La Musica Così Come La Trovai – Carl Perkins

Brutto era brutto. Su questo non si discute

Brutto era brutto. Su questo non si discute

Memphis, Tennessee. Metà degli anni cinquanta. Un tizio di nome Sam Phillips ha un’etichetta discografica. La sua etichetta discografica si chiama Sun Records. I suoi artisti di punta si chiamano Elvis Presley (che in questo pezzo farò finta di odiare per darmi un tono), Roy Orbison (la voce degli dèi), Johnny Cash (un sosia di Franco Oppini molto più dotato di Franco Oppini. Quel Franco Oppini che ha avuto, nella vita, l’unico, ma grandissimo, merito di farsi la Parietti), Jerry Lee Lewis (il cantante preferito di Maverick di Top Gun), e il protagonista della nostra storia di oggi: Carl Perkins, l’anello mancante, colui che ha riportato equilibrio nella forza.

Carl Perkins, roughly speaking, ha fatto, da bianco, ciò che Chuck Berry ha fatto da nero.

I loro stili chitarristici sono molto diversi tra loro. Quello di Perkins è sicuramente più netto, meno incasinato, meno furioso. Deve molto ai Merle Travis e agli altri grandi chitarristi country e bluegrass. Dai chitarristi country eredita una certa monomania per il guitar boogie, dai chitarristi bluegrass eredita invece una grande consapevolezza di quello che può essere la chitarra intesa come strumento ritmico. Ovviamente non è all’oscuro delle intuizioni dei musicisti neri della sua epoca (Chuck Berry compreso).

I due hanno proprio questo in comune: hanno saputo unire, forse meglio di chiunque altro, due tradizioni musicali che, a dire il vero, non erano mai state del tutto separate tra loro, ma che prima di loro non erano state in grado di comunicare l’una con l’altra con la stessa potenza. Hanno eliminato quel fondo di sospetto con cui l’una guardava all’altra, e viceversa. Hanno tolto le chiuse e hanno lasciato che l’acqua inondasse la risaia, per usare un’immagine che capirebbe anche mia nonna. E quel bicordo fu galeotto, per usare un’immagine che capirebbe anche il mio prof d’italiano del liceo (che mi ucciderebbe se venisse a sapere il modo in cui ho iniziato questa frase, e tante altre frasi.). Si sono fatti, il country e il blues, una bella scopata, per usare un’immagine che capirebbe anche il mio falegname.

Carl Perkins è stato un musicista sfortunato. La sua più grande sfortuna, paradossalmente, fu quella di scrivere una delle canzoni più conosciute, più cantate, e più ballate dell’intera storia della musica. La sua Blue Suede Shoes vendette un milione di copie quando quella faccia da schiaffi di Elvis poteva vedere tale obiettivo solo con il cannocchiale all’incontrario. Quindi Elvis (o, molto più plausibilmente, i suoi produttori) pensò bene di prendere la canzone in questione e di farne una cover praticamente identica all’originale (niente di strano, lo facevano tutti, all’epoca). Ovviamente il ragazzone sculettante con la faccia da pacioccone asfaltò, con la sua versione, i risultati di vendite del nostro amico Carl. Certe cose ti gonfiano il portafogli coi diritti, è vero, ma certe cose possono anche distruggerti una carriera.

Nessun musicista accetterà mai il fatto che un altro musicista abbia più successo di lui cantando la stessa identica canzone, nemmeno, e forse soprattutto, se quell’altro musicista si chiama Elvis Presley.

Sembra quasi che la storia, quella troia schifosa, abbia deciso di non prendere in considerazione Carl Perkins. Elvis è il re. Elvis è il più grande. Elvis è questo. Elvis è quello. Ogni volta che sento o leggo frasi del genere mi viene quasi da piangere, e mi viene quasi da odiare il povero Elvis, che in realtà mi piace anche abbastanza, anche se non lo ammetterei mai in una conversazione con un elvismaniaco. Mi viene da piangere perché in Forrest Gump c’è Elvis, e non c’è Carl Perkins. Mi viene da piangere perché la gente fa la fila per visitare la casa di Elvis, mentre probabilmente la casa di Carl Perkins è stata abbattuta per vendere il terreno a qualcuno che ci ha costruito un supermercato (un supermercato dove, di sicuro, vendono roba legata a Elvis). Questo perché siamo delle schifose api che costruiscono l’alveare, senza sapere come lo si costruisce per intero. Noi costruiamo la nostra parte, quello che c’è intorno lo costruiscono le altre api. E quando l’alveare è bell’e fatto, ci rendiamo conto che non ci piace neanche un po’, e che non ci saremmo mai messi a lavorarci sopra se ci avessero detto che sarebbe venuto fuori così. Ci verrebbe voglia di prendere e andarcene. Ma, guarda un po’, siamo api. E se ce ne andiamo dall’alveare smettiamo di esistere, e allora ce ne restiamo nell’alveare. Questa questione dell’olismo è una vera inculata. È una vera inculata perché tende, il più delle volte, a rispecchiare la realtà.

Ma in realtà non è poi così tragico. Puoi affezionarti al tuo pezzettino d’alveare, considerandolo così com’è, senza per forza doverti sentire schiacciato dal peso di tutti gli altri pezzettini. Poi può capitarti di darti un’occhiata intorno e di renderti conto che in mezzo a quei milioni di api ce ne sono molte come te, che si sentono un po’ inculate dal resto delle api, e che guardano con interesse al tuo pezzettino d’alveare, e lo studiano, e lo mostrano a tante altre api che decideranno di usarti come esempio. Certo, la maggioranza delle api continua a conoscere soltanto Elvis. Ma un’ape chiamata George Harrison ti tributerà numerosi omaggi, così come l’ape Johnny Cash.

Poi ti guardi ancora meglio intorno e ti rendi conto che questa storia dell’alveare non sta in piedi nemmeno un po’. Questo perché non tiene conto di una cosa fondamentale: che non esiste, cioè, qualcosa come un alveare, ma che ci sono infiniti alveari possibili, molti di più di quante siano le api all’interno di quell’alveare che pretende di essere il solo alveare.

Quindi ti rendi conto che in realtà sei stato molto più fortunato te, Carl Perkins, rispetto al povero Elvis. Tu sarai ricordato per la tua musica, e solo per quella. Lui, oltre che per quella, per un sacco di altre cose di cui tu hai fatto volentieri a meno, tipo le Cadillac mandate in tour al posto tuo o le esibizioni con la buzza di fuori dopo aver cenato a casa di Nixon.

Ed è così che quel grosso alveare, che prima non ti faceva respirare, si scioglie come neve al sole d’aprile. O come merda nel mare, se preferisci.

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2 thoughts on “La Musica Così Come La Trovai – Carl Perkins

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