La guerra, nel calcio.

Il calcio non è guerra.

Dire che i luoghi comuni uccidono è un luogo comune. Ed è per questo che chi lo afferma viene spesso emarginato e sommerso da una spessa quanto insuperabile soglia di discredito che si abbatte senza possibilità di scampo. Tuttavia provarci, a dissimulare lo stereotipo, a riconoscerlo, a dare i nomi alle cose, è un tentativo che, senza esagerare, può essere definito epico, alto. Nel calcio di luoghi comuni ce ne sono moltissimi.              I bambini di sette anni – una volta li chiamavano indiscriminatamente pulcini – si fanno il segno della croce entrando in campo, magari due o tre volte consecutive; e poi sputano per terra, sputano a ogni piè sospinto.

Quando sbagliano un gol mettono le mani nei capelli, in quei caschettini alla Camillino; se invece subiscono un fallo si rotolano, si girano e rigirano sull’erba come degli spiedini di pollo. E come questi micro-calciatori del week-end, anche gli sportivi di professione  sottendono all’identico immaginario che impone loro precise e strutturate connessioni logiche. Tralasciamo i segni della croce, i balzi volontari sul manto erboso e gli sputi – anche se memorabile in questo senso fu la difesa telefonica di Dino Baggio al Processo di Biscardi quando si scusò con l’arbitro di aver condito l’ingiuria molto spiacevole «quanto ti hanno pagato?» con uno sputo, sulla base del fatto che lo sputo è cosa abituale per un calciatore, un intercalare fisiologico. Parliamo delle parole, quelle pietre miliari della nostra cultura, senza le quali non saremmo in definitiva «umani». Esistono nel pastone linguistico calcistico contemporaneo due macroscopici filoni di abbeveramento che vengono sfruttati e sollecitati senza soluzione di continuità: «questa partita è come una finale» e «sarà una battaglia». Ogni qualvolta si possono sentire una o entrambe queste affermazioni, in bocca, un po’ qui un po’ là, a tutti gli allenatori del pianeta-calcio, è difficile immaginarsi lo scenario evocato. La battaglia, la guerra. Già, è una metafora, come non capirlo. Come non comprendere che Pellissier non verrà intravisto al Bentegodi con un fucile d’assalto o, per i sognatori più romantici, con scudo ed elmo. Eppure mi verrebbe da chiedere se ha veramente senso paragonare una partita di calcio ad una battaglia, esattamente come avrei voluto sapere cosa era giusto pensare quando Umberto Bossi parlava di politica innestandoci parole tipo «pus», o peggio. La storia di questa partita sarà una guerra e sinonimi è vecchia, tanto vecchia da far impallidire anche i più antichi commentatori ancora oggi viventi. E’ una cosa stratificata e risulta difficile chiedere – o pensare di farlo – a Ficcadenti o Sannino di arginare la viscosa chiazza dell’analfabetismo culturale. Nel calcio contemporaneo italiano ne soffrono tutti: lo dice de Carlo alla vigilia della ormai fantomatica partita e stagione della dicotomia dolorosa Champions League-Serie B, lo dice ripetutamente Colantuono, che si trova ad affrontare ogni stagione con una penalizzazione di classifica, lo dicono i telecronisti così come i più impacciati allenatori di tutta la storia della lingua italiana. Non esistono oggi delle vere e proprie barricate linguistiche che possano fornire una adeguata difesa dello scempio in atto; i pochi che resistono – chissà poi per quanto – alle bassure sono i soliti noti: il boemo Zeman, l’ormai emigrato Mourinho, e, sulla buona strada, il romanino Stramaccioni – che per la giovane età è da considerarsi in attesa di giudizio. Che senso ha – davvero – paragonare un evento calcistico, con tanto e ripetuto affanno, alla guerra? Perché ad ogni intervista si decide di abbattere e martoriare il livello dialettico con una simile castroneria? E’ probabile che esista una sorta di osmosi, passaparola mentale, catena di sant’Antonio, infezione, che obblighi ogni allenatore o tesserato a replicare il concetto declinandolo secondo schemi linguistici identici. E’ mai possibile che a nessuno sia venuto in mente di riferirsi alla partita se non  con i termini adeguati a norma di vocabolario, per lo meno difformi da quelli del resto dell’umanità calcistica?

Il calcio è un grande e gigantesco luogo comune. Un enorme libro nel quale sono già contenute tutte le istruzioni e i passaggi per interagire con uno degli ecosistemi più auto-referenziali che io abbia mai conosciuto. La cosa straordinaria è che proprio l’auto-referenzialità sarebbe tanto radicata quanto il sistema su cui insiste piccolo. Ha difficoltà ad attecchire dove molte teste e molte bocche devono incrociare piani e obiettivi. Eppure nel mondo dorato del pallone, il livellamento è talmente rappreso che non esiste via di scampo allo stereotipo e al conformismo. E nessuno fa nulla per opporsi, perché è molto più semplice chiamare la partita battaglia piuttosto che dare lei un nome normale.

Nel pastone calcistico esiste anche dell’altro, che se non più fastidioso si delinea come più ridicolo: è stato Mazzarri – e subito altri non resistono – a portare all’onore delle cronache la parafrasi «voglio una finale». Le finali sono presto diventate tre, poi otto, poi trentotto. Qui alla inverosimiglianza della faccenda si aggiunge anche l’irreale della richiesta. Come sarebbe una stagione di sole finali? Come minimo insostenibile, per i giocatori, per l’allenatore, per il pubblico. E’ vero che ogni persona presente in una sala stampa può arrivare a decostruire il senso materiale dell’affermazione per riportarla con i piedi per terra. Ma non è per questo che è nata la parola? Per dare un nome alle cose. E allora perché utilizzarla per compiere voli pindarici, improbabili quanto inusitate sequenze illogiche? Perché dover sempre e poi sempre ricadere in quella terra tanto scarnificata che è il luogo comune: se il Napoli avrà ancora il privilegio di disputare una finale, solo allora potrà giocarla. Tutte le altre si chiamano partite, semifinali, quarti, ottavi, gironi, amichevoli. E anche se Mazzarri vorrà  ancora «sentire scoppiare i palloni nei contrasti» e ce lo comunicherà a gran voce, per lo meno avremo evitato di parlare di guerra e di finale, per una volta.

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