Il questionario del MiBAC. Il problema dei questionari.

Il MiBAC. Della serie: con quattro domande ci togliamo il pensiero.

Il MiBAC ci riprova. Il titolo del questionario questa volta è «Il Museo che vorrei.» E l’intento è sempre lo stesso: chiedere al pubblico italiano cosa si aspetta da un museo, che tipo di servizi, quale prezzo e quali modalità di fruizione. I referendum e i sondaggi sono questioni complesse: a livello comunitario una domanda che in pochi possono comprendere cessa di essere una domanda. E’ più una improvvisazione priva di significato. Ecco perché non aveva senso la campagna dei quattro sì, un referendum a malapena adatto al comitato di bioetica. Ed ecco perché, egualmente, non ha senso questo questionario. Il Ministero, con poco spirito digital, si è vantato di un primo giorno di risposte «entusiasmante». Con 110 compilazioni che hanno messo a dura prova i server di Campo Marzio e la fibra che spero ci arrivi.

Il punto, comunque, non è quante risposte giungeranno. E non penso che il punto sia nemmeno quali tipi di risposte verranno formulate. Certe cose, in amore come in programmazione, è meglio non chiederle. E i motivi sono molti. I primi, quelli più ovvi: esistono – devono esistere – persone che retribuite dal lacero e celeberrimo contribuente, sono chiamate a prendere decisioni sull’indirizzo strategico che deve imboccare la museologia italiana. Vorrei chiedere ai passanti cosa ne possono sapere di scienza museologica: è giusto in un allestimento preferire delle tabelle di sintesi o è meglio investire nella scenografia? Sarebbe meglio pagare per vedere le mostre o no? Quale razza di scriteriato sotto-segretario pulcioso o ministro prezzolato è convinto che questo genere di domande volte all’etere possa dare anche solo per una casualità astrologica una risposta degna di attenzione e fondata? Pensano davvero, in quel di Roma, che lo svogliato visitatore conformista del Museo del Novecento di Milano o di Villa Borghese possa avere un’opinione circoscritta della necessità o meno di pagare cinque euro per una visita o di doverne pagare zero? In ognuna delle domande esposte nel questionario sopravvive una dose di questa insopportabile venatura culturale della politica italiana: lo scarica barile, il garantismo demagogico del tutto e per tutto.

I motivi per essere furenti non finiscono; e anzi s’incrementano quando il mouse arriva al click. La prima domanda è semplice (forse):

1. Secondo lei è giusto pagare un biglietto di ingresso nei luoghi della cultura statali? Dunque, provo a ripensare all’ultimo museo visitato: Museo del 900 (cinque euro). In quale senso questo prezzo deve essere considerato giusto? Se lo metto in paragone ai sette del Museo dei Campionissimi di Novi Ligure questo è un autentico regalo divino. Cinque euro per la collezione più forsennatamente e delirantemente audace d’Italia è davvero poca cosa. Eppure, in un recondito antro del mio pensiero, mi viene da dire che non solo sarei disposto a pagare di più per questo ben di Dio così malmostoso, ma che addirittura, dovrebbe essere cosa giusta pagare la cultura per fruirla. Perché in quel prezzo convive sia l’elemento intellettivo ed estetico che quello finanziario ed etico: il sostentamento economico di quest’area del paese. Tuttavia non posso che incontrare un’area di disappunto quando ripenso ai sette euro scialacquati per le mostre di Palazzo Reale o per quelle a pagamento del PAC di Milano. E allora che così il prezzo? Un endorsement privato ad un progetto non può esserlo: non pago il teatro se mi è piaciuto. Ma non può nemmeno essere uno per tutti, e soprattutto non può essere una questione richiesta a-priori, come il prezzo della pizza al ristorante. Cosa ne può sapere l’uomo di strada, perché è a questo che il questionario si rivolge, dell’impatto della biglietteria nel bilancio annuale di una struttura? Se questo quid sia o meno sostanzioso e in relazione al suo valore sia o meno sacrificabile. La prima domanda non ha, dunque, una vera risposta. Perché anche ammettendo che il compilante possa avere una seppur vaga idea delle logiche economiche di un museo questo non potrebbe rispondere un si o un no senza incorrere in una massa ancora maggiore di casi che lo indurrebbero nel cambiare la propria risposta.

4. Quale di questi aspetti/servizi ritiene più interessanti per la fruizione dei luoghi della cultura? (indicare massimo tre risposte)

Indicare massimo tre risposte. Le alternative sono molto intriganti:

☐ le opere d’arte esposte
☐ il percorso di visita
☐ i supporti multimediali
☐ il materiale informativo (pannelli, didascalia, ecc.)
☐ le visite guidate
☐ le audio guide
☐ il bookshop
☐ gli orari di apertura
☐ la caffetteria
☐ la cortesia del personale
☐ luoghi di sosta e riposo
☐ la riconoscibilità del personale

Sono tutte cose utili. Ma ne ho solo tre a disposizione nel Museo che vorrei. Come non partire dalle opere d’arte esposte? Quelle ci vogliono. Non sarebbe il massimo visitare un museo vuoto (anche se Ryan Gander me lo ha già fatto fare). E neppure un museo pieno di zeppo di orrori, come potrei a quel punto giustificare la risposta si alla domanda numero uno? E la prima flag è andata. Il percorso di visita ci vuole. In effetti sono importanti, perché aiutano il fruitore a non perdersi dentro il museo e a capire in che modo il curatore ha optato per un’opera piuttosto che per un’altra. E anche qui una flag ha la sua motivazione. E due. Tra supporti multimediali e materiale informativo ne andrà spesa un’altra. Qualcosa mi è dato di leggere, per dilatare il punto di vista. Se sono meno tecnologico posso anche accettare una palina in forex e in tal caso spunterò la seconda; altrimenti bando alle ciance e via con la prima delle due. E siamo a tre. A questo punto mi sembra ovvio che il museo che vorrei non avrà: una caffetteria, un bookshop, non avrà personale cortese (solo ex-galeotti incazzati) e non avrà nemmeno le audio guide (che importanza hanno? Ho già scelto il materiale di mostra). Sembra lampante di come, a tutti gli effetti, il museo che vorrei, ma qualsiasi museo che abbia la pretesa di chiamarsi così, debba avere tutte le cose elencate e facciano parte della sua mission senza che un questionario ministeriale mi chieda se abbiano senso di esistere.

Queste tipologie di articoli finiscono tutti nello stesso modo. Il giornalista recupera la desueta ma sempre valida formula del «Mi piacerebbe vivere in un paese dove…», in questo caso la degna prosecuzione dovrebbe essere «…il Ministero dei Beni Culturali non non debba aver bisogno di un finto questionario-placebo per chiedere a tutti (e quindi in questo caso a nessuno) quale museo vorrebbero. Perché, semplicemente, in un Ministero devono esistere persone che, retribuite per farlo, devono sapere quale sarebbe il museo che vorrei.». Queste cerimonie in periodi di crisi devono interrompersi. Io non credo più di vivere in un paese dove il MiBAC sia a conoscenza di quello che va fatto, e questo semplicemente perché ho vissuto sulla pelle troppi Palazzo Riso, troppi MADRE, troppi MaCRO, troppi MAMBO, troppi, troppi, troppi.

E allora come dovrebbe finire un pezzo come questo? Se volete partecipare allo scempio, ecco il link. Sbizzarritevi.

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2 thoughts on “Il questionario del MiBAC. Il problema dei questionari.

  1. La cultura in Italia e’ da sempre stata considerara dallo stato político qualcosa di poco útile proprio come un mondo ignorante Che si rifiuta di pagare o meglio remunerare alcune professioni Per. Esempio artistiche perche’ non commustibili, soprattutto tutte quelle persone in cerca di equita’, rispetto dalla gestione selló Stato il quale ha finanziato la acullá e l’ universita’ senza mai modificare le regole Che hanno regolarizzato il disfacimento asurdo e tracotante dei propri gestori storicamente raccomandati-ignoranti, ignorati. Ora un museo da chi o come verra’ deciso….? Ci Sara’ un sorteggio, e come a berra’ Per. Es. Come fanno con il cinema e la Raí? Si sorteggiano tra loro e si assegnano puri i premi e’ uno scandalo.

    • Ciao Renato,

      perdona il ritardo nell replica al tuo commento.
      La scelta dei direttori museali in Italia ha, come per tutte le nomine del pubblico, due ben diversi iter: la nomina diretta (quindi senza bando) e quella per bando pubblico. Nella prima la scelta è responsabilità dell’organo/del collegio deputato: e molto spesso si sta parlando del MiBAC appunto. Nel secondo ci sono dei parametri. Il primo caso sta al buon cuore del Ministro. Se devo pensare alle scelte fatte solo negli ultimi due anni, beh, il buon cuore non c’è stato. Per il secondo caso il problema come per il questionario è l’obscolescenza dei criteri. Erà, laurea, progetti. Se vai a leggerti il bando tipo capisci subito che i candidati eleggibili non saranno mai persone davvero in grado di gestire un museo nella contemporaneità.

      Poi, come sempre, una volta scelto il direttore il discorso si allarga: quale direttore potrebbe fare bene con un budget annuale della cui certezza e entità non sa mai nulla? Siamo davvero messi male e questo semplice questionario è un bell’emblema della situazione: per risolvere cosa si fa? Un po’ di soffiame pubblico…

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