La Biennale di Kochi: dove sta l’India?

La prima Biennale di Kochi, India.

La prima Biennale di Kochi, India.

La prima edizione della Biennale di Kochi-Muziris è un evento lungo tre mesi. In questo assomiglia in tutto e per tutto alle Biennali al di qua dell’Oceano indiano. A quella di Venezia, che vede un fiume di gente camminare verso l’arsenale, sulla lingua di pietra prima dei canali, o alla quinquennale Kassel così fredda e germanica anche d’estate. Cochin ben si presta ad ospitare la prima Biennale di Arte Contemporanea dell’India, perché è una città che ha tutto un suo fascino. Gli europei la amano, molto spesso infastiditi e provati da Chennai e Madras arrivano sull’Oceano e trovano l’aria che hanno lasciato e un ayurveda che di fatto non c’entra più nulla con l’India e proprio per questo li accomoda. La città ha un volto occidentale e per la prima volta i muri scrostati delle case, aggrediti e sbranati dal sale marino, assomigliano a quelli del bosforo o della Grecia. I turisti lo leggono tra le pagine sgualcite delle Lonely Planet: qui ci sono stati i portoghesi e poi gli olandesi. Adesso è un posto con l’atmosfera decadente e agrodolce, e con qualche elemento di forte contemporaneità.

Gli indiani, di solito, la vivono male questa contemporaneità. Perché non gli appartiene. Chi è stato nei grandi alberghi, alla Malabar House, percepisce questo fascino così essenziale e un po’ minimal, dai muri bianchi e grandi vasi di midollino. Ma il cameriere indiano, lui no. Lui non lo interpreta bene; e così tutto vacilla un po’. L’India è un posto forsennato e pasticcione e queste cose non le sa portare. Ecco perché Cochin piace tanto agli europei. Riesce a tenere questa maschera con un fare un po’ baldanzoso e scanzonato e allora le spezie qui sono piacevoli e diventano esotiche, e i negozi di robi vecchi sembrano quasi antiquari. È un trucco mentale, un vezzo molto nostro, quello di schiacciare tutto in questa visione del mondo e, di fatto, ripudiare l’autenticità qualora, come accade a quella indiana, sia così invasiva e insopportabile. La città è una vera regina dei mari che ha un porto contemporaneo e delle strane reti di pescatori che vengono calate in acqua come argani statici e che proiettano tutto indietro nel tempo. E dal 12-12-12, data ovviamente non casuale, l’insediamento portoghese dell’Ottocento, centro del distretto di Ernakulam, è entrata di prassi nella geografia dell’arte contemporanea. È successo a molte città, perché non doveva succedere ad una del sud dell’India? Qui si sta bene. C’è il pesce fresco, un bel tramonto su un oceano un po’ grigio e non troppo blu. Ci sono dei bei palazzi e sale da the. Degli alberghi scrostati, fané al punto giusto da essere poetici. E una buona serie di voli internazionali. Fa caldo a Cochin in questi giorni. Talvolta cadono i temporali, ma il termometro è sempre sopra i venticinque gradi. La Biennale è esattamente come ve la immaginereste se siete degli assistenti un po’ hypster di una galleria di Parigi e di Londra o molto diversa se siete dei normali turisti nel carpione di un lungo viaggio: decadente, scrostata, ignorata, indiana. Chi ci è stato ci ha trovato le famiglie di indiani in gita, i galleristi del mondo, i viaggiatori con la nave da crociera ormeggiata nel porto e i appelli con le ventole sulla visiera, gli studenti rumorosi e in ciabatte, i politici e gli attori di Bollywood. Un bel minestrone.

Ma non è tutto. Chi prende i volantini e gli opuscoli, tradotti in un inglese non queen come ci si aspetterebbe dalla colonia più estesa dell’Impero Britannico, ci trova anche una mission e una direzione artistica. Attraverso la celebrazione dell’arte contemporanea di tutto il mondo la Biennale intende rievocare il passato cosmopolita di Cochin e dell’antico porto di Muziris (30 km a nord), dove salpavano navi romane, cinesi e arabe prima del 1341, anno in cui un alluvione lo cancellò dalle rotte del commercio e diede vita al nuovo porto naturale di Kochi. Gli spazi della mostra sono gallerie d’arte, edifici storici, magazzini in disuso e spazi pubblici. Dei 13 luoghi espositivi solo il Durbar Hall è sul continente, nel cuore della città moderna di Ernakulam, ed è stato restaurato dalla fondazione Kochi, la stessa coinvolta nell’organizzazione della Biennale. È diventato uno spazio con un pavimento in graniglia multicolore, molto finto e molto à la page. Con alte pareti bianche e luci ad incandescenza, crude e verdastre; di quelle che si usano nei musei inglesi. Gli altri contenitori sono eterogenei e non hanno paura, un sentimento che per una Biennale si correva il rischio di percepire, di apparire desueti, e passati. A Fort Cochin il centro principale è l’Aspinwall House, un enorme edificio che si affaccia direttamente sulla baia. Una serie di spazi di diverse dimensioni che furono il quartier generale della compagnia inglese che commerciava in spezie. Sempre sul mare è la Pepper House edificata dagli Olandesi con un grosso cortile dove le merci aspettavano di essere imbarcate. L’intersezione culturale propria della Biennale e la grandiosità del progetto si riflettono nella vibrante e continua affluenza di pubblico (dieci mila solo nella giornata di domenica). Sono tanti gli artisti in giro per la città, tra quelli segnati e comparsi sul pannello ufficiale e quelli che in città ci sono venuti, con viaggi improbabili o comodissimi, solo per l’occasione. E così tutti parlano dell’ultima installazione di Gupta o di Santiago Sierra, di Alfredo Jaar, e dell’ormai mitico Ai Weiwei, – per non parlare dell’onnipresente e immarcescibile Jannis Kounellis o del rampantissimo Cyprien Gaillard, rampollo della Fondazione Trussardi proprio in mostra adesso a Milano. Ma questi, in fondo, proprio per la loro storia internazionale, per il loro essere prezzemolo nelle sale del mondo, come condimento su insalate multietniche e multiculturali, sono anche quelli osservati con maggiore distrazione da chi visita. Certo, sono fotografati, sono riportati nei dispacci dei giornali, e le loro gallerie potranno permettersi rassegne stampa e lussi reportistici di ogni tipo; tuttavia quello che sembra di questa Biennale è la complessa e mai scontata esperienza che l’India contemporanea ha di cimentarsi con una pratica espositiva tutta europea, definitivamente importata e non autoctona. Non hanno importanza le star, chiamate per questioni di brigantaggio notiziario e opportunismo, quanto piuttosto il modo apparentemente acerbo e goffo di collimare la tradizione con questa necessità tutta coeva e ossessiva verso il gesto ed il segno nuovo. Tra i visitatori molti sono gli indiani del posto che, incuriositi dalla campagna pubblicitaria e dalla copertura mediatica, si avventurano a gruppi o in famiglie tra gli spazi e non esitato a interagire laddove l’artista lo abbia concesso. Se dalla domanda nasce l’interesse e la ricerca la Biennale è senza dubbio riuscita nei suoi intenti pedagogici. Ma anche noi europei alla disperata ricerca di fenomeni e di pepite mercantili non dimentichiamolo: l’intenzione politica della Biennale è portare attenzione alla storia del Kerala, della zona geografica peculiare. Un bel monito per un occidentale potrebbe essere l’India non è la Cina, non per forza ci si deve trovare il nuovo fenomeno del mercato. Per un indiano, l’esperienza visuale va oltre la tradizione. E come nella più banale e attecchita memoria di provincia, la verità sta nel mezzo: così, la Biennale di Cochin è un ottimo modo per capire come questo straordinario paese si approccia a nuove tematiche e nuovi medium, conciliando l’imponente e il maestoso peso della sua eredità visuale e storica. Non per forza dovrete pregare il vostro gallerista dagli spessi occhiali di tartaruga, dagli alti muri bianchi e pavimenti in resina calpestabile di dedicare una personale tutta luci e paillettes al prossimo fenomeno indiano. Sarebbe l’ennesima dimostrazione della vostra grettezza.

Questo pezzo è apparso, in versione ridotta, sul blog Italy-India ideato e prodotto da Gruppo Zenit. Qui.

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