L’erba sintetica in Serie A. Questione di conti.

Bentegodi di Verona. Altre zolle per te.

Cosa vi aspettereste di trovare nel bilancio di una società calcistica? Gli stipendi dei giocatori e dei dipendenti, i costi sostenuti per l’iscrizione al campionato e le tasse di gara, l’affitto e le utenze delle case e della sede, il costo delle trasferte, quello del materiale da gioco, degli eventi – le partite -, le assicurazioni per le ginocchia di quei santi uomini, l’affitto delle strutture di allenamento, un po’ di oneri finanziari, qualche ammortamento e una serie di voci generiche nelle quali i saggi* amministratori tendono ad annegare costi difficilmente rubricabili agli azionisti. In queste voci, spesso indentificate da parole come «costi vari», «spese generali», «implementazioni d’opera», molte squadre si Serie A hanno iniziato ad imputare le spese per una figura professionale molto peculiare: l’agronomo.

 

Chi è costui? È la persona che, sole secco e freddo a parte, dovrebbe garantire lo spettacolo, o almeno la giocabilità, per i campi dello stivale. L’Italia non è la Scozia, la pioggia cade e non cade. I campi, con le loro braccia ferrose e gli spalti succedanei alla fondazione, ampliamenti obbligati per numeri legali, offrono più ombra che luce e la clorofilla, la terra, non riesce ad attecchire. Quante volte si è sentito parlare di nuove zolle per San Siro e quante altre le telecamere hanno colto uomini in tute bianche come quelle di C.S.I., degne del miglior Dustin Hoffman in Ebola, pitturare il manto altrimenti marrone del Bentegodi. Quando nelle noiose ore che precedono il fischio d’inizio è possibile assistere a scene come questa viene da chiedersi se in America ci siano analoghi uomini in blu che sostituiscono i listelli di parquet prima che il Los Angeles Lakers schizzino con le loro scarpette verso i canestri. Ogni società, per regolamento federale, è tenuta al rispetto di una serie di norme che regolano l’evento da un punto di vista tecnico e di sicurezza. Tra queste trovate la capienza dello stadio, l’illuminazione del campo da gioco, il numero di sedute minime per la panchina, la larghezza delle righe che delimitano il campo, la lunghezza e altezza della porta, lo stato delle reti che la chiudono, numero e dimensione degli spogliatoi, quantità di stewart e ufficiali di campo, e poi tornelli, polizia, guardie mediche, ambulanze, vigili del fuoco, permessi e carte bollate. Tuttavia non esiste nessuna postilla che regoli e legittimi le condizioni del campo da gioco. Non esistono obblighi rispetto al suo stato e l’ambito di scelta dell’arbitro è limitato all’incidenza di eventuali fenomeno metereologici improvvisi che mettono a repentaglio la «giocabilità del campo». Quindi la pioggia può costringere al rinvio perché danneggia e inficia la giocabilità, ma la terra che si stacca a blocchi marroni del San Paolo di Napoli, no. La neve e il suo buffo pallone rosso-arancio fermano le partite ma l’orrore di Verona ci viene imposto quasi ogni domenica. Nella pallacanestro, sport forse più complesso e meno di massa, ma certamente più nobile e armonico, la società è obbligata a garantire il campo da gioco in tutto e per tutto: si ricordano partite rinviate o decise a tavolino per le inadeguate condizioni del parquet o sospese per la non perfetta altezza dei canestri – chi conosce il basket e fosse campano potrà obiettare sul campo di Scafati: lì uno dei due canestri è inspiegabilmente più basso da circa quindici anni. Nel pallone però non è così. In Italia è a tal punto radicata la sensazione, il timore di dover giocare in campi inadeguati, soprattutto nel semestre invernale, che è fiorito nel giornalismo l’adagio «i campioni emergono in primavera». Roberto Baggio negli anni di Brescia stoppava il pallone solo da Agosto a Ottobre e da Marzo a Maggio. In questa contradditoria situazione, con il regolamento che non considera il manto erboso come una variabile da normare, pur essendo il luogo sul quale le squadre giocano, strumento tecnico al pari del pallone e delle bandierine, oltre che più esteso, le varie società affrontano il problema con le modalità più disparate: Milan e Inter litigano sulla convenienza e pertinenza di nuove campagne di rizollamento, il Chievo Verona dipinge la terra di verde e rende simulacro il campo, il Napoli paga gli agronomi su espressa richiesta della FIGC, il Torino confida ancora nelle zolle e nel mito di Maspero. I casi di Cesena e Novara, ormai relegate in Serie B, e per questo sempre più distanti, non hanno insegnato molto al calcio contemporaneo. I campi in sintetico non hanno generato critiche, spesse volte attese e invocate, da parte degli utilizzatori, nemmanco dai più raffinati; eppure nessuna delle grandi ha ancora avuto il coraggio o l’intelligenza di convertire il campo da gioco. Il ruolo della Federazione, sempre timida e impacciata per proporre avanzamenti e piccole rivoluzioni tecnologiche – chiedere a Muntari&Co sui gol-fantasma per informazioni – sarebbe decisivo: una legge sulla praticabilità del campo da gioco sarebbe decisiva nell’imporre coattamente alle società una scelta: dilapidare capitali in mirabolanti e oggi poco miracolanti campagne agronomiche oppure convertire efficientemente in erba sintetica. Ogni anno le società del massimo campionato spendono circa 4,5 milioni di Euro (più di duecentomila Euro a testa) in nuove zolle e parcelle professionali. E il tassametro corre. Dentro metteteci gli usi e gli abusi di molti campi da gioco, il Vasco Rossi estivo così come la poco assennata inaugurazione del nuovissimo Juventus Stadium che ha regalato ai tifosi della Signora tre mesi di zappate a centrocampo, e il computo è fatto.

Questo campionato è sempre più brutto, gli stadi sono scomodi e veri tavoli tecnici per migliorare percezione e attualizzare i regolamenti non esistono. I danni economici di queste non-politiche si abbattono ogni anno sui bilanci delle società. La domanda, qualche volta, senza necessariamente sollevare malizie o complottismi superficiali, sorge: che senso ha?

 *Saggio in termini finanziari ha spesso il significato di furbo.

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2 thoughts on “L’erba sintetica in Serie A. Questione di conti.

  1. Posto che io, ai tifosi della signora, regalerei trent’anni di zappate in un comodo gulag, devo dire che condivido il tuo punto di vista. L’anno scorso mio zio, giardiniere per passione, mi ha chiesto di andare al san siro store per comprargli i semi dell’erba di san siro. gli ho chiesto se aveva bevuto.

    • Beh si. Lo capisco. Però sono rimasto colpito che alla prima allo Juventus Stadium post presentazione tutta la porzione centrale del campo fosse da buttar via. Io se fossi arbitro non farei giocare a Verona o al San Paolo; se le regole lo permettessero, vedi che al secondo 0-3 a tavolino che si beccano si allineano (mettendo il sintetico).

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