La Musica Così Come La Trovai – Fodderstompf

Che bella persona!

Quando ti svegli con Fodderstompf dei Pil come sveglia, vuol dire che il tuo I-Pod ha un senso dell’umorismo particolarmente spiccato. Le grida isteriche di Lydon mi diedero il bentornato nel mondo, con la stessa grazia e la stessa opportunità con le quali un alcolizzato messicano obeso avrebbe affrontato la Paris – Roubaix. Semplicemente non aveva senso.

Fissai il soffitto in cerca di risposte, mentre sentivo che tutta la gioia di vivere e tutta la giovinezza, esternati con canti e grida poche ore prima, stavano tornando a farsi sentire sotto forma di sudore freddo, palpitazioni che potevo sentir pulsare in ogni parte del corpo, e un assai diffuso senso di nausea e di impossibilità di raggiungere il bagno per svolgere due pratiche che non potevano essere a lungo rimandate. Dovevo pisciare e dovevo vomitare, dovevo davvero farlo. Dissi a me stesso che non sarei mai stato in grado di alzarmi in posizione eretta senza svenire, quindi decisi che sarei strisciato fino al bagno: ero un soldato che doveva insinuarsi nelle linee nemiche e doveva farlo al più presto. Quella maledetta canzone conferiva alla situazione la comicità che essa meritava, sarei probabilmente morto con quel disadattato che gridava le sue stronzate in sottofondo. Decisi che non potevo attendere oltre, dovevo assolutamente raggiungere il bagno. Mi voltai alla mia sinistra, verso il comodino dove se ne stava l’I- Pod con le sue casse tutto tronfio, ben determinato a spegnerlo.

– Uaaaaaaagh! – Cacciai un urlo incredibile alla vista di un uomo, uno sconosciuto, che dormiva al mio fianco. Questi non si svegliò e io non potei far altro che iniziare ad analizzarne i tratti, per tentare di capire in che modo e soprattutto in qualità di cosa costui fosse entrato nel mio letto. Il mio primo pensiero fu quello di averla combinata grossa, forse avevo compiuto il grande balzo, forse avevo imboccato il lato oscuro. Provai a sentire se il mio sistema nervoso stesse dando segnali di particolari dolori prostatici o anali, sembrava essere tutto a posto: in ogni caso non ero stato deflorato e questo era un gran bel sollievo (anche se magari avevo deflorato lui!), in quella mattina di cui capivo pochissimo e nella quale sembravo essere destinato ad un atroce destino.

Scivolai silenziosamente fuori dal mio letto ed iniziai a strisciare verso il bagno. Uscii dalla stanza da letto con estrema fatica e riuscii in un qualche modo a raggiungere il cesso sul quale riuscii in un qualche modo a sedermi. Mentre mi sedevo sentivo come se una pellicola stesse ricoprendo i miei occhi, come se il mio sudore alcolico stesse prendendosela pure con quei due organi di senso così necessari, sentivo il cuore suonare la Leningrado di Shostakovich e presentii che di lì a poco sarei svenuto se non mi fossi al più presto sdraiato. Riuscii a pisciare ed infine a distendermi sul pavimento sentendo il piacevolissimo gelo delle piastrelle del bagno sulla mia schiena nuda e sudata.

Rimasi così per dieci minuti attendendo pazientemente il momento in cui il mio cuore mi avrebbe permesso di alzarmi e di tornare al mio lavoro di indagine sulla strana figura che se ne stava beatamente spaparanzata nel mio letto. Mentre ero lì sdraiato, con la morte che mi ballava intorno picchiettando potentemente sul suo Bodran, pensai che fosse molto ingiusto che quella figura fosse beatamente spaparanzata, mentre io ero là a considerare le cose che avrei voluto fare prima di morire e che non avevo avuto il tempo di fare.

Anche quella volta riuscii a scamparla, il mondo la smise di essere colorato di viola e quello stupido muscolo fatto di valvole sembrò essersi d’un tratto dimenticato di tutti gli sgarbi che gli avevo fatto, e mi permise di mettermi sui miei piedi, rimanendo appoggiato al lavandino mentre fissavo le occhiaie che cerchiavano i miei occhi umidicci e scarlatti. Essendo i miei occhi verdi, l’effetto cromatico ottenuto era molto simile alla maglia della Ternana.

Mi misi, un passo pesante alla volta, in marcia verso la mia stanza da letto, luogo nel quale avrei violentemente svegliato quella persona e preso provvedimenti. Provvedimenti di estrema gravità, sospettavo.

La porta del salotto era aperta. Buttando un’occhiata vidi che qualcuno stava dormendo sul divano. Era fin troppo evidente che, nel giro di ventiquattro ore, dovevo essermi trasformato in una specie di albergatore o qualcosa di simile. Andai verso il divano per vedere chi vi stesse dormendo.

Indescrivibile fu la mia sorpresa, quando vidi che sul divano stava dormendo una meravigliosa ragazza. Non riuscivo veramente a capire come mai quell’angelo col caschetto biondo e con abbondanti seni stesse dormendo sul divano, mentre quell’energumeno, che probabilmente per mestiere tagliava le gole ai pensionati per conto della Sacra Corona Unita, se ne stava là nel mio letto, con supponenza, con fare fastidioso. Mi sentivo come quando qualcuno si metteva uno dei miei cappelli.

Ho sempre odiato le persone che vogliono mettersi i miei cappelli: li toccano, li sporcano, li rovinano, li portano male. Sì! Li portano male e senza grazia. Bisogna avere un certo tipo di testa ed un certo tipo di carisma per poter indossare un cappello, non tutti possono permetterselo, lasciatemelo pur dire: a certe persone, a certe facce di cazzo, l’uso del cappello dovrebbe essere vietato.

Decisi che tra i due, tra la bionda, cioè,  e il buzzurro, che sicuramente non poteva permettersi un cappello, era consigliabile svegliare la bionda.

– Che c’è, Nick? Lasciami dormire in pace – Avevo iniziato a darli dei dolci colpettini sulla spalla, come per cullarla, sapeva il mio nome: ero in un qualche modo parte del suo universo, la qual cosa mi fece trasalire per la gioia.

– Ehi – le dissi – Dovresti svegliarti, dovresti aiutarmi a capire. –

Sbadigliò profondamente e aprì, strizzandoli prima un paio di volte, i suoi meravigliosi occhi blu. Due occhi rotondi con due enormi pupille nere in mezzo. Sebbene l’effetto cromatico fosse assai simile ai colori sociali dell’Inter, non potei fare a meno di innamorarmi di lei all’istante. Avrei ben presto chiesto la sua mano e sfidato a duello l’orango che dormiva nel mio letto, non perché pensassi che il primate fosse in un qualche modo legato all’angelo che avevo di fronte, no, lo avrei fatto così, in segno di disprezzo verso la sua pelosa ed unta malarazza.

– Cos’è che dovresti capire, scusa? –

– Beh – dissi io sorridendo e non potendo fare a meno di continuare a far rimbalzare il mio sguardo da quei due occhi alle sue scapole, che fungevano da delizioso sipario, insieme con una camicia sbottonata, a quei due seni estremamente maturi ed estremamente promettenti – vorrei capire, innanzi tutto, chi sei.

– Ma come, non ricordi niente? –

Feci una decisa smorfia negativa con la mia bocca impastata.

Le cose erano andate così: la sera prima avevo suonato col mio gruppo in un locale dal quale fummo cacciati a bottigliate perché io mi ero messo ad intonare cori del Milan, ed il posto era gestito da tifosi juventini. La cosa aveva perfettamente senso, era in linea con i miei principi, e avevo un vago ricordo di una qualche rissa.

– Io ero tra il pubblico- mi disse lei – E mi hai fatto una gran tenerezza quando ti ho visto saltare sul bancone del bar minacciando tutti quelli che ti si avvicinavano con la tua chitarra. – La mia chitarra! Dovevo sapere che fine avesse fatto la mia chitarra.

– E la mia chitarra, che fine ha fatto la chitarra? –

– Oh, beh, quella è al sicuro nella tua macchina. –

– Macchina? – Santo cielo, avevo guidato: mi ero dunque avvicinato alla morte più di quanto sospettassi. – Quindi ti ho fatto tenerezza. E poi? – mi asciugai il sudore sulla fronte, sentii una cucitura sopra il sopracciglio sinistro. – O mio dio. – dissi io trasalendo.

– Già, sei stato colpito da un coccio ed avevi tutta la faccia coperta di sangue, io sono un medico. –

– Un medico? – La mia voce assunse un tono sbigottito. Non le avrei mai dato più di diciannove anni.

– Beh, non proprio, mi mancano un paio di esami. Alla fine vi hanno cacciati fuori e io ti sono venuta incontro per vedere come stavi. La prima cosa che mi hai detto è stata: <<Vuoi sposarmi, Elaine?>>. Eri ubriaco fradicio. A proposito, io mi chiamo Silvia, non so chi sia questa Elaine. –

– Elaine Robinson.-

– Buon per voi che vi sposate. Sono riuscita a convincerti a farmi guidare la tua macchina e ti ho portato a casa mia mentre tu continuavi a promettermi castelli e levrieri afgani e gioielli e schiavi etiopi. –

– Questo ha molto senso. – le dissi, mentre mi accorgevo di avere una delle erezioni più clamorose che avessi mai avuto.  –

– A casa mia ti ho ricucito. –

La interruppi, dovevo assolutamente sapere in che modo fossi riuscito a tornare a casa mia.

– E poi come siamo tornati a casa mia? E soprattutto, chi diavolo è quello scimmione che dorme nel mio letto? –

– Questa non è casa tua, quello non è il tuo letto, e quello scimmione è il mio ragazzo. –

Ah, questo era un gran sollievo: non avevo avuto rapporti sessuali con un uomo.

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