Taccuino del gallerista italiano.

Lia Rumma MIlano

C’era una volta una generazione chiamata avanguardia. C’era una volta una cosa chiamata militanza. Due parole faticose e molto idolatrate, agognate. Ma quegli anni sono passati, e chi ne fa parola ora può essere un nostalgico che ha vissuto – ma non imparato – oppure un giovanotto che poco ha a che farne. In ogni caso citarle, se non per riferircisi in termini storici, ha poco senso. Innanzitutto per la distanza, ed anche per l’approssimazione che non si può che avere nella contemporaneità rispetto a concetti che fondevano necessità ideologica a prassi metodologica. Oggi nessuno milita più: è una caratteristica dei nostri anni.

Non esistono correnti nelle quali stare e nemmeno particolari parti da sostenere, se non scialbe imitazioni, convitti sociali che attorniano contenitori pubblici o minuscoli luoghi di potere; nei quali ci si identifica magari per la struttura dei pantaloni e le punte delle scarpe o forse per una propensione per la bicicletta e per il vino in bottiglia (possibilmente da due litri) consumato in piazza. Dai Novanta infatti, per poi continuare con veemenza nel nuovo millennio, il sogno divenuto realtà è quello della pop-star (dell’archi-star), vagamente ritardato rispetto alla rock-star, ma non per questo meno tenace. Il mito italiano è quello socialmente sempre molto percepito dell’omuncolo che con la valigia di cartone sfida il mondo. Il nostro eroe è Maurizio Cattelan che dalle sperdute terre padovane è sbarcato a New York e con la personale al Guggenheim si è preso tutta la Mela. Ed oggi nessuno più è avanguardia. In questo clima di tentata emersione del singolo, di caccia all’oro solitaria e poco programmata, quello che da attenti o distratti osservatori possiamo ritrovare sono per lo più rottami degradati – ho già avuto modo di analizzare la costante povertà dell’offerta visuale contemporanea italiana (e di Milano nel dettaglio). Ed ecco che allora, proprio per via della distanza di queste due parole, a colmarne il vuoto si sono avventate, come un velo di pesante cemento, alcune malformazioni piuttosto peculiari. Ogni sistema è soggetto alla più contingente e dannata delle disgrazie: la persona che lo abita e lo muove. Non esiste sistema, governance, che possa limitare l’impatto dell’uomo rispetto al suo meccanismo. E così, dopo gli anni delle militanze e delle avanguardie, dove a comandare era la creatività spinta e in-gestita degli artisti, in Italia si è affermato un diverso metodo di lavoro. Il gallerista ha iniziato a gestire tutti i processi di scelta e gestione critica dell’artista. E’ stato l’abbassamento di una guardia, quella culturale, la pervicace e forzuta spinta, la prorompente voracità degli anni d’avanguardia, quella che coniava termini come reboante e bomberdoso. La fascinazione del gallerista-uomo, colui che metteva insieme le forze culturali e commerciali, che poteva coniugare il primo obiettivo del soggetto economico galleria, il profitto, con il primo obiettivo dei luoghi di cultura, la conoscenza, grazie alle sue scelte e a causa di una mancanza abnorme: l’assenza totale di musei. Il funzionamento di questo sistema sbilanciassimo verso il privato era garantito da un solo fattore: la grande qualità umana e intellettuale di questi uomini-perno. Di Cardazzo ce n’è uno solo, ma di Toselli, De Ambrogi, Stein ce ne sono molti. E così, vicino a stelle cardiache di questo valore si sono addensate galassie meravigliose. Sono gli anni settanta e ottanta, che portano fortuna e soldi. Sono gli anni dei quali potrete citare due, al massimo tre curatori, (Celant, ABO, su tutti). ma decisamente più galleristi di valore.

E il problema dove sta? Il problema è l’uomo.

L’assenza di musei e di luoghi pubblici che potessero fornire un sostrato garantista, democratico e filtrato alla cultura visuale è proseguita imperterrita. Le gallerie senza curatore, quelle in cui il gallerista era tutto, pure. Ma gli uomini muoiono, e anche le loro idee. Ai grandi degli anni Settanta e Ottanta, segue una generazione intermedia che dei padri assume in parte il fiuto, in parte la metodologia, ma che in compenso ha sviluppato due particolari e pericolose caratteristiche: l’avidità e la velocità. Ecco arrivare Massimo Minini e Massimo De Carlo. Anche loro sono bestie cardiache, ma il clima della galleria è diverso da quello sognante e sporco di quindici anni prima. Qui gli spazi sono bianchi e inscatolati, le maschere sono alte e affilate. E gli artisti giovani sono costosi e inarrivabili. Si parte a batterie e chi fa più strada rimane: per ogni Stefano Arienti sono esistiti cinque Eva Marisaldi.

Eva Marisaldi. Dite la verità: questa cagata l’avete pagata migliaia e migliaia di Euro.

Questa generazione ha imparato a produrre cataloghi, a portare nelle collettive internazionali i propri artisti, ma ha altresì compreso (o creduto di comprendere) che il curatore non serve, che l’artista deve generare un profitto (e che può sempre essere abbandonato). E così che il dibattito, sempre con maggiore velocità, è andato spegnendosi. Nei Novanta alla ricerca della star che potesse divorare il mercato non è mai corrisposto il voler produrre necessariamente una scala valoriale su base intellettuale. I collezionisti hanno pagato per entrare a far parte di bizzarri circoli mentali, di inusuali scelte condivise che avallavano l’acquisto massivo di alcuni artisti. E con il procedere del tempo questo meccanismo è stato non solo ripetuto ma mutuato a tutti i livelli. Che cos’è, in fondo, Italian Factory se non una becera imitazione di questo modello? Chi sa adesso che fine ha potuto fare Petrus o quella che presto farà Pignatelli? Andranno nello stesso gelido luogo della Marisaldi che alle conferenze non parlava, lasciando ai più suggestionabili l’impressione di aver un oceano dentro, e ai più avveduti di non avere nemmeno una pozza d’acqua. Poi sono arrivati i Duemila; è arrivata la crisi. E si è portata via molte delle illusioni della generazione addietro. Qualcuno riesce ancora a vendere il modello gallerista-centrico ma quello che domina è una distesa desertica di nulla. Chi sono i galleristi giovani oggi? Prendiamo ad esempio Milano: la figlia del reverendissimo Massimo Minini,  Francesca, non utilizza curatori (come negli insegnamenti del padre), ha uno spazio bianchissimo e cool nel distretto proto-alernativo di Via Ventura, ma la sua galleria ha artisti dell’infimo calibro di Ceresoli, Ataman, Picco, Frigo, Previdi. E l’altra Francesca? La Kauffman non conosce curatori e esclusi Gianni Caravaggio, Adrian Paci e Latifa Echakhch infila anch’ella una sfilza di mediocri costosi. Federico Luger non merita di essere considerato un gallerista, così come De March o Zero o Pianissimo che poco fanno se non raccogliere le briciole che il buon Massimo De Carlo fa cadere dalla tavola imbandita. Che cosa rimane? Uno stuolo pigiato e iper frequentato di piccoli o medi galleristi, che di questa Serie A – ebbene sì, tra di loro amano definirsi calcisticamente affiliati ad una categoria – ammira la capacità commerciale; e di quella relazionale non ama l’eventuale vicinanza a direttori di musei, quanto a starlette e degradati omini del jet set. E quando apre una nuova galleria la prima cosa che pensa non è approntare una linea editoriale, o allestire l’archivio di un artista in là con gli anni e con la produzione, ma costruirsi uno spazio “museale”. Proprio come se il museo fosse la caffetteria e non il Tinguely che si muove zelante all’ingresso.

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3 thoughts on “Taccuino del gallerista italiano.

  1. Pur parlando solo di Milano ha dimenticato di parlare di Lia Rumma napoletana trapiantata sotto il duomo, a che categoria apparterebbe ? Inoltre le gallerie ci sono anche a Torino a Roma e a Napoli, queste non sono degne di nota ?

    • Gentile Beatrice, grazie del commento!

      Lia Rumma: capitolo interessante. Una donna di potere non si vede molto spesso. La metterei nella stessa categoria di Minini. E’ una che ha le palle, ma ha sempre scelto artisti che la strada l’avevano già fatta. Sa bene il suo mestiere (edita cataloghi, conosce curatori, organizza sontuosi pranzi in galleria). Ma certo non è della generazione dei Toselli. Lei non è lì per portare, ma per guadagnare.

      Le altre città: esistono dei termini di lunghezza da rispettare negli articoli, per non correre il rischio di tediare. Inoltre, perchè avrei dovuto dilungarmi? Considero Noero di Torino alla stessa tremenda stregua di Francesca Kaufmann. A Roma? Monitor, Sales, Magazzini sono della stessa pasta. Oredaria è una signora che si diverte coi soldi che ha e con il cognome del marito (nulla di male, anzi, ha fatto cose egregie addirittura [Tirelli e Lohr su tutte]).

      La verità è che ho parlato di Milano ma la situazione è nazionale. perchè è una metodologia sistemica e attualmente inattacata. Ma non c’è da lamentarsi, e tantomeno invocare cambi di rotta. Questi avvengono senza preghiere quando il momento culturale è propizio: per ogni gallerista scadente, oggi, esistono 100 artisti scadenti come e quanto lui. E’ il momento storico.

  2. …non si può fare a meno di essere tristemente d’accordo ….la dimostrazione che il sistema dell’arte milanese e italiano sia leggermente distorto e destinato al tracollo, è che la frantumazione si è accellerata con la crisi economica globale e la mancanza di soldi…anche se poi gli speculatori che investono nell’arte storicizzata e non più in borsa ci sono sempre..
    siamo anche noi artisti artefici e vittime consenzienti della carneficina e dell’isolamento che per alcuni era considerato quasi un privilegio, una distanza di sicurezza, un appannaggio eterno e sicuro, ma che nella maggior parte dei casi, nascondeva sordidi e avidi traffici e un deserto di idee e di conoscenza…forse è un pò tardi per piangersi addosso e per fare i profeti separatisti innocenti….perchè alla fine con la scusa che si vuole portare avanti la propria ricerca e si vuole sperimentare sempre, si perde di vista che è il confronto e il dialogo quello reale l’unica alternativa….non solo quello pseudocoltomondano da coctktail,,,
    ….ritornare per le strade del mondo, camminando o con i cavi digitali, negli studi, nelle piazze, nei musei, per ascoltare ed essere ancora curiosi, senza prendersi così sul serio…perchè chi è arrogante e permaloso forse è un carrierista ma è molto noioso……cristina ruffoni

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