Film Molto Belli – Io E Te, Bernardo Bertolucci (recensione).

Esiste una breve fase della vita, tra la preadolescenza e l’adolescenza vera e propria, nella quale non si è più brufolosi raggazzetti delle medie, protagonisti di grandiose imprese onanistiche, ma non si è neppure adolescenti in preda ad innamoramenti che sembrano eterni o a sogni di rivoluzione proletaria. Ricordo che anche io ho attraversato questa fase di transizione, questo momento di passaggio, e ricordo che amavo molto starmene per i fatti miei e che alla compagnia degli amici preferivo decisamente vivere la mia vita da solo, in cameretta, ad ascoltare musica e a leggere libri. Ricordo, però, in modo positivo quello squarcio della mia giovinezza, perchè è stato il frangente in cui mi sono avvicinato per la prima volta alla cultura, alla letteratura, alla passione per la musica e per il cinema, in modo indipendente ed autonomo, senza imposizioni da nessun genitore o insegnante.

Questa fugace ma essenziale parentesi dell’esistenza è stata individuata dallo scrittore Niccolò Ammaniti, perchè venisse descritta nel suo romanzo Io e Te, attraverso gli occhi e le inquietudini del suo giovane protagonista, il quattordicenne Lorenzo. Bernardo Bertolucci ha scelto di raccontarla, a sua volta, nella trasposizione cinematografica del libro.

Lorenzo (il credibile Jacopo Olmo Antinori) ama talmente tanto non avere alcuna relazione con i suoi coetanei che decide di nascondersi per una settimana in cantina, al posto di andare in gita scolastica in montagna con i suoi compagni di classe. Non prende minimamente in considerazione l’ipotesi di rimanere in casa, perchè la madre ne farebbe un dramma, lo perseguiterebbe, dal momento che quest’ultima lo manda da uno psicologo proprio per risolvere i suoi problemi di socialità. L’organizzazione di Lorenzo per sopravvivere una settimana in cantina è esemplare: bibite, tramezzini, libri, computer, tutto ciò che può servire a un quattordicenne per rilassarsi e godersela in pace. La sua serenità, però, viene presto sconquassata dall’improvviso arrivo della sorellastra Olivia (l’indimenticabile Tea Falco), dieci anni più vecchia di lui, che non vede quasi mai e che conosce pochissimo. Olivia porta con sè troppi segreti, che nel corso della vicenda verranno svelati. Dopo un iniziale diffidenza di Lorenzo nei suoi confronti, tra i due nascerà un rapporto di confidenza e solidarietà.

Rispetto al romanzo, il film aggiunge alcuni aspetti tipicamente bertolucciani (la psicoanalisi, gli accenni edipici con la madre, lo scontro tra i sessi) ed evita sbalzi narrativi (nel romanzo, la vicenda si apre e si chiudi dieci anni dopo la settimana in cantina). Pur rimanendo fedele al tono intimista del libro, il regista si concentra maggiormente sul contrasto e la distanza “generazionale” tra l’universo degli adulti e quello dei due ragazzi. Lorenzo e Olivia hanno dieci anni di differenza ma entrambi sono feriti, non riconciliati, e rifiutano di adeguarsi alle convenzionalità di un mondo che riconoscono come quello dei loro genitori, dai quali si sentono incompresi o traditi. Se la lontananza di Lorenzo è dovuta più che altro a una questione di età, quella della ventiquattrenne Olivia è la conferma dell’impossibilità di riconciliarsi con gli aspetti banali e ipocriti della vita, per chi ha una naturale predisposizione ad essere contro. Bellissima e devastata, Olivia è l’immagine della speranza che non trova spiraglio, della creatività che non trova spazio, della ribellione che si tramuta in autodistruzione, perchè non ha modo di essere coltivata.

Non starò certo qui a raccontare chi sia Bernardo Bertolucci. Per chi scrive, è palesemente il più grande regista italiano di tutti i tempi, o uno dei primi due (l’altro è Sergio Leone). Costretto su una sedia a rotelle da diverso tempo, nove anni dopo il suo ultimo film (il sottostimato The Dreamers), ha scelto di tornare dietro la macchina da presa ponendola alla sua altezza, facendo in modo che fosse essa ad adeguarsi al suo punto di vista e non viceversa. Si è identificato con la storia di un quattordicenne che sceglie di nascondersi per vivere, come piace a lui. In Io e Te c’è tutto della sua poetica: la sconfinatezza dello spazio chiuso, che può essere resa tale soltanto dalla forza del Cinema; la capacità di creare immagini universali, in grado di rimanere nell’immaginario collettivo (difficile trattenere le lacrime sulle note di Ragazzo solo, ragazza sola, mentre fratello e sorella danzano e si abbandonano definitivamente l’uno all’altro); l’ammissione di limitatezza dell’Uomo di fronte alle proprie convinzioni (il finale aperto, diverso da quello del libro, impedisce di dare una conclusione del tutto positiva o del tutto negativa alla storia).

Un film straordinario, che va a formare un altro tassello fondamentale nella filmografia di un artista meraviglioso.

Emiliano Dal Toso

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