Wesley Sneijder e Guglielmo Stendardo. Due cose strane del calcio contemporaneo.

Wesley Sneijder e il suo No.

Wesley Sneijder e il suo No.

C’è solo un elemento che fa da ponte da Bergamo a Milano, tra le questioni di due calciatori che dal ruolo, al tocco di palla, non hanno nulla in comune: l’inadeguatezza del calcio e lo strano modo che l’opinione pubblica ha nel giudicarla. Da una parte sta Wesley Sneijder – detto Wes -, olandese, ex blancos de Madrid con scarsa soddisfazione, e poi quasi pallone d’oro nell’anno del fu Triplete di Mourinho a Milano. Muscoli fragili, fede cattolica incrollabile, tangente all’integralismo, moglie bionda e bellissima, carattere ondivago. Dall’altra Guglielmo Stendardo, difensore napoletano di mole degna del miglior sogno macista, un’apparizione fugace e simpatica nel fu progetto Juve dell’Amministratore Delegato e Presidente francese Jean-Claude Blanc, e il vezzo di portare un elastico per i capelli bianco piuttosto vistoso in fronte. Qualche gol di testa, sonora incornata, su calcio d’angolo.

Le loro storie sono diverse. Se da una parte c’è un milionario inacidito dal mancato pallone d’oro e da qualche infortunio di troppo, dall’altra c’è un onesto difensore che gira molte squadre di SerieA con minutaggi difformi per qualità e numerosità. Nelle ultime settimane si sono contesi la prima pagina della rosa e qualche modesto articolo di altri giornaletti. Tutti quanti impegnati a tenere vive delle notizie che di fatto di quest’aria ne hanno ben poca. In quanto poco c’è da dire quando una società, come è diritto di tutte, decide di intraprendere un percorso di cost reduction, che nel calcio significa una cosa soltanto: chiama i procuratori e proponi ai loro assistiti un taglio sullo stipendio; giacché hai voglia a far quadrare il bilancio riducendo gli stewart allo stadio e le cene di Natale. E allora via con il telefono senza fili: tagli lineari ovviamente, come puoi chiedere a uno una spuntata di capelli alla Vincent D’Onofrio marine Palla di lardo e all’altro un taglietto delle doppie punte stile Kurt Cobain? C’è chi dice no. E Wes è tra questi. Di norma la società ci prova e ci riprova, poi, dopo una soglia che non può e non deve superare il ridicolo, smette. Ma a quel punto, proprio su quel limen estremo, devi capire e vedere come sei arrivato: se hai usato parole grosse, se ti sei esposto molto, se hai perso un po’ la faccia. E qui di norma arriva l’errore: la panchina, la tribuna obbligata, decidi che il famoso braccio di ferro si deve concludere con il morto. E il giocatore ci va; soprattutto se è uno che ha vinto tutto in carriera e pure giocato una finale di un Mondiale. Ci va con la sua faccia, quella che dice io i soldi me li sono guadagnati e tu hai pensato lo stesso quando hai firmato quel contratto e adesso me ne sto qui tranquillo. E la dirigenza si arrovella; iniziano gli allenamenti punitivi fuori dal gruppo, magari ad orari bizzarri, con vice-allenatori e preparatori mai visti prima. Poi il balletto delle interviste e dei finti infortuni, l’allenatore che spiega come uno che potrebbe palleggiare con le cartine ultra-sottili per le sigarette sta fuori per «scelta tecnica». E la situazione precipita. Ma questa non è una notizia: come non lo fu la pazzerella idea del Manchester United di proporre a Wayne Rooney delle obbligazioni in cambio di parte del suo onorario. I giocatori hanno tutto il diritto di percepire quello che il loro contratto recita e di non accettare un ritocco del loro ingaggio. E come non bastasse, i caminetti e le scatole di scarpe sono piene di pagine di giornali con Edgar Davids, Goran Pandev, Claudio Lotito, Benjamin Eze. Certo; c’è chi dice che hanno sempre più potere. Perché se vinci una Coppa dei Campioni ti chiederanno un aumento, pena un’estate di meteorismi e pseudo-scoop da paparazzi su tentate cessioni. Ma a questo servono i bravi dirigenti: a gestire campagne e strategie da battaglia navale. A questo punto non imbarchiamoci in strambe interpretazioni moralistiche: nessuno vorrebbe vedere il proprio stipendio diminuito che questo sia di mille euro o di un milione. E poi, Moratti il primo giorno di trattativa l’aveva detto «Noi proponiamo a Wes, poi toccherà a lui pensarci». Ecco, ci ha pensato. Ora lasciatelo giocare per il bene del calcio, e la prossima volta vendetelo al Manchester United per 23 milioni di sterline.

E poi ci sta Guglielmo Stendardo. Molti gironalisti hanno twittato a favore del giocatore atalantino. Si sa, Bergamo è una città di reticenti ignoranti. Nessuno lì pensa che una laurea sia cosa buona. A quel punto si è ad un passo, un passo molto breve a giudicare dagli organi di informazione che ci si sono buttati come ragazzini al lago d’estate, dalla retorica del «buon esempio», del «finalmente un calciatore che studia» – che poi è il passo appena successivo al luogo comune per eccellenza, quello a me incompreso del «non creiamo un precedente». Non pretendo che le persone cosiddette “normali” possano fermarsi per un solo e decisivo secondo a pensare. Me lo aspetto almeno dai giornalisti. Che notizia sarebbe quella che un giocatore salta una partita di Coppa Italia per l’esame di Stato? E quale bassura il concedere il serpeggiare dello stereotipo da micro-sociologo del calciatore-tronista sempre a Formentera contro il paladino delle Arti. Andava fatta, e sarebbe stata sufficiente, una sola domanda e una sola affermazione, lasciando fuori il romano di Colantuono e il suo italiano precario su creste e vette così rarefatte. Ad Antonio Percassi – presidente Atalanta Bergamasca Calcio, la Dea -: avete concesso il permesso per questo impegno a Guglielmo Stendardo? Si, no. Stop. Le società sportive non sono, anche se piace pensarlo, delle confraternite del Coyote Ugly con fughe di mezzanotte e scambi di persona esilaranti in salsa Leslie Nielsen. Sono normali posti di lavoro: ad un impegno personale corrisponde un permesso. La nascita di un figlio, la morte di un padre, l’esame di Stato. Tutto il resto conta poco, pochino, pochissimo.

Ecco due cose strane. Ma non sono solo anomalie del calcio – come molti additano. Sono anomalie tutte nostre che il calcio lo commentiamo. Sempre pronti a trasformare la colonna di un giornale in Eva 3000 e a gettare in pasto al lettore un sansazionalismo bieco e vagamente inetto.

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