Film Brutti – E la chiamano estate, Paolo Franchi (recensione)

Ho da sempre una simpatia naturale per tutti quei film che vengono fischiati, insultati e massacrati nei Festival. Mi piacciono quei lavori che fanno discutere, che dividono, che creano lo scandalo. Per questo, sono accorso a vedere il terzo film di Paolo Franchi, presentato all’ultimo Festival di Roma. Dopo la prima proiezione, E la chiamano estate ha ricevuto una quantità di reazioni cassatorie, che non si vedevano da decenni. Risate di scherno, gestacci, pernacchie. La cosa sorprendente è che la giuria del Festival, presieduta dal regista americano Jeff Nichols, ha premiato il film con il premio per la Miglior Regia e quello per la Miglior Attrice. Quando Isabella Ferrari è salita sul palco per ritirare il premio, altre urla di disappunto. “Vergogna!”, “E la chiamano attrice!”. “Signori, questo è un film d’autore” è stata la risposta della Ferrari, visibilmente imbarazzata. Scene magnifiche, che si pensava non potessero più verificarsi in un Festival del Cinema, nell’epoca del gusto massificato e della morte del dibattito.

La Ferrari è Anna, una bella quarantenne che si tormenta perché il suo uomo, Dino, non fa all’amore con lei. Le preferisce ammucchiate di gruppo con perfetti sconosciuti, prostitute, club di scambisti. Ama riprendersi con il cellulare mentre concede il suo corpo (ma attenzione, non il suo cuore) alla promiscuità. Un bel giorno, Anna sbircia il suo bell’I-Phone di quarta generazione e scopre tutto. Nel frattempo, Dino prova a convincere gli ex di Anna a tornare da lei per soddisfarla carnalmente. Lui proprio non ci riesce. Anna trova un amante, un ragazzo molto più giovane di lei, ma non ce la fa, ama Dino. Dopo essere finalmente riusciti ad unire i propri organi riproduttivi, la tragedia incombe.

Non mi capita spesso di essere d’accordo con la maggioranza, ma in questo caso i critici che hanno deriso il film di Franchi hanno avuto perfettamente ragione. E la chiamano estate è talmente sbagliato da crollare nel ridicolo involontario e provocare l’inevitabile risata caustica. A dir la verità, Franchi gira molto bene, utilizza in modo molto convincente la fotografia e gli spazi vuoti. Ha un senso estetico davvero notevole. Può darsi che pecchi nel manierismo, ma non è certamente il punto di vista tecnico il principale motivo per bocciarlo. Il più grosso problema è la sceneggiatura: demenziale. Non c’è uno scavo psicologico credibile, ogni evento narrativo è la conseguenza banale e prevedibile del passaggio precedente. La psicanalisi viene tirata in ballo con una superficialità agghiacciante. Purtroppo, il sospetto è che il sottofondo pseudo-intellettuale sia soltanto un pretesto per sfogare le perversioni del regista.

Sì, alla fine E la chiamano estate è un soft-porno girato da un radical-chic (per utilizzare due terminologie che vanno molto di moda tra i giovani di oggi). Non mi viene in mente cosa potrebbe esserci di peggio. Davvero deludente, poi, le prove dei due attori protagonisti, che hanno entrambi un solo registro espressivo. Per quanto riguarda la Ferrari, non è certamente una novità, ma tutto sommato il suo personaggio è talmente privo di spessore che la recitazione monotona e passiva dell’attrice può considerarsi coerente. Jean-Marc Barr dovrebbe, invece, essere il motore del film, il personaggio controverso, affascinante e maledetto che trascina lo spettatore nel suo turbine autodistruttivo. Ma va là. Quando esclama le parole “Pisciami in faccia!” a una prostituta che lo stava cavalcando, ci chiediamo se davvero chi vive questo tipo di esperienze sia tanto annoiato e privo di vita.

Emiliano Dal Toso

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