Film Belli – Moonrise Kingdom, Wes Anderson (recensione)

Moonrise kingdomWes Anderson ci piace, e ci piace molto, è fuori discussione. Alzi la mano chi non si è ritrovato almeno per un momento in uno dei personaggi dei suoi film, sempre a metà strada tra l’ambizione e la malinconia, tra il desiderio di avventura e la consapevolezza della solitudine. Per quanto narratori di mondi completamente distanti, quasi in antitesi, Anderson condivide con Quentin Tarantino il fatto di essere l’unico regista americano che abbia definito un proprio stile immediatamente riconoscibile, negli ultimi vent’anni. Anche se non lo sapessimo, dopo la prima sequenza di Moonrise Kingdom risponderemmo senza indugio, a chi ce lo chiedesse, che l’autore è lo stesso de I Tenenbaum e de Il treno per il Darjeeling, esattamente come avremmo indicato Tarantino dopo aver assistito ai primi dieci minuti di Bastardi senza gloria.

Finalmente, Moonrise Kingdom esce anche da noi, dopo essere stato selezionato per l’apertura dell’ultimo Festival di Cannes, e dopo essere già stato visto mesi fa praticamente da mezza Europa. E’ la storia d’amore di due dodicenni, che si ribellano a quelle figure autoritarie presenti nella loro vita (genitori, fratelli, servizi sociali, capiscout) e decidono di scappare insieme. La comunità nella quale vivono è sconvolta e preoccupata dalla loro scomparsa, ma Sam e Suzy hanno progettato tutto per realizzare il loro sogno e condividere i propri sentimenti: libri, ritratti, gattini, giradischi, orecchini, scarafaggi, hanno un mondo intero soltanto loro, e di tutto il resto non sentono alcuna mancanza. Non sono, però, al corrente del fatto che tutti i grandi sono sulle loro tracce (comprese le truppe boyscout) e che sulle loro teste sta per incombere una delle più devastanti tempeste che si siano mai viste.

Arrivato al settimo lungometraggio, dopo il favoloso Fantastic Mr.Fox, Anderson ripresenta i suoi topoi, stilistici e contenutistici: i soliti meravigliosi colori, le solite meravigliose geometrie, il solito geniale utilizzo della colonna sonora, da una parte; la solita conflittualità genitori-figli, il solito senso di nostalgia che pervade ogni singolo passaggio, dall’altra. Direi che Moonrise Kingdom è un Wes Anderson all’ennesima potenza: gli estimatori saranno estasiati, i detrattori non modificheranno la loro opinione. Personalmente, adoro come il regista americano concepisce la macchina da presa, uno strumento per fotografare stati d’animo, umori, nostalgie attraverso, soprattutto, l’aspetto visivo. Ogni sequenza ha un tocco geniale, marcatamente personale. Esattamente come i sei lavori precedenti.

E’ assente, dunque, il minimo elemento di novità della poetica andersoniana. Questo pone, inevitabilmente, il film un gradino sotto, proprio perchè chi conosce già il tocco geniale dell’autore texano non rimarrà sorpreso. La sensazione è che prevalga un eccesso di ricerca formale, a rischio di calligrafia, a discapito degli aspetti più personali che hanno sempre caratterizzato il suo meraviglioso cinema: la disfunzionalità della famiglia (I Tenenbaum), l’avventura impossibile (Le avventure acquatiche di Steve Zissou), il viaggio come ricerca di sè (Il treno per il Darjeeling), lo scontro generazionale (Fantastic Mr.Fox, Rushmore) sono temi nuovamente presenti in Moonrise Kingdom, quasi fossimo di fronte a un “bigino” piuttosto che a un nuovo capitolo del percorso umano, filosofico della filmografia.

Ciò non toglie che si tratti, comunque, di un bel film, divertente, coinvolgente, sorretto da un cast delizioso, irresistibile. E’ davvero dura scegliere tra un Bruce Willis nei panni di uno sceriffo solitario, un Edward Norton cretino e ossessionato, una Frances McDormand mamma padrona e autoritaria. Senza togliere niente ai due giovani protagonisti Jared Gilman e Kara Hayward, teneri e goffi al punto giusto. La scelta, allora, ricade sull’eterno Bill Murray, sulla sua monumentale grandezza. Ma anche questa non è una novità.

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