Film carini – Killing them softly, Chen Kaige (recensione).

Il tentativo è molto interessante. Il buon Bernardo di Chartres, in riferimento agli antichi, diceva che «siamo come nani sulle spalle di giganti», ovvero che possiamo vedere lontano, ma non grazie alla nostra altezza, bensì per merito dei grandi del passato sopra le cui spalle possiamo sederci. L’impressione che io mi sono fatto è che regista Kaige, non certo un nano (ma non lo era nemmeno Bernardo di Chartres, di fatto), provi a poggiare sulle solide spalle di Quentin Tarantino, utilizzandolo come solido supporto per andare più lontano.

Killing me softly è sostanzialmente un crime-movie, ma la questione “crime” resta un pretesto per costruire lunghe scene in cui inserire il dialogo, lo strumento chiave (tra serietà ed ironia) della narrazione di questa pellicola a dispetto del gesto fisico e dell’avvenimento -fatta eccezione per il caso delle singole scene d’azione pura (prima parte della rapina, uccisione di Ray Liotta, arresto di quell’altro tizio), che sono tendenzialmente mute e privilegiano il movimento.

Il gigante Tarantino è stato (ed è) grande interprete di questo tipo di linguaggio, ma se il regista di Pulp Fiction spesso si diverte a sovraccaricare i suoi dialoghi inserendo elementi della cultura-pop per puro estetismo e autocompiacimento, quel che cerca di fare Chen Kaige è rinfoltire le conversazioni di qualcosa che prova ad avere un contenuto reale. La direzione credo sia quella giusta, tuttavia, per riuscire al meglio nell’impresa, è necessario lavorare di più sulla sceneggiatura, sul testo proprio di quei dialoghi, e costruirli con maggior padronanza.

I due rapinatori.

A parte queste considerazioni, il film parla della rapina ad una bisca operata da due giovani che lottano negli strati più disagiati della società per tirare avanti e delle conseguenze che questa rapina comporta. I malavitosi che gestiscono le partite, infatti, si chiedono chi sia il colpevole e ingaggiano il killer Jackie Cogan (Brad Pitt) per risolvere la situazione.

L’obiettivo critico del film è il rapporto tra gli Stati Uniti d’America e i suoi cittadini. In questo Kaige ha un atteggiamento piuttosto pessimista (in contrapposizione al sogno della campagna elettorale di Obama), riassunto nelle parole che Pitt pronuncia in chiusura del film, quando parla (parafrasando) di una società-non società, che è semplicemente un aggregato di individui soli che, con i mezzi a loro disposizione, provano a sopravvivere. È il segno della decadenza dei miti di società e civiltà propri dell’Illuminismo europeo, il fallimento di quell’unirsi in società per giungere a obiettivi come il bene comune o il reciproco vantaggio. Quando Hobbes, Locke, Rousseau, il nostro Beccaria, Rawls (e molti altri) immaginano la struttura sociale come risultato di un contratto (razionale) condiviso dai cittadini (o sudditi), segnavano una netta cesura tra lo stato di natura e lo stato sociale; quel che ci mostra Chen Kaige, invece, è che l’ipotetico ‘stato di natura’ non è affatto superato, ha solo cambiato sembianze e strumenti, ma non ha destituito la guerra che deriva dalla competizione per la sopravvivenza.

Temi di routine per i salotti filosofici, ma rari (per quanto sempre ben accetti) nel cinema. Un film quasi bello, ma che avrebbe potuto dare anche qualcosina in più.

Giancarlo Mazzetti

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