La Drôla. Parte di qualcosa.

*Questo è il secondo pezzo dedicato all’Associazione sportiva La Drôla. Potato Pie Bad Business ne racconterà la storia e rifletterà su questa fortissima umanità, quella che ci mette di fronte questa squadra. Ogni settimana un pezzo; come ogni sabato la partita. Senza un obiettivo vero – sarebbe pretestuoso -, se non un carotaggio sulla detenzione e su come, da uomini, possiamo vivere con altri uomini. Al fondo di ogni pezzo un indice di quelli precedenti.

Sin da ora, per tutti quelli che seguiranno, un grazie a Walter, Mauro, Eliana, Andrea, Emiliano, a chi rende possibile l’uscita di questo pezzo e che si riconosce in questo scarno ringraziamento, e in quelli che verranno.

La giornata è di quelle autunnali e torinesi. Alle due, davanti al carcere, un autobus al suo capolinea aspetta che qualcuno ci salga. Il sole è altissimo, riesce a scaldare le ossa. Con l’andare delle ore poi diventerà freddo; e il disco astrale si nasconderà, filtrato dall’abituale velo grigio che ricopre il Piemonte in questi mesi. E’ strano e particolare che ogni articolo che parla di qualcosa di duro e d’imponente inizi sempre con la descrizione del clima. E’ un tentativo di contestualizzare un sentimento, in realtà. Di prendere la giusta distanza dal problema, una sorta di preliminare, come era l’accendersi la pipa per qualche scrittore inglese dell’Ottocento. Il carcere è davvero brutto, e non è il caso di cercare aggettivi più circospetti o precipui. Il cemento armato e i rinforzi di ferro annegati, come ossa scarnificate, sono visibili e spuntano crudi dalle spelature angolate degli edifici.

Il carcere

Non esistono memoriali comuni che non siano attinenti all’atmosfera che ristagna. Il controllo è quello che ti aspetti e gli armadietti marchiati da numeri militari serigrafati in bianco pure. Lo abbiamo letto molte volte: i più romantici con la mente vanno ai personaggi di Thomas Bernhard, di Ferdynand Antoni Ossendowski, di Philip Roth, vagamente inattuali, che vivono il carcere come una dimensione mentale; e ognuno ha sempre il proprio timbro, un marchio di fabbrica che li distingue nella narrazione. I più vetero-americani si conducono alle pagine angelene di Edward Bunker, forse sulle note retro-rock di Hanni El Khatib, con i pugni e le bocche sdentate anni ’20. Anche davanti alla casa circondariale Lorusso e Cotugno di Torino c’è un autobus che attende i parenti in visita, ci sono le guardie, poche e stressate, ci sono i cassonetti per le strade di questa città nella città, i cantericci delle donne alle finestre delle celle, le risposte, i frizzi, le fischiate degli uomini che passano, e molto degrado. Su una palina di derivazione elettrica del Comune di Torino, antistante alle porte automatiche del controllo documenti, una bomboletta nera, traballante e insicura, ha scritto «Morte ai poliziotti». Anche questo è un clichè riottoso. Proprio lungo il muro di cinta, calpestato da una guardia tutta sola e infreddolita, è appiccicato un campo da gioco. Ci sono le porte da undici per il calcio e, soprattutto, ci sono i pali. Una tribunetta da centocinquanta posti, in cemento, è proprio alla mezzeria del tappeto verde e marrone di fango, dal lato del carcere. Lì dentro gioca La Drôla – per gli allenamenti usa un campetto solo fango proprio davanti al braccio dove stanno i detenuti. Due baracche in prefabbricato servono da spogliatoi, come due funghi appoggiati davanti, e tutte le guardie aspettano che i ragazzi si cambino. Hanno una divisa nera e quasi tutti un fisico invidiabile; di pesi e di flessioni hanno il tempo di farne. Entrano correndo in fila e come una squadra battono il cinque a quelli che sono venuti a vederli, e che si tengono caldi con dei balzelli dei piedi davanti all’ingresso. C’è chi urla per incitare e chi passa una mano in testa al compagno e poi un occhiolino d’intesa. Dalla tribuna si alza un primo coro e poi il volume della voce e il timbro aumentano per un placcaggio o una corsa verso l’area di meta. La Drôla non gioca – ancora – bene, conferma qualcuno. Ma da un punto di vista espressamente sportivo ci da più di chiunque altro. E, come in qualsiasi altro campo da gioco, dalla Serie A a scendere, chi è disposto a darci di più, vince. Quando finisce la partita parte un urlo liberatorio e in mezzo all’erba verde crivellata dai tacchetti, prima del terzo tempo, dei ringraziamenti e degli applausi reciproci, delle strette di mano, tutte cose che avvengono puntuali, c’è un momento nel quale alzano le braccia al cielo e festeggiano come se avessero vinto una partita vera.

La partita

E’ questo il pensiero che taglia a fette il cervello quando tutto è finito. C’è chi ha patito tre ore di freddo, ha visto del buon rugby, e ha perfino tifato, cercando il quadrante dell’orologio per spingere i minuti verso l’ottantesimo; ma questa è stata una partita? L’arbitro in divisa gialla c’era, il pallone era ovale, e i pali erano lì, infangati e scoloriti per il freddo, per le ore che passano nel ripostiglio in attesa di essere montati. Questa non è una partita. Il fatto che qualcuno possa considerarla un match di rugby depaupera con voracità tutto il sostrato che la rende così necessaria e così faticosa per tutti quelli che ne permettono l’esistenza. Sono pur sempre una squadra di carcerati, mi ha ricordato qualcuno. Ed è vero. A ricordartelo c’è la polizia penitenziaria, ci sono le sbarre ad ogni porta e una strana melanconia, che non ha modo di essere definita, una stanchezza nell’aria e negli occhi di tutti. Quando ti alzi dal seggiolino di plastica rosso, per vedere meglio, e la tua mente richiama senza speranza di impedirlo il cuscino da stadio che hai usato da bambino, vedi il camminamento grigio e dietro le torri per il controllo. Ecco perché non può reggere nessuno slogan che tiri in ballo la libertà. Ogni elemento retorico ha una data di scadenza talmente prossima e insindacabile da essere automatica. Dentro al carcere non è possibile vivere di stereotipi e tutto il decomposto e ritrito retaggio che si è soliti applicare in queste circostanze viene spazzato alla prima bava d’aria. Chi guarda la Drôla giocare ha la consapevolezza che tutto quello sia necessario e impossibile. Abbia la precarietà di un dente di leone al vento di montagna. E che tutti quelli che sono impegnati in mischia, che giocano e si chiamano una posizione, l’allenatore che insegna l’impegno, coloro che rendono possibile questo progetto con le proprie stesse vite in prima persona, stiano facendo una fatica inumana, per portarlo avanti e tenerlo vivo. E questa non è una partita vera di solo rugby, è piuttosto un corso di sopravvivenza, un terrappieno immunitario. Se fosse solo una partita, là fuori ci sarebbe il sole o la pioggia, ma non ci sarebbero le guardie, l’aria pesante e il cemento che si stacca a pezzi polverosi lasciando intravedere le armature.

Uomini e topi

Il primo pensiero che arriva a galla tra le persone che escono dal carcere dopo un intero pomeriggio molte volte è lo stesso: sono fuori. Quando saluti i giocatori della Drôla può scapparti un sincero «io esco». La sensazione è simile a quella che prova il personaggio di Raymond Carver in Cattedrale. Copre le gambe flaccide della moglie con i lembi della vestaglia e proprio quando la mano impugna il cotone sintetico dell’indumento si rende conto che gli occhi cui vuole impedire quello scorcio sono quelli di un cieco. Ci sono automatismi sociali e linguistici che è impossibile frenare e che sminuiscono, ridicolizzano il nostro apparato percettivo. Ci fanno anche sentire inadeguati. In quel momento siamo noi ad esserlo, a tutti gli effetti. Perché l’incursione della quale siamo protagonisti è tutta roba nostra e con la loro vita non ha nulla a che fare. Quando il terzo tempo si conclude, dopo due porzioni di pasta al forno e di pizza in una stanza del Padiglione E della struttura Arcobaleno dedicato all’Associazione OVALE OLTRE LE SBARRE che ospita i giocatori della Drôla, scivolano via i saluti di rito tra le squadre e lo scambio delle magliette. Tutti i carcerati dicono «ciao», «a presto», chi con un sorriso, chi con una pacca sulle spalle, chi stringendo la mano con intensità, cercando di allungare, di bucare gli occhi e lo sguardo. È proprio una squadra ti viene subito da pensare: se ne vanno in fila verso le loro celle, qualcuno ancora ride e parla della partita. E tu sei fuori. Con l’aria che imberretta il collo e la fermata dell’autobus disadorna. È notte e la città fuma qualche chilometro più a sud. Il rumore dei cancelli che si chiudono rientra nello stesso cliché dell’andata. Sbrang. È proprio quello, lo stesso dei film e dei fumetti.

Aritmetica della detenzione

Le slide scorrono monotone sul fondo nero scelto con poco senso estetico dal relatore. Roma, 7 Luglio 2012. È una conferenza organizzata presso l’Università LUISS – Guido Carli, sui “numeri della detenzione”. Anacronismo del titolo a parte, una schermata riassume con cruda essenzialità l’alienazione che il carcere impone, con la quale aggredisce l’uomo.

Recidiva dopo 7 anni dalla fine della pena: 19% tra gli ammessi a misure alternative o partecipanti a progetti in carcere. 68% tra chi ha scontato tutta la pena in carcere.

Qual è il limite oltre il quale ci si aliena dall’esistenza in società? Ogni uomo, proprio come nelle peggiori frasi di denigrate sceneggiature hollywoodiane circa il prezzo, ha il proprio. Ma il carcere spinge ogni essere al proprio limite, oltre il quale questa estraneità ha il sopravvento e si configura come un orizzonte non più esterno ma inclusivo. L’uomo è oltre, ed entra in una dinamica depressiva che lo costringe a considerarsi non più come elemento armonico. Gli annales latini riportavano di uomini morti suicidi per il distacco forzato dalle loro comunità. Gli ostracizzati perdono il privilegio della chiamata sociale e sono soli come animali. È una deriva che nessuno ha la forza, la predisposizione ad affrontare. È una morte psicologica. Perché ad insistere sull’essere umano non è solo la solitudine e il senso di pudore, l’imbarazzo dei propri errori. Anche nelle nefandezze più disumane si possono trovare sodali. Esiste piuttosto una ferita – il vulnus– che si lacera con l’esclusione, il rifiuto del proprio ambito di riferimento. Questo è alienamento. Il non c’entrare più nulla.

La mischia.

Il senso di appartenenza, l’identità, è un antidoto all’esclusione. Nei cinque fangosi tra dita bitorzolute, nella touch, nella mischia, tutto questo appartenersi ed essere appartenuti sale nelle gole di ognuno e nelle bocche. A bordo campo, dal primo all’ottantesimo, stavano tre esponenti della polizia penitenziaria. Hanno guardato tutta la partita, per obbligo, certo. Si sono mossi lungo le righe laterali e spesso si giravano. «Forza che vinciamo anche questa», ha detto uno di loro ad un certo punto. E quando la vittoria è arrivata (per 12 a 11) hanno applaudito tutti. Il medico addetto al servizio di campo ha iniziato a sorridere. È un senso di appartenenza, quello di una squadra, del mangiare insieme, delle docce, che non ti lascia facilmente. Puoi perdere o vincere ma avrai in mente sempre quella cosa. Nelle noiose presentazioni degli acquisti estivi, gli svogliati direttori sportivi sono soliti pronunciare con scarsa enfasi e ancor minore consapevolezza una perifrasi «vestirà quest’anno la nostra maglia». La maglia di una squadra non «si mette», non «si indossa», ancora meno «si prova». Una maglia si «veste». Come una divisa (altro sinonimo spesso utilizzato). Come una pelle. La Drôla veste la stessa maglia ed in ognuno di loro in campo è il tramite per sentirsi parte di qualcosa che non sia il degrado del carcere che li aliena. La Drôla li tiene li, tutti in fila, tutti uniti, attaccati pervicacemente alla vita.

Indice degli articoli su La Drôla:

1. Rugby. Storia di una partita tra uomini.

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One thought on “La Drôla. Parte di qualcosa.

  1. Ben articolato.preciso.Dotto nelle citazioni.Forse e’mancata la suspance nella narrazione della partita.Ci e’arrivato il senso di sgomento e di vuoto del vivere una non vita.vorremmo sapere qualcosa dei protagonisti. Il loro carattere, le aspirazioni ,le speranze. Un racconto magari tinto un po’ di giallo, che diverta e stupisca il lettore. Chissà ….

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