Top 5 – I peggiori luoghi comuni delle interviste nel calcio.

Pasquale Marino. Uno che di luoghi comuni se ne intende.

Quante interviste sono andate in onda nel calcio? Un numero che sfiora l’iperbole. Ascoltandole – una vale l’altra – si può avere la sensazione dell’infinità delle cose inutili che, letteralmente ogni secondo, vengono prodotte sulla crosta di questo pianetuncolo. Per giunta, anche le peggiori abitudini hanno una nomenclatura e raggiungono un grado di familiarità che dona loro dimestichezza, le ammaestra. Riescono, nel corso degli anni, ad emergere una serie di luoghi comuni, dei super-luoghi-comuni, che torreggiano in mezzo al luogo comune per eccellenza che è l’intervista pre e post match. Sembra incredibile ma nessuno – o quasi – riesce ad uscire dalla traccia. E così, come l’impertinente e onnipresente cravatta di Craig Saiger, puntuale, arriva l’ovvietà. Ecco le cinque migliori, quelle che ogni Ficcadenti e Sannino non ci risparmierebbe mai.

Quinta posizione.

E’ finita zero a zero. E’ stata una partita noiosa. Il pubblico ha fischiato; è anche possibile che un pareggio senza reti fosse il massimo, per entrambi, a cui aspirare. E quindi va bene così. Quello che chiedi al tuo allenatore, infagottato in un cappotto infeltrito o in un piumino inspiegabilmente lungo, è di tacere, scivolare via lungo il cartellone pubblicitario in movimento  a scartamento ridotto. Ma no. Lui deve dirlo. Lui è di quelli che

«Le squadre si sono studiate molto a lungo.»

Ma cosa significa? Chiunque abbia giocato a calcio – a qualsiasi sport – lo può dire. Dopo 7 giorni di allenamenti a preparare quella dannata partita, da studiare in quegli unici 90 minuti di agonismo cronometrato non hai proprio nulla. Ma che stai a dì?

Quarta posizione.

L’ha detta Moratti, creando una sorta di non-plus-ultra del genere, ma l’ha usata in tristi circostanze anche Gaucci. Qui è riportata in una delle migliori interpretazioni di Allegri. E’ un grande classico del calcio del risultato obbligato. E’ tipica del perdente. E’:

«Hanno vinto loro, ma avremmo meritato noi.»

Anche coniata nella versione più secca e cruda del

“Non meritavamo di perdere», talvolta rafforzata e introdotta da un non poco affettato «Sinceramente,»

Allegri, nel più classico dei «Non meritavamo di perdere»

Terza posizione.

E’ estate; oppure DIcembre. Il mercato è alle porte, in pieno svolgimento. Ogni giornalista che meriti la tessera che porta nel taschino della giacca lisa, sa che una società seria condivide con il proprio allenatore le scelte e le cosiddette strategie di mercato – chiedere, per una pronta smentita al timido Alessio Secco di juventina memoria. Così, l’omuncolo con il microfono, si appresta a chiedere se quelli-lì rimarrà alla fine; o se quello-là interessa. Ma la risposta dell’allenatore è perentoria e chiarissima. Ed è sempre uguale, una saracinesca sulle gonadi.

«Dovete chiedere alla Società». O bestiolina, tu sei la Società. Sei tesserato nel nome e per il nome di Dio e della Società, ovviamente. Per una performance di livello chiedere al migliore dei tiro-la-pietra-ritraggo-la-mano mister Mazzarri.

Dovete chiedere alla società.

Seconda posizione.

Sono le 17 in punto. I riflettori nei corridoi interni allo stadio iniziano ad accendersi; Varriale si sistema la cotonatura e la D’Amico il reggiseno. E’ l’ora delle interviste post partita. E qui il meglio di noi è sempre lo stesso, inutile negarlo. Arriva Mazzarri, ma presto lo seguono in molti. E’ il momento di

«Non voglio parlare degli arbitri» Il ma è implicito. Tanto implicito che senza un cambio di tonalità della voce la frase successiva sarà puntualmente sul fallo non fischiato o sul fuorigioco inesistente.

Mazzarri, Non voglio parlare di arbitri.

Prima posizione.

Il primo posto è dedicato allo sport nello sport più praticato e sospinto del pianeta Italia. Il calcio mercato; anzi, le voci del calcio mercato. Da quando giornalisti come Di Marzio hanno preso la delega a questa particolare, ramificata e peculiarissima attività, c’è ancora più gusto nel seguirlo. Perché adesso siamo nel momento di Twitter e degli sms che arrivano in onda – prima c’erano solo le e-mail fasulle del Processo – e così tutti possono, tra un mojito estivo e un calvados di Gennaio, porre la malandrina domanda. Devi rinnovare il contratto? Qualcuno ha fatto un’offerta per te? Di tutta riposta il calciatore o l’allenatore risponderà sempre la stessa cosa. Anche se la domanda posta è un complimento mal mascherato, che non nasconde alcun tranello. E quindi

«Io qui [indicazione geografica] sto molto bene». Di base, venti minuti dopo, parte l’aereo privato.

Per rimanere nel cliché al collega che mi seguirà, con la prossima Top 5, dico: «La prossima sarà molto dura»; perché neanche dal più snob Zidane o dal più crudemente e presuntuosamente vero Zlatan ho mai sentito dire a riguardo dell’accorrente match con il Novara «La prossima è una partita che vinciamo facile». Tutt’al più sarà abbordabile. Vai così. Un giorno qualcuno in nostro soccorso arriverà.

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2 thoughts on “Top 5 – I peggiori luoghi comuni delle interviste nel calcio.

    • Avevo scritto un pezzo dedicato proprio a questo e così non l’ho inserito in Top5. Comunque ti do ragione: “sono tutte finali” è superlativo. In versione bellica c’è anche “voglio che i miei giocatori mettano l’elmetto in campo”.

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