Alberto Garutti a Milano. Didascalie.

Alberto Garutti. Piante e foglietti volanti.

Si parla spesso dell’ingombranza di Alberto Garutti nell’arte contemporanea e nel contesto italiano. Molti artisti intelligenti sono ingombranti. E tuttavia chi lo conosce, lo ha sentito parlare, è solito aggiungere che questa nota d’ingerenza esiste. Non a caso i grandi detrattori hanno l’abitudine a mettere in relazione l’abuso con quello di un altro maestro del Novecento italiano cui Garutti deve molto, Luciano Fabbro. Accade sovente, adesso che gli orizzonti economici – parola non casuale – del sistema si stanno restringendo ancora, che le persone si ritrovino a sottolineare le presunte tendenze sociali degli artisti. Come se Merz fosse stato un uomo semplice. Ecco perché l’idea migliore su Alberto Garutti è parlare del lavoro.

Alberto Garutti è una persona intelligente. E la mostra del PAC lo dimostra. E’ una bella retrospettiva che cede e manifesta il debito che la città di Milano e alcune sue istituzioni percepiscono con evidenza nei confronti dell’artista. E’ difficile ingabbiare il lavoro di Garutti in una mostra di quattro mura. Perché il suo lavoro ha sempre intessuto logiche relazionali e singolari con il fruitore. Un momento di incontro, un accadere qui e ora, nel momento della percezione, che non ha molto da dire a posteriori, mal spiegato su didascalie in forex che hanno l’obbligo di rispettare e contenere in poche righe un atto creativo. Ci sono molti dei lavori storici di Garutti. Ai nati oggi, una delle più poetiche – se così può essere definita – opere che il momento della nascita ha avuto a dedica. L’opera di restauro della facciata del teatro del borgo vicino a Pistoia. Era il 1994 (l’opera di restauro terminò nel ’97) e Garutti scrisse su pietra «Dedicato ai ragazzi e alle ragazze che in questo piccolo teatro si innamorarono». Ha una vena di poesia e di leggerezza, quasi melanconica, quasi fasulla tanto è amorevole. Sembra una trovata. Ma se la si guarda con lo spirito felice e vero di un bambino, questo recupero è una generosa occasione per la contemporaneità. La stessa che spreca soldi per improbabili installazioni in rotonde asfaltate di nero e di cemento armato. Si parla del ruolo dell’artista. Questo è un buon caso di studio: l’artista dà l’esempio (sarebbe già molto). Il qui e ora di Garutti funziona come momento di relazione tra l’uomo e qualcosa che nella sua vita travagliata, precaria e pratica nella definizione di Richard Sennett, non ha modo di incontrare. E’ nel lavoro Temporali che succede: le lampade che si illuminano, collegate ad uno schermo che segnala i fulmini e i temporali che si abbattono sulla penisola italiana, sono un elemento semiotico che non ha la funzione se non quella di ricordare a chi ne avrà la mente e la voglia di questo evento così incredibile. Del dipanarsi della luce dal cielo alla terra e del suo fascino non solo estetico ma anche intellettivo. Infatti lui adesso chiede di alzare la testa al cielo. E’ una preghiera, un piccolo mantra mansueto. E’ un piccolo consiglio, per sopravvivere con più grazia e con più speranza nel mondo di oggi. Si potrebbe parlare dei lavori come Orizzonti e Campionario, dove la relazione si riduce al binomio artista-collezionista e dove tutto quello che accade riguarda lo stratificato – ma poi non così complesso – mondo dell’arte.

L’arte è un’epifania, un accadimento che infrange e cambia una prospettiva. Come in molti dei lavori di Giulio Paolini questa linea prospettica rossa sembra voler indicare una via di fuga diversa dal canone e quasi un percorso alternativo e sempre dritto come un fuso, percorribile, così in Garutti, in questa mostra che non è una mostra, ma una raccolta di appunti mentali e di spunti per una riflessione, il momentum dell’appercezione ha proprio questo significato di condizione di essere in un altro stato. A portare quest’idea dentro di noi è l’opera Madonna. Una copia iconografica di una statua quattrocentesca napoletana della Vergine sta sopra un piedistallo. Uno di quelli del tutto usuali che Carmelo Bene sfidava andandoci sotto, da bambino. C’è chi la guarda e cerca di trovare l’intervento dell’artista, la sua mano. Ma cosa si fa con una Madonna? Chi è credente potrà votarle qualcosa, rivolgerle una preghiera. Toccarne un piede che spunta da sotto la veste fragrante e che odora di santità. La ceramica non è fredda così come l’associazione oculo-cerebrale ha suggerito. Dentro quella materia il calore dell’uomo, i nostri 37 gradi. E’ questa relazione intima e ineludibile, il momento nel quale qualcosa nella nostra prospettiva esistenziale cambia. E’ un piccolo scarto, ma lo abbiamo sentito tutti.

Questa non è una mostra personale. Come si fa a rinchiudere tutto sotto quattro mura? Come è stato possibile costringere un teatro o un temporale ad entrare al PAC? Tutto questo è poco rispettoso della loro ampiezza di respiro. Questa retrospettiva è più un monito, una riflessione che dura molti anni e molti spazi. E che va presa così: non per vedere ma per pensare. Una cosa che succede poche volte. Una bella cosa.

Per il comunicato stampa della mostra clicca qui.

Per le immagini qui.

Per i materiali di mostra qui.

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