La vernice di Milano.

Nuova apertura di Galleria a Milano? Pensaci bene.

Nuova apertura di Galleria a Milano? Pensaci bene.

L’Italia dell’arte contemporanea non è poi tanta cosa. Sotto l’arco alpino, divisa dal Po, aristocratica, c’è Torino. La città è regale, con la piccola bomboniera del centro che custodisce le sue gemme ordinate. Qui esiste uno strano modo, in fondo tutto piemontese, di fare arte contemporanea. È alternativo ma non manifestato all’eccesso. E così, sotto al cappello dell’autoreferenzialità per eccellenza della Fondazione Sandretto, nascono gallerie come Franco Noero, ereditiere dell’esperienza boheme sabauda per eccellenza del Persano anni Novanta. Nella capitale dei Savoia per avere una galleria devi contemplare il parquet in legno, le finestre e gli scuri in massello e puoi metterci pareti alte sei metri o, se hai stucchi sulle sovrapporte, puoi concederti una bella distesa di resina calpestabile. Poi tutto lo fa la tua programmazione: un colpo al cerchio esterofilo e un colpetto ai grandi vecchi piemontesi. Molto più a sud c’è Roma.

La città eterna deve concedere qualcosa al suo nome. Sintetizza, non senza incongruenze e complicazioni, la classicità al contemporaneo. Il risultato sono tre gallerie tipiche del panorama romano: Monitor, che cerca di portare il gusto alternativo e cool, spruzzata londinese in terra capitolina. Oredaria che con due artisti, Marco Tirelli e Christiane Lohr, esplica con pertinenza il vincolo di ricerca apollinea e pensosa della galleria. Giacomo Guidi; con l’ultima mostra di Ian Davenport e i suoi trascorsi con Vittorio Messina ed Eugenio Giliberti – per citarne due- esprime l’essenzialità del pensiero tra i sporchi anni Ottanta e l’oggi. A chiudere il triangolo, Milano. Che per molti galleristi rimane anche in anni di profonda crisi, il punto di arrivo. La Mecca del commercio. Qui puoi scegliere: se essere un po’ bauscia alla Cardi, se provare ad essere cool alla Kaufmann Repetto, se suddito di MDC allora venturino – di via Ventura-, se chic equilibrato e allora prendi lezioni da Marconi e da Guenzani, se cerchi una identità tra queste allora il pellegrinaggio da fare è in via Stilicone.

Sarebbe facile dire che non è proprio così.

Che esistono molti galleristi come Continua, Tucci Russo, Alfonso Artiaco, Massimo Minini – e chissà quanti altri – che vivono fuori dalle rotte, in una ibridazione dei look più diffusi e con un modello gestionale che ricorda quello dei grandi latifondisti dell’Ottocento. Silenti nelle loro case lontane, ad aspettare il passaggio obbligato dei mezzadri. Non è proprio così: però –c’è sempre un però- una traccia assimilata esiste. E soprattutto, da anni ormai, la prassi di molti gallerie è quella di tentare, prima o poi nella vita, l’approdo a Milano. Perché lì ci sono i soldi; a Milano si fa il mercato; i collezionisti anche stranieri passano da li. A questo proposito esiste una chiara liturgia dell’apertura galleria a Milano. E una delle prime domande di ognuno è: con quale mostra inizio? Non è una domanda banale. Le vernici sono importanti. Ed ogni gallerista sente il debutto come un elemento che, al di là dell’alternanza poco sobria degli impegni futuri, rimarrà nella sua cultura d’impresa e nella sua storia. Frequentando persone che una volta si ritrovavano in osteria e che adesso bevono il caffè al Sant’Ambreus qualcuno può ricordare, a tutti gli effetti, con quale straordinaria mostra aveva aperto lo spazio milanese Toselli. Era una mostra di Alighiero Boetti. Bella e coraggiosa. Si è costruita una precisa tassonomia dell’apertura, una di quelle cose per cui un giorno qualche sociologo dell’arte scriverà un libro che verrà comprato da un paio di atenei e imposto agli studenti di beni culturali, svogliati. Da poco ha inaugurato a Milano un gallerista di provincia; viene da Mantova – da Canneto S/O per necessaria precisione. Giovanni Bonelli ha optato per quella che è la più classica delle vernici per una nuova galleria che arriva a Milano dopo anni di buone performance in distretti lontani. Una mostra non-mostra sull’architettura. E’ una non scelta saggia volta a presentare lo spazio – pare splendidamente impressionante -, e a non dichiarare, da subito, le intenzioni artistiche. È molto politically correct e decisamente safe. Un anno fa inaugurava una galleria dalle spalle decisamente più larghe, ma dalla scelta di primo debutto non più coraggiosa. Era la Lisson Gallery di Nicholas Logsdail. Come prima optò per una collettiva molto nutrita di artisti internazionali curata da un suo artista con inclinazioni megalomaniche, Ryan Gander. Un’altra possibilità, vagliata da molti, è quella di presentarsi con un grande vecchio. Il mercato italiano ne offre alcuni particolarmente appetibili. Luigi Mainolfi, adesso che Claudia Gian Ferrari è mancata all’affetto dei suoi cari, è libero su Milano. E il nome non è causale: il prontuario delle inaugurazioni infatti sconsiglia di scegliere un grande vecchio che ha avuto in passato un presidio milanese particolarmente forte. Come sarebbe frustrante se, scegliendo Jannis Kounellis, pagandolo il suo necessario, Gianfranco Benedetti decidesse, per il puro gusto di rompere le uova nel paniere, di dedicare una retrospettiva di tre opere all’artista greco-romano? Sarebbe una disfatta. Tre lavori del 1963 contro sette del 2012. Sarebbe la fine.

A Milano – chissà come mai – vogliono venire in molti. E la prima mostra, questo sì, ha il suo perché. Pensaci bene adesso, verrebbe

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