New York vs. i suoi musei.

Vista con neve dal New Museum. New York.

Vista con neve dal New Museum. New York.

L’aria è fredda, ed è normale. I turisti, prima ancora che dalle Lonely Planet, si riconoscono per via del fatto che vivono imbustati e imbertati in sciarpe e cappelli. I newyorchesi vivono il freddo invernale con naturalezza. E all’accenno pallido di sole, si svestono, e addirittura si tolgono le calze. La Bowery scende e costeggia da una parte Soho. Ma ha poco amore per quella fetta di Mela. Preferisce il lower east side e infatti sulla strada e sul marciapiede largo che si concede ai camion per il carico scarico, proliferano negozi di cinesi che vendono all’ingrosso pentolame e ogni sorta di elemento accessorio per bar e tavernette. Le vetrine sono illuminate dalle diciture a led dei vari birrifici multinazionali. Il New Museum è qui.

Il suo stile, quello finto debosciato dei ragazzi al ticket counter o allo shop, strizza l’occhio a tutto questo e gli conferisce un carattere vagamente farlocco e in-autentico. In ogni museo di New York c’è molta gente. Persone di tutti i tipi che ascoltano, che guardano, che vagano inconsapevoli, che stemperano il loro carattere in pochi gesti affettati. Gli americani prendono molto sul serio tutto; e così come il cameriere di un locale di alto profilo vi considererà comunque il suo miglior cliente, anche i visitatori hanno tutti l’aria molto impegnata. Il New Museum ha in mostra (ancora per poco) Rosemarie Trockel. Una personale piuttosto incontinente e prolissa di un’artista che negli anni Settanta e Ottanta ha disinnescato anche mediante l’uso indiscriminato del proprio corpo l’ingombrante e seriosissima ieraticità delle generazione di Baselitz&Co. E questo è un merito che non le va tolto. La mostra ha perso quel tono da pecora nera e l’irriverenza degli anni di gioventù. E’ tutta una citazione sovra-esposta e molto costretta. Ed è piccolo piccolo quel lavoro in lana che nella prima sala al secondo piano respira flebile e quasi impaurito a pochi centimetri dal pavimento. Sembra che la Trockel sia un’artista e non più quella pulzella che ha rotto le scatole rumorosamente. Se la si prende da questo lato la New York invernale delle mostre pubbliche non è gran cosa. Oltre al New Museum, salendo di una cinquantina o più di blocchi, c’è il MoMA. Un cetaceo della cultura americana che tutti e proprio tutti visitano con riverenza. Tra le ultime – non ultimissime – trovate di marketing della cultura, in America adesso vige la consuetudine di concedere ad un’artista contemporaneo la possibilità di selezionare una serie di lavori della collezione permanente. Altro non succede. E’ una scelta sottolineata, come se venissero portati all’occhio su un livello diverso; come un consiglio per gli acquisti di qualche pseudo-subrette in ritirata dalla telecamera per via di qualche chilo di troppo che la menopausa ha reso immune alle diete. E così fa Trisha Donnelly per il quarto e quinto piano del museo. Superata la marchetta rimane una mostra formato PS-1 di Bruce Nauman – una scultura e un quadro non all’altezza del maestro americano -, una mostra sull’esperienza visuale del Giappone post bellico, alle prese con il suo prossimo boom economico e con la ricostruzione materiale e psichica della poltiglia che avevano lasciato le due atomiche a stelle e strisce. La collettiva è ridotta all’ammasso, ermetica nella maniera sbagliata. Escludendo l’ovvia presenza di maestri quali Daido Moriyama, e quella impertinente di Yoko Ono, tutto il resto ancorché non di qualità straordinaria, soffre di una malattia anche peggiore. Quella che potremmo chiamare «mutismo critico» oppure «non contestualizzazione», che un gretto quanto inconsapevolmente acuto visitatore romano riassume con una laconica affermazione «Manco sto a capì Picasso, che devo capì a i Giapponesi?». Continuando a salire per la Madison o per la Fifth verso il Carlyle e il suo Bloody Mary si arriva al Whitney. Il Museo americano si triplica. Tre infatti le mostre fatta esclusione per la permanente. Trisha Baga, è il nuovo fenomeno al femminile che presto verrà venduto dalle gallerie più cool d’Europa – qui è già arrivata, avendo contemporaneamente tre shows in città tra musei e gallerie. I suoi video proiettati su oggetti che occupano lo spazio dello schermo e che sbranano pezzetti della storia, e al contempo ne aumentano la portata narrativa, sono tanto arruffati quanto scadenti. I lavori che porta in quello che alcuni artisti d’altri tempi potrebbero definire il ciclo newyorchese, risentono di molti dei mali contemporanei del pensiero visuale: strizzano l’occhio ad elementi estetizzanti e definitivamente di moda e mescolano con un po’ di solipsismo utilizzando a mo’ di minipimer un medium ancora poco commestibile ai più come il video. L’effetto è quello che poteva aver avuto Borroughs ai tempi, ma senza il talento. Quando sali di un piano ti imbatti poi in una inusuale quanto interessante mostra di Richard Artschwager.

Esclamation point (Chartreuse), 2008

Esclamation point (Chartreuse), 2008

Artista minimalista americano scomparso tanto nei battiti cardiaci quanto nei testi di storia dell’arte. E lo show mostra non solo una vasta e capillare selezione dei suoi lavori, disposta secondo criterio cronologico; ma soprattutto une delle più tenere e umane vicissitudini dell’artista: la progressiva, normalissima e spesso eclissata, mascherata, imbellettata, tendenza ad invecchiare, rincoglionire, perdere il colpo. Così capita a tutti, con poche e rarissime eccezioni. Ed anche al buon Richard. Che nel corso della sua produzione subisce rallentamenti e addirittura auto-ritorsioni che lo bloccano e lo intrappolano, forse lo deprimono, prima della dissoluzione delle idee, l’indebolimento e la rarefazione del pensiero, per arrivare alla serialità vuota degli ultimi anni. E’ commovente percepirlo con chiarezza conclamabile qui. E così si è disposti a perdonare gli orrori degli altri livelli, quelli della già citata africana e di Wade Guyton, nonché la mostra dedicata al lato sinistro, macabro, nero, del pop. Sinister Pop tradisce la morbosa relazione dell’America verso gli anni di Andy e amichetti della factrory e, ahimé, soffre di logorrea. Una buona mostra si poteva fare con la metà dei pezzi presenti, così per dire, quasi a voler ricordare una cosa spesso dimenticata oggi, che la storia dell’arte non si fa aggiungendo pagine al libro, ma strappandone.

Il privilegio di vedere una mostra fuori dal comune ce l’ha chi ha superato l’austerità tutta arazzi e tendaggi del Met. Nella Thomas J. Watson Library è ospitata una forsennata e amplissima mostra sul genio di Abraham Roentgen e di suo figlio David. Questi ebanisti, ma sarebbe meglio chiamarli piccoli maestri del legno e del mobile, maghi illusionisti della scultura artigiana, dilettano a distanza di tre secoli i visitatori sbalorditi mediante ogni sorta di complicazione e di effetto illusorio e funzionale delle loro sculture definite nei testi, con splendido understatment, «furnitures» per i palazzi dei grandi padroni dell’Europa dell’epoca.

Alcuni dei mobili in mostra al MET

Alcuni dei mobili in mostra al MET

Ci sono storie dentro quei mobili fantastici, come i debiti che alcuni grandi potenti mittel-europei hanno fatto per potersi comprare uno scrittoio o un tavolo da backgammon.   E’ proprio qui che viene in mente che l’arte è altra cosa, e che l’artigianato a questi livelli ha comunque una sua dignità talmente alta da rivaleggiare per importanza e imponenza con gli imperi industriali. Osservando i video per i tablet disposti nelle sale del Met, dove incanutiti conservatori dai guanti di lana bianca anti-tutto illustrano la complessità dei mobili e i loro cassetti irreperibili, i meccanismi flessuosi che trasformano il legno in materiale di movimento, viene in mente che Abraham e David Roentgen possono stare al tavolo ed essere paragonati a Rockfeller, alla famiglia Agnelli, a Thomas Edison. Perché il genio non ha limiti di espressione e non v’è un modo di misurarne, a questi splendidi livelli, l’impatto reale nel mondo. La New York dei musei, a differenza di questa Italia, ha questo pregio: di essere a tal punto varia e abituata a cambiare pelle che vive con tranquillità l’effettiva possibilità di essere alle volte insoddisfacente. E se il contemporaneo, anche qui, non offre molto su cui riflettere, si può sempre uscire dal New Museum e prendere per Soho. Si incontrano le vetrine dei negozi che si mascherano da trasandati con futile e vana apparenza, per rivelarsi ben presto piccole perle di ricercatezza. Poco oltre nel quartiere si arriva a Wooster Street. In duecento metri da qui si possono vedere due siti distaccati della DIA Art Foundation. Sono due opere di Walter De Maria. Si deve suonare un campanello metallico a pulsanti. Quello giusto è il 2B. Una scala stretta in legno e linoleum propone due rampe ripide e la porta getta sul una stanza interamente piena, come una bignola, si dovrebbe forse dire cosparsa come fosse pelle, di terriccio umido. L’odore pesante di argilla, di pioggia e terreno entra nei vestiti ed il silenzio di questo secondo piano, inaspettatamente, consegna un senso di pace che tutto quel marrone scuro sembra attaccare. E’ una pace inquieta, dissolta nello sguardo gentile e placido del custode che tace silente dietro ad una scrivania, sulla sinistra dell’ingresso. Al 339 di West Broadway c’è la seconda. Al pian terreno di un palazzo che ha tutte le sembianze di un negozio d’alta moda e la cui sala è percorsa da file di colonne con strigilature e capitelli sta The Broken Kilometer.

The broken kilometer

The broken kilometer

Un lavoro composto da cinquecento barre d’ottone ad una distanza che aumenta proporzionalmente di cinque millimetri. Uscendo un po’ tramortiti da quella distesa in apparente ripetizione aritmetica ed equilibrio geometrico è possibile prendere un piccolo foglietto con una introduzione minimale di venti righe. Altro non c’è. Le foto sono proibite. Leggendolo di sfuggita si vedrà che l’opera è li dal 1979. Sempre lì, curata nella sua semplicità e anche un po’ abbandonata, per quella scacchiera di vie così di moda adesso. Uscendo da Wooster street per chi non è americano se non qualche volta nella vita viene da chiedersi come sarebbe vivere in un posto dove da trent’anni si tiene aperta una stanza con dentro del terriccio. Tutta illuminata e pulita, perfetta. Viene da chiederselo e da perdonare la Trockel e tutto il resto.

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