Film brutti – Di nuovo in gioco, Robert Lorenz (recensione in anteprima)

Come dice spesso il mio caro mio Graziano, ci sono alcuni film di cui si potrebbe scrivere la recensione già prima di vederli. Mi aspettavo, avendo visto il trailer, che questo sarebbe stato uno di quelli, ma la mia ostinazione pseudoscientifica -aiutata dall’anteprima gratuita che questo bel mestiere mi permette di avere- mi ha trascinato al cinema per cercare, invano, di smentire ciò che il mio istinto aveva già percepito in modo chiaro e distinto. La prima impressione è sempre quella giusta, come dice mia moglie.

Il regista Robert Lorenz, alla sua prima fatica dietro una camera tutta sua, è stato allievo e aiuto-regia di Clint Eastwood per diversi anni (beato lui). Il suo amico Clint afferma che, dopo anni di lavoro insieme a Lorenz, non vedeva l’ora di recitare in un suo film e quando ha letto questo copione ha pensato che fosse «l’occasione perfetta», poiché era certo che il suo seguace avrebbe fatto «un ottimo lavoro». Effettivamente, il povero Lorenz non ha fatto un lavoro malvagio dietro la macchina da presa, ma il film rimane davvero increscioso. Colpa del soggetto (roba vista e rivista in tutte le salse), della sceneggiatura (davvero oscena, in alcuni casi veramente da denuncia), del montaggio e della colonna sonora. Un film corale, nel senso che ognuno ci ha messo del suo per renderlo pessimo (salviamo in parte gli attori, per carità).

Il film parla di Gus (Clint Eastwood), praticamente il personaggio di Gran Torino -ma più vecchio di quattro anni e, se possibile, più scontroso- che si trova all’interno della trama de L’arte di vincere, ma vista dalla parte opposta. Se nel film di Miller assistevamo all’avvento della tecnologia nei piani alti delle società di baseball, qui si prova a far emergere l’altro lato della medaglia, cioè la lotta per la sopravvivenza tra uomo e macchina (come diceva già nel 1991 Umberto Tozzi: «famiglie di operai licenziati dai robot»), che vede opporsi la fredda precisione delle statistiche computerizzate all’istinto e all’esperienza umana.

Gus non vuole ammettere di essere vecchio e stanco, la sua competizione impari con il nuovo mondo che arriva e vuole metterlo da parte (il suo contratto è in scadenza) si oggettiva in una grande sfida, ovvero la decisione finale circa l’acquisto di un promettente ragazzo per la nuova stagione (secondo le statistiche è un fenomeno, secondo Gus è un pallone gonfiato che non sa battere le palle curve). Non vi dico come finisce, non tanto per l’effetto spoiler, ma perché lo sapete già.

Il tentativo di rendere la storiella più complessa è realizzato tramite le due sotto-trame che vedono protagonista la figlia di Gus, Mickey (Amy Adams); tentativo del tutto fallito, sia per la totale mancanza di una interessante analisi del banalmente problematico rapporto tra lei e il padre, sia per il ridicolo modo in cui si rapporta con l’inutile personaggio interpretato da Justin Timberlake: lui ci prova, lei non ci sta, lui insiste, lei si apre al dialogo ma resta fredda, lui insiste, fanno il bagno di notte, limonano nell’acqua, litigano per via del padre (lui ci rimane male), alla fine fanno pace.

Dimenticavo, nel film c’è anche John Goodman che interpreta la parte dell’amico-capo-collega di Gus: una vera tristezza vedere un attore del suo calibro recitare battute scritte in quel modo.

Giancarlo Mazzetti

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2 thoughts on “Film brutti – Di nuovo in gioco, Robert Lorenz (recensione in anteprima)

    • Ahahahah! Però lì bisogna concedergli una cosa: era l’unico al mondo che fisicamente avrebbe potuto fare la parte, quindi immagino che avranno insistito parecchio…

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