La Morte Della Discografia Organizzata

 

La sonda Voyager, lanciata nello spazio dalla Nasa nell’estate del 1977, ha inviato l’ultimo segnale radio nel 2003; si stima che nel momento in cui il sengale radio venne ricevuto dalle stazioni radiofoniche della terra, la sonda fosse già oltre la linea d’orbita di Plutone, l’ultimo pianeta del Sistema Solare. La sonda, una sorta di vascello interstellare, conteneva un disco d’oro per gramofono intitolato Sounds Of Hearth, che raccoglie informazioni sonore utili a descrivere il pianeta terra, cossicché una ipotetica civiltà extraterrestre in grado di effettuare viaggi interstellari – e che abbia un grammofono a portata di mano – possa farsi un’idea di questo posto, di chi siamo e venire a trovarci, un giorno. Su quel disco vennero incise una quantità di tracce musicali prestabilite, tra cui Dark Was The Night di Blind Willie Johnson, che incise il brano nel 1926 per la Columbia Records. L’album che sta “facendo il giro dell’universo” è indubbiamente uno dei più grandi successi discografici che l’industria musicale abbia mai prodotto: e rischia di essere l’ultimo.

Le case discografiche, da decenni oramai etichettate come il male assoluto dell’industria musicale, della cultura musicale e della vita artistica di un musicista, versano oggi in condizioni economiche pietose. Come un elefante in fin di vita, si rantolano nella terra secca e polverosa cercando di rimandare al più tardi possibile la loro fine, da lungo tempo annunciata; come un vecchino che tenta di accomodare la propria Fiat Topolino per la quale non si trovano più i pezzi di ricambio, tentano di rimandare la rottamazione del proprio status symbol che ha fatto storia. Insomma, lasciando perdere metafore azzardate, questa industria industria, che è stata costruita in più di cento anni di storia, fatica a reggersi in piedi per via delle enormi dimensioni che ha raggiunto nel tempo, ma soprattutto a causa della liberalizzazione nella distribuzione – online e non solo – di quello che produce.

Ma quale prerogativa della cultura musicale si perde con l’imminente scomparsa delle case discografiche? E’ un bene che le mastodontiche aziende da soldi finiscano il carburante prima di aver portato il carico a riva? E sempre per continuare con metafore poco calzanti ma molto pittoresche, quanto conviene all’agricoltore mettersi in proprio e snobbare la grande distribuzione organizzata vendendo i propri ortaggi direttamente al consumatore, sulle assi legno-e-chiodi di un carretto fieristico fatto a mano?

Quando lo scorso autunno il mitico Piratenpartei Deutschland entrò in Bundestag e gli venne riconosciuta autorità giuridica, ci furono gran proclami di quanto sia fondamentale il principio che sta alla base di questo partitucolo, ovvero la libera condivisione dei materiali culturali in rete (non è l’unica prerogativa ideologica di questa organizzazione d’accordo, ma è senz’altro quella che l’ha portata a tanta visibilità). Fu un unico proclama di quanto sia necessaria la “liberalizzazione del sapere” (che è un po’ come la “Pace Nel Mondo” e la “Libertà di pensiero“) e di quanto ci siamo “stufati di essere soggiogati allo strapotere dell ‘major’ e alla regolamentazione dell’opinione pubblica“. La verità è che produrre cultura senza essere controllati è molto più semplice – come per tutto d’altronde – e soprattutto non necessita dell’investitura, da parte di una qualche organizzazione, della vera autenticità della produzione e della meritevole riconoscenza da parte di un pubblico.

L’arte senza mecenatismo è come il pane azimo. Il lavoro che le major discografice, i colossi produttori di musica hanno sviluppanto in quest’ultimo secolo e mezzo non è certo mecenatismo, ma è tanto quanto hanno fatto le case editrici per gli scrittori, gli editori per i giornalisti, gl i silisti per i disegnatori, i produttori per sceneggiatori, registi e attori e così via. Penso agli artwork di molti dischi, ai tur di band e artisti, alla realizzazione di film e videoclip. In quest’ambito, quello della musica moderna, non basta un buon artista per fare dell’arte (come avrebbe potuto essere per un compositore di musica classica in epoca barocca), non basta nemmeno la buona volontà o la completa dedizione.

Per quantto possa essere affascinante l’idea che un musicista si produca da solo sentendosi slegato da ogni vincolo artistico e giuridico con un’organizzazione che ne possiede i diritti, siamo certi che le soluzioni alternative possano essere quelle adatte a un tale scopo? Siamo certi che una semplice condivisione del proprio lavoro ad esempio attraverso la rete (Sound Cloud, Deezer e quant’altro) sia sufficiente a rendere giustizia al lavoro di un artista, che sia esso un musicista, un regista, un artigiano o un cuoco?

La domanda che mi pongo quando penso al futuro della discografia nel momento in cui tutto sarà meno regolamentato è l’atrista o colui che produce effettivamente sa quello che stta facendo?

Blind Willie Johnson era cieco fin da bambino e suonava e cantava per soldi agli angoli della strada: cantava roba tipo “Trouble Will Soon Be Over, Sorrow Will Have An End”, da solo non sarebbe arrivato nemmeno in chiesa, figurarsi in uno studio di registtrazione. Una delle prime anime blues ci sarebbe sfuggito se a qualcuno non fosse venuto in mente di registrare la sua voce stanca ed evocativa e farci dei soldi.

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