Il DNA nel calcio. Dalla Juventus di Coppa all’Inter del cinque Maggio.

Subito dopo l’eliminazione dalla Champions patita contro il Liverpool, la Juve di Capello giocò contro la Fiorentina, a Torino. Dalla Fiesole in trasferta campeggiava uno striscione: E la vostra Champions League?

È ricorrente leggere sui giornali, ascoltare dalle radio e dai talk-show sportivi più variegati che le squadre hanno un DNA. Molto spesso questo particolare elemento può essere ricondotto ad una sorta di retroterra comune, ad una sequenza, una sorta di ripetizione ciclica di alcuni risultati e tendenze. Uno dei fattori genetici più riportati dal giornalismo italiano è quello che lega la storia della Juventus alla Champions League. Una delle squadre più forti, nonché la società più titolata a livello di trofei nazionali è, da sempre, una delle peggiori interpreti italiane della competizione europea. In bacheca ogni giorno l’assistente domestico di Galileo Ferraris può lucidare due soli trofei dalle lunghe orecchie: quello tristemente famoso dell’Heysel, passato alla storia per i suoi morti, quello del 1996 di Marcello Lippi e della sua banda scatenata. Uno dei 4-3-3 più irresistibili della storia del calcio moderno.

Prima e dopo queste vittorie, le sorti della Signora in Champions League (con questo nome di competizione dal 1992-1993, prima nota come Coppa dei Campioni) non sono state all’altezza del suo nome, della sua proprietà così nobilmente sabauda e al contempo operaia. La Juventus è andata in finale sette volte dal 1973, anno della prima occasionissima fallita contro l’Ajax di Kovàcs e Cruijff. Dalla nascita della Champions League con la prima edizione del 1955-1956 la Juventus ha partecipato a ventisei edizioni. In queste “sue” edizioni per nove volte è arrivata tra le prime quattro. Ma non è certo nell’esito di queste che sta la nomea negativa delle notti infrasettimanali della squadra di Torino – l’evidenza dei numeri dimostra che in sette di quelle nove occasioni la squadra di Torino ha infatti avuto la possibilità di giocarsi la finale secca. Sono stati, piuttosto, gli anni Novanta a imprimere questo marchio. Nel 1995-1996 la Juventus vince a Roma contro l’Ajax, alla sua prima occasione del decennio, Del Piero è vice-capocannoniere con sei gol, e Ravanelli e Vialli sono l’Eto’o e il Milito di Mourinhana neroazzurra memoria. Da lì giocherà altre due finali, subito successive, e una semi finale con il Manchester United, che tutti i tifosi juventini ricordano, l’anno ancora seguente. Zero vittorie e molta amarezza, dal festeggiamento di Stephane Chapuisat al pallonetto di Lars Ricken, all’errore di Angelo Peruzzi sul gol di Predrag Mijatović, per arrivare ai due neretti, York e Cole, che squassano la difesa marchiata Kappa e D+ e presidiata da Iuliano, Montero, uno stanco Ferrara e un poco noto ma non per questo poco ruvido, Zoran Mirkovic. Quindi Carlo Ancelotti, Edwin Van Der Sar, prima del Lippi-bis e degli investimenti post-Zidane che fruttano, insieme all’arrivo di Buffon, Nedved, Thuram, anche la seconda chance del viareggino, con la sconfitta di una Juventus ricordata ormai solo per il Montero terzino a rincorrere Shevchenko in quel dell’Old Trafford. Poi calciopoli e poco altro, se non un’ovazione più giornalistica e sensazionalistica che sostanziale del Bernabeu ad Alessandro Del Piero in maglia dorata (una doppietta frutto dell’ubriacatura molesta di Casillas).

E allora cos’è questa questione di DNA?

In termini retorici è frequente che venga utilizzata per colmare evidenti lacune tecniche dell’oratore. Eppure non è del tutto una parafrasi campata in aria. Nel 1958-59 la Juventus esce per 3-8 contro il Wiener Sport Club, squadra di Vienna, eliminata poi per 1-7 dal Real Madrid due turni oltre. E’ alla sua prima partecipazione, battuta per precocità, questo va detto, dalla Fiorentina del 1956-57. E si vede. La Juventus di quell’anno non è irresistibile. In panchina si alterneranno Ljubiša Broćić e Depetrini; ma davanti può schierare Boniperti, Charles e Sivori. Infatti vincerà una Coppa Italia in scioltezza e si schiererà terza in Serie A, ma in Coppa questo non basta. Nel 1960-1961 le cose sono diverse: la Juve è forte. Vince il campionato con lo stesso attacco di due anni prima ma con una retroguardia più adeguata con l’azzurro Burgnich e il mediano Flavio Emoli. In Champions, però, è di nuovo fuori ai sedicesimi contro il CSKA di Sofia eliminato poi con ignominia appena un turno dopo dal Malmoe. Nel 1967-1968 i bianconeri perdono la semifinale contro il Benfica tutto portoghese; ed è una sconfitta dura, perché la squadra di Lisbona non fa toccare la palla ad una Juventus che in 180 minuti non conferisce la sensazione ai propri tifosi di poter competere a quel livello. È il 1973-1974, nell’anno d’interruzione dalle vittorie a cavallo tra il quindicesimo e sedicesimo scudetto, che la Juventus si fa eliminare al primo turno di Coppa dai tedeschi della Dinamo Dresda. La squadra di Cuccureddu, Capello, Furino, Causio, Bettega, Altafini, Anastasi, esce contro una delle cenerentole d’Europa. Subisce un secco due a zero all’andata, al quale non riesce a rimediare a Torino neppure grazie ai tre gol messi a segno. La stessa storia si ripete nel 1975-1976 quando una squadra analoga con in difesa il mitico Scirea perde agli ottavi dal Borussia Monchengldbach con un risultato aggregato di quattro a due. È famosa l’uscita contro i Rangers patita nel 1978 da Giovanni Trapattoni e dai vari Tardelli, Bettega, Boninsegna. Nello stesso anno arriverà la vittoria della Coppa Italia e il terzo posto in campionato. Nel 1981-1982, l’anno della seconda stella, sarà l’Anderlecht a eliminare una Juventus in formato corazzata, quella di Zoff, Cabrini, Brio, Gentile, Scirea, Brady, Tardelli, Bettega, Paolo Rossi e del talentino Marocchino. La stessa che l’anno successivo verrà fulminata da Felix Magath in finale, su quell’errore così imperdonabile e così doloroso del campionissimo Dino Zoff. Nel 1986-1987 sarà una spagnola, per la prima volta, a eliminarla. La squadra che aveva vinto due anni prima, con Platini, esce di nuovo nell’ambito di una stagione complessivamente non esaltante. Poi gli anni Novanta con Lippi e con le sconfitte di finale, poi i fatti contemporanei.

Da questo quadro emerge, dunque, la sistemica e congenita difficoltà della Juventus in Champions League; quella che ha reso la definizione bello di notte per Zibì Boniek, coniata dal compianto Avvocato Agnelli, così capitale e aggrappata al sentimento juventino. Il polacco portò la Juventus sul tetto d’Europa per la prima volta, procurandosi un discusso quanto “obbligato” calcio di rigore in quel dell’Heysel, e diede la tangibile sensazione che, in fondo, il DNA si può distruggere e cancellare.

E allora?

La Juventus, di notte, non è bella. Non vince (quasi) mai. Il DNA nello sport esiste, è quella matrice invisibile – e inspiegabile – che porta una squadra su percorsi simili negli anni e che, anche a distanza di molto tempo, con cambi di giocatori e di allenatori, con avvicendamenti societari, resiste come il muschio sui gradoni dello stadio o il puzzo di umido negli spogliatoi. IL DNA è qualcosa che si attacca allo storia della società e che la pervade. Si tramanda di generazione sportiva in generazione; giacché il Liverpool la rimonta dell’Ataturk l’ha fatta con quattro grandi orecchie appuntate sul petto e non per un puro caso.

Non solo. Quando un giocatore firma un contratto, un nuovo accordo, lo fa nella sede della società. Quando entra vede la bacheca delle vittorie, e che pressione, che cuore pulsante, quando intravede quelle cinque coppe come in Anfield Road. Da quel momento conosce il proprio destino: quello di difendere ad ogni costo quel patrimonio ereditato. Da quel momento nasce e si tramanda questo DNA, che è istintuale, che è nella gente che va allo stadio, e che in quelle notti fa vivere a tutti un sogno, un sogno collettivo grande e infonde una energia diversa con la quale superare le difficoltà.

Il DNA è lo stesso che stagnava in via Durini, che ha portato una delle firme più intelligenti del giornalismo sportivo italiano a dire «chi era in campo il 5 Maggio non potrà mai vincere con quella maglia una scudetto» e che solo un mago come Mourinho e il delitto di calciopoli hanno potuto spazzare via con il triplete, restituendo una dignità fino a quel momento inattesa, per quattro protagonisti superstiti da quel 2002: Toldo, Zanetti, Materazzi, Cordoba (Pandev nel 2001-2002 era anch’egli all’Inter nel canonico rimpallamento tra giovanili e prima squadra). Il DNA, che ci crediate o no, esiste. E la Juventus di quest’anno, pur con le attenuanti degli esordienti, lo dimostra. Questo non significa che perderà con Chelsea e con lo Shakhtar di Lucesco. Piuttosto significa che qualsiasi cosa accadrà in Champions League per la Juventus sarà più complesso gestirla che in campionato. E che di notte, in quel di Torino, si è più brutti che belli. Da sempre e, possibile che sia, per sempre.

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10 thoughts on “Il DNA nel calcio. Dalla Juventus di Coppa all’Inter del cinque Maggio.

  1. L’articolo si basa su un falso storico. La Juventus, pur avendo vinto solo due coppe dei campioni, è una delle squadre che ha raggiunto la finale più volte:9.
    La Juventus di Lippi negli anni 90,tanto per dire, stabilì il record ancora imbattuto di partite europee consecutive, raggiungendo tra il 93 e il 99 una finale di uefa, tre finali ed una semifinale di Champion.
    Quello della squadra che domina in Italia ma stenta in Europa è quindi un falso mito.
    Ad essere pignoli in Europa ha stentato di più l’Inter che ha vinto quattro scudetti di fila e a parte il 2010 non ha mai raggiunto neanche una semifinale

    • Ciao Al,
      grazie del commento!

      La Juventus ha raggiunto 7 finali (Ajax, Amburgo, Liverpool, Ajax, Borussia, Real Madrid, Milan) e ne ha vinte 2 (una delle quali che lo stesso Boniek non ha mai esitato definire come «non sua»). Non è un record di cui lusingarsi.

      Inoltre a differenza dell’Inter che come tu ben noti non ha mai avuto particolari cromosomi da Champions, la Juve ha dominato in Italia molto a lungo e con squadre forti per davvero. L’inter, se vuoi proseguire nel parallelismo, era forte in Italia solo per merito di Calciopoli nel ciclo Mancini e non penso fosse all’altezza del livello europeo (ricordiamoci che l’acquisto di Gennaio per Mancini “risolutivo” fu Maniche). In quello Mourinho ha centrato una vittoria.

      Ecco perché considero la Juve davvero una squadra dal DNA poco “esterofilo”.
      Poi il DNA non è legge. E’ una tendenza storica.

    • Caro al,

      il fatto di arrivare in finale, com’è ovvio, non significa vincere. Tant’è che la Juve con nove finali ne ha vinte due, come il Nottingham Forest. Se sei un gobbo colpito nell’orgoglio che cerca la risposta ad una verità che brucia, sei un po’ patetico. Io sono Milanista e la mia squadra ha dominato sia in Italia che in Europa, quindi parlo dall’alto di un trono…

      • Sono perfettamente e tristemente consapevole del fatto che arrivare in finale non è vincere, sono però convinto che non sia neanche stentare.
        Detto questo non oserei mai mettere la Juventus sullo stesso piano del club europeo più titolato al mondo (a patto di contare i trofei importanti come le supercoppe e le intercontinentali e non i trofei superflui e non riconosciuti dalla fifa come gli scudetti).
        Ritengo quindi che quella espressa dal post non sia una verità, ma soprattutto nego il fatto che la cosa mi bruci; il fatto che la squadra per cui tifo abbia vinto zero, una, cinque o sedici coppe europee prima che cominciassi a seguirla mi lascia del tutto indifferente. Non so a te, ma a me pensare ad una vittoria avvenuta prima che nascessi non scalda particolarmente il cuore.

      • Due finali vinte su sette in relazione a tutte le uscite contro squadre nettamente più deboli, per un club come la Juve che è stato spesse volte fortissimo e senza rivali in campionato, sono per me una chiara dichiarazione di debolezza.

        Non dimentichiamoci che nel ciclo del primo Lippi il Borussia era davvero modesto (e la Juve stellare) e il Real Madrid era per lo meno battibile (anche se la Juve aveva uno Zidane in formato mini causa testa ai mondiali e un Del Piero nel pieno della crisi).

        Credo che per quello che la Juve rappresenta e per la forza di organico che in 50 anni ha avuto, in CL abbia raccolto poco, troppo poco (Amburgo, Rangers e Borussia su tutte) per non essere tacciata di DNA perdente in Europa.

        E lo scrivo da juventino vero da tutta la vita, per la vita.

      • Al, a me scalda il cuore (molto) pensare a vittorie della mia squadra (il Milan) ottenute quando non ero ancora nato. Penso, in particolar modo, allo scudetto della stella raggiunto dopo un decennio orribile, dopo la fatal verona. Io da milanista odio Verona, anche se sono nato nel 1986. Così come uno juventino, a ragione, odia il Liverpool, anche se non era ancora nato. Il tifo è fatto anche di questo: di luoghi collettivi, di memorie collettive. Nel ’63, a Wembley, non ha vinto qualcun altro perché non ero nato. Nel ’63 a Wembley ho vinto pure io. Questo è il bello di tifare una squadra: esaltarsi nel 2012 per una doppietta di Altafini, o per una risalita in serie A con in panca Castagner. Già, perché io sono fiero anche della B, e di quei ragazzi che sono andati a vedere il Milan anche in B.

      • Come non condividere una cosa del genere. È una memoria collettiva che ad uno juventino impone con naturalezza anche la consapevolezza di essere debole in Europa.

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