Tomás Saraceno e Hangar Bicocca. Stupire e non pensare?

Tomas Saraceno.

Nel giro di pochi giorni ha fatto il giro d’Italia. La Lettura del Corriere della Sera così come il Domenicale del Sole24Ore hanno dedicato, omaggiato, il suo progetto per l’Hangar Bicocca. E’ On space time foam il titolo del lavoro che l’artista di San Miguel de Tucumàn sta per portare a Milano. Alla lettera la perifrasi scelta non ha un significato traducibile; è piuttosto una sequenza di parole che afferisce ad un ambito semantico: In-schiuma-spazio-tempo.

La schiuma è un elemento instabile, depurato da tutte le sue resistenze meno materiche e più oniriche, da pubblicità alla Bionsen un bagno lungo un sogno, si presenta come in divenire. Non pulsa come un magma millenario e minerale; piuttosto è tattile nella sua essenza volatile; è poco afferrabile. La schiuma scompare squassata dal rasoio, riempie e strafora dai crateri di alcune costruzioni edili. E’ materia leggera ma abbondante, uno dei rarissimi materiali che riesce senza inconcludenze a tenere uniti questi due poli. L’artista argentino la mette in relazione con lo spazio e con il tempo, con quello che gli uomini fanno nello spazio-tempo e con il loro dato effettuale. Come si muovono, come percepiscono la loro fisicità e la loro energia psichica in relazione allo spazio occupato e al tempo percepito. Il maxi aerostato flottante che costituisce l’opera è di fatto una superficie trasparente camminabile, sospesa a 20 metri di altezza, di 400 metri quadrati su tre strati, per un totale di 1.200, incastonata tra le pareti del “Cubo” di Hangar Bicocca.

Le membrane dell’installazione si animano, modificate senza sosta dall’atmosfera e più semplicemente dai movimenti delle persone. L’essere umano, camminando, muovendosi in uno spazio per giunta non abituale, provocherà scossoni, eventi, conseguenze che impatteranno sull’opera, sul sistema chiuso che potremmo perfino definire con una metafora, pianeta o società. Esiste una dinamica formale alla Fitzcarraldo, che genera un senso di stupore nell’immaginare milleduecento metri quadri di membrane che si muovono, come taraxacum all’alito di un solo uomo. In questo senso viene in mente la propensione di alcuni artisti contemporanei per l’idea di spazio, di invasione e di coinvolgimento del fruitore. Alcuni hanno richiamato, per l’occasione, gli impacchettamenti di Christo. Non trovo che Saraceno sia in questa fattispecie estetica. Il suo tentativo mi ricorda un’installazione che da poco ha chiuso i suoi battenti ad Amburgo: Horizon Field di Antony Gormley.

Nell’opera dell’artista inglese si era invitati a salire una quarantina di gradini, senza scarpe, in fila indiana. Ad un’altezza di otto metri da terra una superficie sospesa, nera e riflettente, si apriva dinnanzi. La tipologia di costruzione, un pavimento a mezz’aria nel grande hangar del Deichtorhallen, faceva in modo che i passi e le movenze sollecitassero la struttura: come pelle di tamburo, vibrava e sobbalzava leggermente. Molti si sono sdraiati a terra per percepire la dimensione acustica oltre quella fisica dei sub-movimenti cui il ring-sospeso era sottoposto. Anche qui come nel lavoro di Saraceno il fruitore agisce, con un gesto volontario determina un risultato che non è del tutto nelle sue possibilità contenere e comandare. Nel lavoro di Gormley rimaneva impressa una matrice amniotica, come distorcente e ipnotizzante. La frequenza ritmica dei piedi nudi o felpati di calze di cotone su quel terrapieno in aria era un tambureggiamento, un continuum simile a quello del treno, uterino. Nessuno sa quali tipi di sensazioni e legami empatici metterà in moto il lavoro di Saraceno. Ma esiste una possibilità piuttosto concreta che, come di fatto il lavoro di Gormley, questo risulti una mastodontica operazione di fare, un gigantesco ricettacolo in grado di intercettare lo stupore e l’ammirazione della gente e non il pensiero. La stampa nazionale, d’altronde, non si è lasciata scappare l’occasione di insistere con veemenza su questo elementare aspetto: non è sembrato opportuno sviscerare il lavoro, per quello che ora se ne sa, di porre domande. E’ sembrato meglio andare sul sensazionalistico: ed ecco i primi titoli – che per ironico dovere di cronaca mi sento di dover citare.

L’arte è un bunjee jumping. Scrive il titolista del pezzo di Pierluigi Panza sul Corriere della Sera, come se la cosa più sacrosanta sia in definitiva intrattenere la gente, sconvolgerla con qualche sano brivido da circo e poi magari tenerle compagnia suggerendo qualche spunto per le chiacchere in pizzeria.

Tomás Saraceno///Un progetto enorme all’Hangar Bicocca. Titola un blogger. Puntando sull’idea che la dimensione e la magnificenza del gesto siano di fatto quello che rimarrà di questo areostato.

Sarà interessante salire su quella medusa volante e vibrante, affondare i piedi e le nostre radici mentali, per capire se qualcosa, quel pallone d’aria e plastica, è in grado di affidare al mondo, alle persone.

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