Messi Pallone d'Oro

La pulce, il suo pallone e il suo vestito

Quando Lionel Messi, per tutti quelli che vogliono La pulce, è stato insignito del suo quarto pallone d’oro il mondo del calcio – e tutti i suoi riflessi nel giornalismo, nella letteratura e nell’universo della cronaca – hanno percepito un movimento sussultorio tellurico. Erano le migliaia di tweet e di articoli su blog e contenitori digitali di vario tipo. Ogni essere umano del pianeta ha le proprie opinioni in fatto di premi e cotillon; chi li merita e chi li dovrebbe lasciare al banco. E’ come per il sesso, chiunque, anche per sentito dire, riesce ad avere un’idea su quanto fosse giusto premiare quel piccolo nanetto che quest’anno ha messo insieme lo splendore di 91 goal. Trovo abbastanza ridicolo – ed è un atteggiamento lusinghiero -, sia chi si ritrova a recusare questo premio, tanto quanto chi decide di difenderne la ratio. Come se Lionel Messi e i suoi piedi di fata avessero bisogno di una giustificazione.

Quello che sembra più interessante, allo stato attuale dei fatti, è considerare che cosa ha spinto il mondo del calcio e prima di questo i giornalisti di France Futbool a concedere ad un venticinquenne il lusso di poter essere ritenuto in base di premi individuali il giocatore più forte della storia del gioco. Titolo tanto fascinoso per determinazione, quanto inadeguato nell’essenza. Su questa sentenza per molti versi storica si abbatte un evento formale che è bene considerare: nel 2010 il Pallone d’Oro si fonda con il FIFA World Player of the Year e cambia parzialmente metodo di votazione e conferimento. A votare, adesso, sono anche colleghi calciatori e allenatori. E nulla come l’auto-referenzialità  e banalità d’opinione del mondo del football sono efficaci alla stregua di elementi reazionari e conservatori. La pulce, così, fa il poker. E proprio il 2010 è l’anno che molti ribattezzano «del grande scandalo» del cotillon più d’oro di tutti: nessun calciatore del Triplete di Mourinho, nemmeno lo Wesley Sneijder che ha portato – con il solido aiuto di Ariel Robben – l’Olanda dei fabbri-ferrai in finale Mondiale, è sul podio del Balòn d’Or. Questa potrebbe essere una prova, a dire il vero tanto scontata quanto dibattuta, dell’arbitrarietà – e non potrebbe essere il contrario – dei premi. Se un signor nessuno – all’anagrafe tal Duilio Poggiolini – nel lontano 1994 osò mettere in dubbio il Nobel della compianta Rita Levi Montalcini, è del tutto plausibile che ci sia metà del mondo contrario all’assegnazione di un premio calcistico. Dove si valutano dei gol, delle acrobazie, delle partite, delle follie. Ed infatti si può dare ragione a chi congettura su quel 2010 e sull’inspiegabile assenza nella terna finale dei nomi di quelli dell’orange Sneijder e del Principe Milito; così come a chi si rivolge al Pallone d’oro del 2001 di Michael Owen come a quello più integro dell’ultima decade e più, avendo egli vinto in quell’anno solare sei trofei (pur esclusa la Champion’s League); così come chi considera quello di Pavel Nedved un premio di consolazione, non avendo il ceco potuto disputare la finalissima di Manchester, quando il suo diretto rivale Paolo Maldini non solo fu in campo ma ne risultò anche vincitore. E chi più ne ha, più ne voglia mettere. A tutti gli effetti il Pallone d’Oro, un premio che assomiglia ad una piroetta in bilico su una fune a duecento metri d’altezza tanto è decifrabile il calcio contemporaneo di questi livelli – davvero rispondete con certezza su chi sia il più forte, perifrasi abusata quanto insignificante, tra Ronaldo e Messi -, è assegnato da persone che guardano il calcio di un anno, e non sempre con attenzione, e lo sintetizzano in un voto. Al di là delle piccole beghe di quartiere quello che sembra più logico considerare è che Messi sia arrivato alla terna di palloni pesanti proprio nella stagione del record assoluto di 91 reti in 365 giorni di calcio. Per questa coincidenza poco casuale era troppo irresistibile l’idea di consacrarlo con la notte di Zurigo come il giocatore più forte. Chi avrebbe potuto resistere a dare questo premio? Arrivati a questo punto, rotto il sigillo della critica nel 2010, sarebbe stato quasi delittuoso e forse inutilmente cinico fermare l’ascesa dell’argentino proprio adesso. E questo, insieme a piccoli altri indizi, rende il giusto peso della cosa: è un premio sul cui risultato pendono variabili decisamente poco ponderabili, il cui sistema di riferimento – il mondo del calcio -, il metodo di votazione – che coinvolge calciatori e allenatori -, l’eco e la caratteristica almanacchistica, portano a delinearlo come un soffio di vento nell’etere delle informazioni. A chi si spartisce le colonne dei giornali va ricordato che la vera argenteria pesante è costituita da Coppe e Mondiali e che ogni riferimento a questa seconda parola può anche non essere del tutto casuale. Chiunque metta in dubbio che un giocatore da 91 reti in un anno solare possa vincere quattro, cinque, sei palloni d’oro, il consiglio del medico potrebbe essere: mille ore di DVD sul ruolo dell’attaccante moderno. Chiunque se la prenda per un premio così aleatorio, con un sistema di riferimento a tal punto traballante, non considera a tutto tondo la questione. Molti hanno avuto a ridire sul vestito con cui l’argentino ha alzato la ferraglia dorata, un chiaro riferimento che faticherei a chiamare omaggio, a Diego Armando Maradona. Ecco, anche in questo è possibile intravedere tutta la splendida e commovente inadeguatezza e assoluta parzialità dei nostri giudizi calcistici, nonché la giustificata litigiosità delle nostre piccole beghe e discussioni sempiterne su questo mondo patinato e anche fangoso. Tra le varie citazioni e record che i premi scolpiscono e portano in dicitura, Lionel Messi vede scritto anche il seguente: «Unico calciatore argentino ad aver vinto il Pallone d’oro». 

Al puzzle manca sempre un pezzo.

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