Una Diaspora Calcistica (ma anche no)

E’ presto detto, subito scritto e in pochi giorni è diventato un caso internazionale scottante. Tutto è cominciato durante lo scorso turno di Europa League, quando Lazio e Tottenham si sono affrontate all’Olimpico: qualche ora prima del fischio d’inizio, un gruppo di tifosi del club inglese sono stati assaltati da un manipolo di laziali irriducibili che ha fatto irruzione nel pub per il gusto di darle. Peccato che i tifosi della Lazio siano degli incorreggibili simpaticoni neonazisti e i tifosi del Tottenham conosciuti per essere, a loro volta, in maggioranza di origine ebraica – che non vuol dire che sono tutti Rabbini o israeliani.

Qualche giorno dopo, durante la partita di Premier League tra Tottenham e West Ham United, alcuni sostenitori degli Hammers si sono esibiti in una versione canora di quelle risse e pugnalate di cui avevano fatto sfoggio i tifosi della Lazio solo qualche giorno prima. Insomma, i sostenitori degli Spurs, presunti ebrei, semiti o come li vogliamo chiamare, si sono visti perseguitati a causa della loro origine culturale – strano, non era mai successo nella storia dell’uomo.
Ma c’è di più.

Domenica, al termine dell’incontro tra Hammers e Spurs, il giocatore israeliano Yossi Benayoun si è definito – su Twitter –  “estremamente offeso e imbarazzato” perché i suoi tifosi, quelli del West Ham United, hanno messo in opera una protesta non convenzionale e anti-etica-e-morale nei confronti della cultura ebraica. Hanno inneggiato all’antisemitismo con saluti romani e cori calcisticamente scorretti.

La squadra del Tottenham, quartiere nord occidentale di Londra, è per tradizione (o credenza) la squadra di riferimento degli ebrei londinesi: questo è in parte vero, ma come ben sappiamo non è certificabile da un punto di vista anagrafico. Non possiamo sapere se ogni tifoso, qualche tifoso, molti tifosi o pochi tifosi del Tottenham siano ebrei o meno. Non abbiamo il diritto di saperlo, tantomeno l’interesse. Sappiamo che alcuni tifosi del Tottenham, un numero del tutto casuale, è di fede ebraica. Un popolo che non ha paese, o meglio, un popolo che ha ottenuto una collocazione geografica di recente, ma non ha nazione – parliamoci chiaro, Israele è nazione tanto quanto lo è San Marino o Città Del Vaticano – è sparpagliato per il mondo; così succede agli ebrei industriali, agli ebrei commercialisti, agli ebrei stilisti, agli ebrei giornalisti e via dicendo: un tifoso, va da se, può essere qualsiasi cosa, ma rimarrà sempre un tifoso.

Così, come giustamente scrive  sul Guardian, il pallone è lo sport della working class, di quella classe sociale che opera materialmente nella realtà dell’esistenza. La gente sugli spalti chiama Calton Coleblack bastard‘ con lo stesso tono con il quale si rivolge alla fidanzata per professarle la propria passione erotica. E Così Defoe, che viene pesantemente insultato ‘razzisticamente’ da tutti sugli spalti nel momento in cui sbaglia il gol del vantaggio a poche manciate di minuti dalla fine. C’è da dire che il tono della allegra discussione tra tifosi del West Ham e quelli del Tottenham ha portato a cantare cose del tipo “Spurs are on their way to Auschwitz, Hitler’s gonna gas them again“. Come non è giusto dire che tutti i tifosi del Tottenham ebrei sono spregevoli, così non è giusto dire che tutti i tifosi del Wes Ham sono razzisti.

Questa situazioni, portate alla ribalta dai giornalisti – rigorosamente per amor dell’informanzione e non dello scoop – scatenano sempre due diverse reazioni da parte del grande pubblico. Nella maggior parte dei casi si urla allo scandalo:

“l’gnoranza e il razzismo che oramai dominano la società, trovano voce attraverso le tifoserie calcistiche che sono l’esempio più limpido della degradazione della coscenza dell’uomo. L’abbiamo voluto noi.”

Alcune volte, invece, si attribuisce la ‘colpa‘ dell’accaduto ad un manipolo di personaggi:

“i tifosi, nel calcio, non sono tutti come quelli che hanno insultato con commenti razzisti i giocatori e i tifosi della squadra avversaria, ma prima o poi le istituzioni dovranno agire per arginare questi comportamenti, altrimenti il calcio e il tifo vero, verranno contagiati.”

Ecco quello che è successo ai tifosi del West Ham: un paio sono stati individuati e il club ha tolto loro il diritto di accesso allo stadio per questa stagione e per tutte le stagioni a venire. Un altro manipolo di insultatori è stato fermato subito dopo la partita dalla Metropolitan Police ed è stato portato in commissariato e in seguito rilasciato per mancanza di prove. Credo una delle più ineccepibili prese di posizione da parte delle istituzioni. D’altronde cosa bisognerebbe fare di più? Ognuno è libero di esprimere la propria opinione, la più grande bufala che sia stata mai detta! Non è vero, e ci mancherebbe altro!

Sarebbe troppo dire che l’indifferenza è l’unica arma che abbiamo per colpire profondamente queste ‘anomalie sociali’ – perché molta malainformazione e il buonismo hanno demonizzato l’indifferenza quale peggiore dei mali per l’educazione alla tolleranza. Io direi piuttosto che l’ordinaria amministrazione è il modo giusto di trattare queste situazioni. Riservare un trattamento di riguardo sui media ad un sopruso razziale conferisce al crimine più rilevanza. Ammettere che essere vittime ri razzismo fa male, molto, equivale a rendere l’offesa molto potente, quindi la prima soluzione ricercata da chi vuole far uso di violenza (quantomeno verbale). Non dire nulla, arrestare i criminali nello svolgimento di ordinaria amministrazione è l’unica azione saggia che si possa portare in atti. Trattare tutto alla stessa maniera.

Yossi Benayoun ha sbagliato a lamentarsi pubblicamente, ha fatto intendere al proprio ‘aguzzino’ che il metodo utilizzato è quello giusto per ferire. E’ un errore madornale. Pardossalmente, ogni volta che qualcuno si lamenta di un sopruso razziale contribuisce ad intensificarlo, specie se la situazione riguarda un personaggi di pubblica rappresentanza.

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