La Musica Così Come La Trovai – John Fahey

FARE FORWARD VOYAGERS

(sub specie aeterna)

Qualche giorno fa, un amico di un mio amico, tramite Facebook, mi ha chiesto se potevo consigliargli qualche pezzo Country/Folk per andare a mettere insieme la colonna sonora di un video che sta girando, o che ha già girato, o che presto girerà.

In breve tempo, il poveretto, si è ritrovato completamente sommerso dai miei suggerimenti, dalle mie indicazioni, dalle mie specificazioni. Ho iniziato a mandargli pezzi a raffica, dimostrando con sufficiente chiarezza cosa significhi esattamente “non avere un lavoro”.

Motivo del mio entusiasmo, oltre alla mia viscerale e smodata passione per tutta la musica americana, era il fatto di aver riscoperto, pochi giorni prima, un artista che ciclicamente riscopro e che inizio, sempre ciclicamente, ad ascoltare con un’insistenza e una devozione che rasentano la mania, e che spesso come mania vengono vissute da chi mi circonda o da chi si ritrova a chiedermi consiglio per le colonne sonore.

Qualche giorno prima, infatti, stavo sonnecchiando davanti a un documentario sull’India (“Non Avere Un Lavoro, Parte II”) che stava andando in onda su RaiStoria (che Dio la benedica). Si trattava di un documentario della serie “Facce dell’Asia Che Cambia”, di Carlo Lizzani e di Furio Colombo. Un documentario soporifero, di quelli che soddisfano la tua voglia di ristorarti da una dura giornata di studi in vista della partitella del lunedì sera (ufficio di collocamento, questo sconosciuto).

Me ne stavo là, come un novello Descartes, a chiedermi se stessi dormendo oppure no, quando iniziai a sentire delle note familiari, delle note che sembravano venire direttamente dai Monti Appalachi.

Aprii gli occhi, sperando che il documentario sull’India si fosse miracolosamente trasformato in un documentario sulla crisi agricola degli anni ’30 negli Stati Uniti (ok, è ufficiale, devo trovarmi un lavoro), quando vidi che i due autori avevano azzeccato uno dei montaggi più riusciti dell’intera storia dei documentari. Le campagne indiane, le scene degli uomini al lavoro (gente che non spera nei documentari. Davvero: avete mai visto le pubblicità che vanno in onda su Rai Storia al pomeriggio? È tutta roba per pensionati, tipo dentiere o monta scale. Questo non aiuta la mia autostima), scorrevano velocemente mentre la chitarra di John Fahey dava al tutto un’aria trionfale accompagnando una citazione di Gandhi, secondo la quale la salvezza dell’India si sarebbe trovata nel ritorno alla terra.

Musicisti come John Fahey, o come Florian Fricke, per esempio, sono la salvezza del genere umano, portatori di verità millenarie comunicate dal suono dolce della loro musica senza età e senza luogo.

Nello stesso pezzo, ascoltando John Fahey, puoi trovarti a essere Arjuna che ascolta Krishna sul campo di battaglia, o un allegro Huck Finn che si tuona una buona bottiglia di Whiskey di segale aspettando che abbocchi il pesce gatto. Cantano Calliope, Euterpe, Melpomene, Tersicore, Sarasvati, e perfino Clio. Cantano tutte insieme, e nessuna di esse si preoccupa di pestare i piedi alle altre, o di invadere i campi di competenza altrui. Questo perché i campi di competenza cessano di esistere, le cose ridicole e insignificanti come le competenze cessano davvero di esistere. Ci si trova di fronte al mondo, senza più nulla da chiedere, senza più nulla da domandare. I grandi maestri delle ironiche e argute domande, i grandi maestri delle complicate definizioni dialettiche cessano di far sentire la loro voce, ogni loro supposta inemendabilità scompare, e tutto diventa liquido, modellabile, deviabile, senza più bisogno del dubbio.

Quel geniaccio di Karl Jaspers diceva che nella poesia (leggi musica) si esprime l’intera sostanza della nostra coscienza, senza contenerla in strutture concettuali. Di questa sostanza ce ne appropriamo riprendendo le intuizioni originarie, quelle intuizioni che vivono e operano nel linguaggio.

Con John Fahey succede: ci si trova finalmente in un territorio in cui ci si può muovere in tutta libertà e familiarità, senza aver bisogno d’indicazioni o di controindicazioni: si possono compiere balzi da un luogo a un altro, da un’epoca a un’altra, senza nemmeno sentire l’eco dei “questo non si dice” e dei “questo non si fa” e dei “così non è corretto”, acerrimi nemici, questi ultimi, di ogni sincera e duratura genialità umana.

Quella stessa genialità che ci permette di poter dire cose banalissime come “porta” o “martello”, quel genio che opera sostituendo regole con altre regole; regole che sono sempre nuove, indubitabili, certe, che strabordano dalle chiuse delle definizioni, che vanno dove vogliono, come vogliono, in barba ai campioni dei “non si può dire” e dei “è desueto”.

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