La Musica Così Come La Trovai – Parliamo di Blues

Qualcuno, e ha le sue ragioni questo qualcuno, sostiene che il Blues sia incomprensibile a un occidentale con la pelle con poca melanina.

Per sostenere tale tesi il signor Qualcuno parla dell’impossibilità da parte di un bianco occidentale di mettersi nella condizione emotiva di un popolo intero privato delle sue radici più profonde, trasportato aldilà dell’atlantico, separato da familiari, linguaggi, religioni, forme simboliche. Il signor Qualcuno, ovviamente, non ha tutti i torti e io stesso, più e più volte, ho avuto modo di esprimere pareri simili al suo. Il blues è la musica dei braccianti Africano- Americani, su questo nessuno può avere dubbi. E’ la musica nata con la schiavitù, e proseguita con la segregazione e con l’apartheid nei territori Dixie. Ma mi sembrerebbe sbagliato essere razzisti in fatto di musica, dire che un bianco non può suonare il blues, sarebbe un po’ come dire che un negro non può suonare  le sonate per violino di Beethoven. Il fatto che, di sicuro, non potesse farlo ai tempi di Beethoven, non significa che questa impossibilità debba perdurare.

Per carità, i musicisti blues che preferisco e che prediligo sono tutti afro-americani, ma questa considerazione riguarda soltanto un modo di giudicare che si basa su contenuti stilistici e di forma, la forma blues, a livello musicale, è espressa al meglio da musicisti negri e sono pochi i bianchi che in questo senso hanno potuto fare qualcosa di veramente paragonabile alle meraviglie prodotte dai negri. Ma mi rifiuto di pensare al blues, così come ad ogni altra cosa, come ad una cosa chiusa in se stessa che non fa altro che invilupparsi e autofagocitarsi in una semplice ripetizione di tecniche via via più raffinate.  Uno può dire ad un abete che non saprà mai cosa vuol dire essere una quercia, ma non può dire ad un bianco che non può capire il blues.

Il blues, o meglio, quel particolare stato d’animo che per me in esso viene espresso, lo stato d’animo di chi ha un vago ricordo di un luogo caldo e sicuro al quale non riesce a dare un nome particolare e piange il suo canto per quel luogo antico e circondato da un’aura quasi mitica. Dioniso Zagreo che canta la propria canzone cercando di ricomporre i pezzi del proprio corpo lacerato, e va cercando questi pezzi in ogni luogo, in ogni bettola, tra le braccia delle peggiori puttane che possano esserci, per poi scoprire, magari, che ogni parte del suo corpo si trova appunto in quel luogo senza un nome definito, caldo e sicuro. Vogliate chiamarlo Madre, Casa, Amore, Felicità, Crack-House di Brixton, la sostanza non cambia molto. Ognuno di noi ha quel vago ricordo, chi ha il coraggio di urlare le proprie lacrime per esso è un bluesman.

Per cui non credo che ci si possa permettere di dire a nessuno quello che può o non può capire. Ci si può mettere a spiegare con pazienza le cose.

Stamattina ero al bar, è entrata una madre con un bambino di tipo otto anni, il quale voleva un ghiacciolo all’anice a mezzogiorno meno un quarto. Se io fossi stato quella madre, avrei spiegato al bambino che nel giro di un’ora avrebbe mangiato e che non aveva assolutamente senso prendere un ghiacciolo. Invece quella madre urlava e si limitava a negare al bimbo l’oggetto del suo desiderio senza fornire alcuna ulteriore spiegazione. Non si può. Non si dice. Non si fa. Perché, stupida baldracca, chi te l’ha detto? Forse il blues nasce da un’incazzatura dovuta allo scontrarsi con una tautologia. Anzi, tolgo il forse.

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