Weekend con il morto – Gottfried Wilhelm von Leibniz

La Stepped Reckoner: calcolatrice meccanica costruita da Leibniz nel 1671.

Quando parliamo di pensatori poco famosi, oppure di grandi menti che consideriamo sottovalutate (come ci è già successo), è bene presentare il pensiero del personaggio in questione per sottolinearne gli aspetti rilevanti. Con Leibniz questo passaggio non è necessario, perché -anche se sono in molti a ignorare i motivi per cui il suo pensiero è incredibilmente importante- la sua grandezza è riconosciuta e conosciuta da chiunque abbia proseguito gli studi dopo la terza media.

Potremmo analizzare nel suo significato più profondo il concetto di monade, oppure inoltrarci in qualche divertentissima dimostrazione logico-matematica, ma non faremo nulla di tutto questo (per chi volesse avventurarsi in questi campi, consiglio il bel Introduzione alla filosofia di Leibniz, del buon Massimo Mugnai). Quel che voglio fare, per ricordare quest’oggi l’amico Gottfried, è invece fornire un ritratto del pensatore giunto direttamente da un suo conoscente.

Precisiamo. Nella seconda metà del Seicento, mentre le arti grafiche e la letteratura subivano (o sfruttavano) il mecenatismo pre-illuminato -pensiamo a Molière alla corte di Luigi XIV- vi era una scienza che stava rivoluzionando per sempre il suo aspetto: la medicina. Un centinaio di anni dopo le scoperte di Vesalio (che con le sue dissezioni e fondò l’anatomia moderna), gli strumenti chiave della medicina avevano ormai smesso di essere  gli scritti classici di Galeno e Aristotele, soppiantati da un “nuovo” mezzo,  ovvero l’occhio umano, aprendo al meraviglioso mondo dell’osservazione diretta. La letteratura medica di quegli anni, che si rifà, nel metodo, ai principi del manierismo  di matrice leonardesca, è qualcosa di straordinariamente ricco; non parliamo di descrizioni di rilevanza artistica (come vedrete, l’esposizione cerca di essere completa e tecnica, più che esteticamente piacevole) ma è davvero divertente da leggere: probabilmente il mio senso dell’umorismo ha qualche problema, ma in quest’era pre-psicologica, prima dell’avvento dei microscopisti e della teoria evolutiva di Darwin, trovo spassoso notare il modo in cui l’osservazione viene condotta per giungere ad una descrizione esaustiva, non solo della conformazione fisica del paziente, ma anche di elementi di natura comportamentale (legati un po’ ingenuamente a osservazioni anatomiche).

Leibniz si lamentava spesso di non somigliare affatto ai ritratti che giravano nelle varie corti in cui soggiornava; per rendergli giustizia (visto che non può più lamentarsi), e per ridere con lui, ecco il “ritratto” che ne fece il suo medico.

«È di media statura e gracile; ha il volto pallido; le mani per lo più fredde; i piedi, al pari delle dita delle mani, troppo lunghi e sottili in rapporto al restante del corpo; non ha alcuna disposizione a sudare. I capelli sono di colore bruno scuro, il corpo tuttavia non è molto peloso. Gli occhi ci vedono poco fin dalla giovinezza; la voce è esile e più alta e chiara che forte, mutevole, ma non abbastanza duttile, in quanto ha difficoltà a pronunziare le gutturali e la lettera K. Ha polmoni non forti, il fegato secco e caldo e le mani sono attraversate da innumerevoli linee. Gli piacciono le cose dolci, come lo zucchero, che è solito mescolare al vino. […] Non è molestato dalla tosse, raramente starnutisce. Non è afflitto da catarro: raramente emette muco, anche se sovente ha intensa salivazione, soprattutto dopo una bevuta e in proporzione all’acidità di ciò che beve. Gli occhi non nuotano nel liquido, bensì sono più secchi del normale, dal che deriva la difficoltà a vedere le cose lontane, mentre la vista è tanto più acuta riguardo alle cose più vicine. Il sonno notturno non viene interrotto, poiché va a letto tardi, e preferisce di gran lunga protrarre lo studio nella notte anziché alzarsi presto al mattino.

Sin da bambino assunse un genere di vita sedentario e di poco moto. Fin dall’inizio dell’adolescenza lesse molto e ancor di più meditò, comportandosi nella maggior parte dei casi da autodidatta. Desidera penetrare le cose più a fondo di quanto siano soliti farlo le persone comuni, e compiere nuove scoperte. Non è molto il desiderio di conversazione; maggiore è quello di meditare e di leggere in solitudine. Tuttavia, una volta implicato in una conversazione, la continua abbastanza lietamente, traendo maggior diletto dai discorsi divertenti e piacevoli, anziché dal gioco e dagli esercizi che comportano moto. È tuttavia facile ad adirarsi, ma l’ira, come è sorta, altrettanto facilmente svanisce. Non è dato vederlo mai troppo triste né troppo ilare. Prova con moderazione gioia e dolore. Il riso gli fa piegare la bocca, piuttosto che sussultare il petto. È timido nel cominciare qualcosa, audace nel portarla avanti. Essendo miope, non ha una vivida immaginazione. A causa della debolezza della memoria, il minimo guaio presente lo affligge più che uno grandissimo in passato».

Giancarlo Mazzetti

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