Weekend con il morto – Guido “Dogui” Nicheli

Guido Dogui Nicheli. In un fotogramma di Mediaset. Una rete a cui era legato anima e corpo.

E’ impossibile descrivere a parole quello che era, per chi lo ha visto e rivisto sullo schermo, Guido Nicheli. Ha fatto scompisciare generazioni di persone: chi cumenda lo era sul serio negli anni ’80, chi ha tentato di esserlo nei ’90 e chi ha sperato di esserlo negli anni Duemila. La figura che ha interpretato, dalle parole in inglese, alle abbreviazioni più incomprensibli, alla declinazione in ogni conteso della barriera semantico-sociale identificata dal termine «barboni», ha sempre avuto in Italia un’eco profondissima.

Tutti quelli che oggi ne prendono le distanze mi sembrano sempre troppo seri, forzatamente allineati al perbenismo che a massicce dosi, come glassa, ci si sente sempre obbligati a spargere. Siamo un paese di tentati Zampetti, e questo ognuno potrà constatarlo nei rispettivi ambiti ed ecosistemi sociali. Ma non solo. L’auto-ironia dei personaggi del Dogui si annidava proprio in quell’eccesso un po’ irreale di protagonismo maschile e di verbosità italo-milano-americana. Era come se il cumenda fosse un po’ vero e un po’ ridicolo. E questo sottile livello tra chi crede veramente che sia un pregio stare sotto il muro delle tre ore nella classica Via della Spiga-Hotel Cristallo di Cortina e chi lo schifa con inusitata veemenza, non è altro che una delle vene più sotterranee e ben radicate della cultura di fine secolo di questo stivale bislungo. Il cummenda è così uno stadio della vita, come anche un passaggio socio-economico italiano. Perché ogni persona che il Dogui l’ha vissuto sulla pelle, o magari l’ha avuto in compagnia, vi dirà che «sì, magari spendere soldi e ordinare al bar due ana è da bauscia, però come si stava bene quando negli anni Ottanta lo potevamo fare.»

Il modo migliore, adesso, è vedercelo insieme!

E qui un video del primo Cumenda del cinema, il compianto Ugo Bologna. Lui e Nicheli entrambi partecipi nello spettacolare Sapore di mare del 1983.

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