Messi e i quattro Telegatti

riveradoro

Tra quelli che hanno messo piede in campo almeno una volta, chi lo ha fatto per gloria e chi per piacere, ci sarà sicuramente qualcuno che vi confermerà la tesi secondo la quale il rettangolo verde è un luogo libero e leggero in cui quello che la tecnica può fare è lontanamente paragonabile a quanto possa stupire il libero arbitrio di andare di qua o di là, tirare, passeggiare, fare una finta e cacciare un urlaccio, fare gol oppure mancare clamorosamente il segno: tutto dipende dalle decisioni che si prendono. Per questo motivo si dice che il calcio è metafora perfetta della vita, sport democratico in cui non sempre il più forte, tantomeno il più corretto è destinato a vincere. Questa è la qualità tanto antidemocretica quanto giustissima che contraddistingue ogni fatto che capita nella vita di un individuo.

Se fenomeni del calcio e giocatori leggendari come Marco Van Basten, Johann Cruijff e Michael Platini sono stati sopravanzati dalla piccola pulce Lionel Messi, possiamo affermare di essere arrivati ad un giro di boa del calcio mondiale: siamo probabilmente di fronte al più grande talento della storia di questo sport, ma come giustamente diceva il fratello di Messi (che, per nostra compiacenza, lavorava al Cesena Calcio fino a qualche anno fa) il talento non basta. Ci vuole lavoro, sacrificio, passione e determinazione. La piccola pulce bionica ha avuto tutto quello che la vita poteva riservargli dal punto di vista calcistico perché se lo è guadagnato con il ‘lavoro’. Ma questo, al pubblico, basta? Perché Messi è un fuoriclasse in campo, un realizzatore formidabile, un campione che ha sconfitto la propria inadeguatezza fisica dei primi tempi ed è diventato il più forte. Ma ancora una volta, questo basta al pubblico, essere il più forte vuol dire essere il più amato, una figura culturale di riferimento del calcio, una leggenda dentro e fuori dal campo?

Guardare Messi fare 91 gol in un anno solare entrando nella storia e il Barcellona esprimere un gioco rivoluzionario e praticamente perfetto dal punto di vista del possesso palla e del presidio del campo è l’aspetto tecnico del calcio, ovvero l’abilità tattica di una squara, la superiorità tecnica di un campione e l’affiatamento del gruppo. Quel nano bionico è diventato all’unanimità il puù grande calciatore di tutti i tempo. Ma un calciatore è anzitutto una persona fisica, un uomo con vizi e peculiarità, abitudini e passioni. Messi è il calcio e ha solo il calcio. Forse il suo unico punto a sfavore è proprio l’assenza di una personalità che sia completa dal punto di vista umano.

Quando gli chiedono come si sente ad aver vinto 4 Palloni d’Oro il piccoletto, che indossa una tanto appariscente quanto ridicola giacchetta a pois, risponde che si sente benissimo e il momento è incredibile; quando gli chiedono se questo è il suo anno migliore il fuoriclasse microtico, che regge a fatica in mano il peso del Pallone Metallico, risponde che no, non è il suo anno migliore; se gli chiedono a chi dedica la vittoria il minibomber, che si sta stancando di rispondere alle domande dei giornalisti, sorprende la stampa dicendo che dedica la vittora a moglie e figlio. Insomma, Leo Messi senza il pallone tra i piedi non è tanto divertente e non spicca per genialità. È anche un po’ bruttino. Eppure qualcuno dirà che almeno lui, il più forte del mondo, non sfrutta il suo talento e la sua visibilità per essere sulle pagine dei rotocalchi di mezzo mondo, che lui è diverso dagli altri e che molti dovrebbero fare come lui.

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Alla cerimonia di gala per la consegna del Pallone d’Oro ad un seggiolino di distanza da Leo c’era Cristiano Ronaldo, quello che poi, durante la serata si è visto appiopparsi la tremenda definizione di Eterno Secondo. La sua espressione all’annuncio della nomina di Leo Messi è stata la cosa più interessante della serata perché era divertente. Era divertente Gullit con la parrucca, ma non Messi, anche indossando quella piccola giacchetta a pois o stelline (cercando di imitare Maradona)

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