Storia dell’Unione Europea (Nobel per la Pace 2012).

Come tutti coloro che sono forniti di almeno due strumenti tra occhi, orecchie, internet, radio e televisione sanno, il Premio Nobel per la Pace, nel 2012 (cioè quest’anno) è stato assegnato all’Unione Europea. Dopo la molto discussa premiazioni di Obama nel 2009, ora tocca all’Europa in crisi essere radiografata perché il mondo possa valutare se si è meritata o meno questo premio. Cogliamo l’occasione per raccontare per sommi capi la Storia di questa istituzione (in due puntate, di cui questa è la prima) per poi fare qualche considerazione in merito, sperando che questi due articoli possano fungere da punto di partenza per un ulteriore (vostro personale) approfondimento del tema.

Il dopoguerra. Il passaggio dagli anni ’40 agli anni ’50 ha comportato una modificazione decisiva per l’assetto delle nazioni europee poiché, dopo secoli di centralità economica e politica nelle vicende dalle relazioni internazionali, le ex-potenze del Vecchio Continente si trovano in una posizione subordinata rispetto ai due nuovi fuochi intorno a cui gira l’ellisse terrestre: gli USA e l’URSS. Il Piano Marshall -voluto dal Presidente USA Truman nel ’47- servì ad immettere circa 13 miliardi di dollari nell’economia europea tra il 1948 e il 1952, ma anche sul piano della sicurezza (interna ed esterna) e della politica (interna ed estera), il destino di tutte le nazioni era indissolubilmente legato alle scelte delle due nuove super-potenze. Era la Guerra Fredda.

Adenauer, DeGasperi e Schuman.

Se la Francia in questi anni subiva un tragica e drastica smobilitazione dell’Impero coloniale -si pensi alle vicende algerine da ammirare nel film di Pontecorvo La battaglia di Algeri- e per la Gran Bretagna proseguiva inesorabile il lento declino economico iniziato cinquant’anni prima, era la nuova Germania Federale a sorprendere, con una crescita annua del 6% (grazie anche alla manodopera quasi gratuita dei profughi) e una stabilità politica insperata. Il riequilibrio delle forze economiche in campo, il comune ruolo di secondo piano e la somiglianza politica dei governi (forzata anche dalle direttive USA) contribuirono enormemente all’avvicinamento dei Paesi europei: l’appoggiavano il conservatore Churchill (UK), i cattolici DeGasperi (Italia), Shuman (Francia) e Adenauer (Germania), i socialisti del Belgio (come Spaak) e, last but not least, gli Stati Uniti d’America impersonati dalla staffetta presidenziale Truman-Eisenhower, quest’ultimo già Comandante Generale della NATO in chiusura della Seconda Guerra Mondiale.

Come vedete, la Germania Ovest entra nel Patto Atlantico solo nel 1955.

L’obiettivo non-detto, ma comune, era permettere il riarmo tedesco, ma impedendo che esso crescesse autonomamente inserendolo in un progetto più ampio, cioè il Patto Atlantico (già sottoscritto da 12 Paesi a Washington, nel 1949). Fu in questo contesto che, nel 1951, prese vita la CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio), un accordo siglato a Parigi che stabiliva la libera circolazione di Carbone e Acciaio in tutti i paesi membri, senza dazi doganali e senza possibilità di aiuti di Stato per la loro produzione.

I Paesi firmatari -Francia, Germania Ovest, Italia, Belgio e Lussemburgo- presero atto della buona riuscita del piano, e si impegnarono reciprocamente per proseguire nel processo di collaborazione. La costituzione di un organo militare comune (che avrebbe posto le basi per una successiva unione politica) fallì nel 1954 a causa del voto contrario del Parlamento francese ma, dopo anni di trattative, si giunse nel 1957 alla firma del Trattato di Roma: con questo accordo, i Paesi della CECA, con l’aggiunta dell’Olanda, diedero vita alla Comunità Economica Europea (la famosa CEE).

Attraverso l’estensione dell’abbassamento graduale dei dazi doganali e la libera circolazione dei capitali per gli investimenti, l‘obiettivo principale del Trattato era quello di costruire un Mercato Comune Europeo. Necessari, a questo scopo, erano però alcuni interventi della Comunità per aiutare le aree meno sviluppate e, dunque, un coordinamento delle politiche industriali e agricole dei Paesi membri; nacquero la Commissione Europea (che proponeva dal punto di vista tecnico i piani di intervento), il Consiglio dei Ministri Europeo (organo costituito da delegati dei Paesi al quale spettavano le decisioni finali), la Corte di Giustizia Europea (per risolvere eventuali controversie tra Stati) e il Parlamento Europeo (organo consultivo composto da elementi scelti dai parlamenti nazionali).

Trattato di Roma del 1957.

La fine del boom economico. Nell’immediato, i risultati del Trattato di Roma furono sorprendenti: tutta l’Europa conobbe, per diversi anni, una crescita mai vista in precedenza (in Italia, per esempio, il boom rimase costante tra il ’57 e il 63′), ma l’idea di un’unione politica dell’Europa continuava ad essere osteggiata dai singoli Stati, che non vedevano di buon occhio la cessione di alcune sovranità. Nel frattempo i dazi vengono completamente aboliti nel 1968 e nel 1971 i Paesi membri diventano nove.

Per veder tornare un dibattito serio sulla questione dell’unità politica, si deve aspettare fino al 1974, momento in cui, paradossalmente, la crescita economica aveva smesso di dare benefici e, combinazione vuole, la crisi petrolifera scaturita dalla Guerra del Kippur in Medioriente iniziava a mettere in ginocchio l’economia occidentale. È proprio nel ’74 che, a Parigi, si decise di istituire un nuovo organismo, il Consiglio Europeo, il quale sostituiva gli occasionali incontri dei delegati nazionali (al Consiglio) in favore di una periodicità maggiore; contemporaneamente, si stabilì che il Parlamento Europeo non dovesse più essere composto da rappresentanti dei singoli Parlamenti, ma da personalità elette direttamente dai cittadini.

Le prime elezioni del Parlamento Europeo con “suffragio diretto” si svolsero nel 1979. Non essendo mediate dai Governi degli Stati Nazionali, il Parlamento riuscì a configurarsi come espressione dei cittadini del Continente e, grazie a questo, vide al suo interno contrapporsi schieramenti di natura politica e non prettamente nazionale: in tal modo gli individualismi e gli egoismi-sovrani  furono superati e come immediata conseguenza, nello stesso anno, si giunse alla creazione del Sistema Monetario Europeo (Sme), tramite cui si pose un freno all’inedito (e dilagante) fenomeno della stagflazione -cioè tensione inflazionistica dovuta all’aumento del prezzo del petrolio e, contemporaneamente, stagnazione (ovvero mancanza continuativa di crescita dei redditi pro-capite e del PIL)- che stava opprimendo l’economia europea da ormai cinque anni.

Berlinguer e Napolitano ai tempi del PCI.

I comunisti. Se, fino ad ora, questa storia sembra essere solo il racconto di vari accordi tra le maggioranze parlamentari di vari Paesi, è da sottolineare come anche le opposizioni (in quegli stessi paesi) e, quindi, l’opinione pubblica in generale non andasse contro-corrente nel merito dell’ipotesi di un’avvicinamento politico ed economico degli Stati Europei. A partire dallo scioglimento del Kominform, nel 1955, gli incontri dei partiti comunisti e socialisti di Francia, Germania Ovest, Italia, Jugoslavia, Unione Sovietica Romania e Polonia si intensificarono; dal 1968, dopo la repressione della Primavera di Praga da parte di Brežnev aumentarono i dissensi nei confronti dell’URSS e, nel 1974 (guarda caso) venne utilizzato per la prima volta il termine Eurocomunismo –probabilmente inventato dal giornalista Frane Barbieri in riferimento ad un discorso di Berlinguer a Bruxelles- che designava per la prima volta l’idea di una politica europea che fosse comune a tutti gli Stati e che si rendesse indipendente dal bipolarismo sovietico-statunitense (la famosa Terza Via). Oltre che per l’ostilità di Mosca (che non vedeva di buon occhio un comunismo che non fosse di diretta emanazione Sovietica), il progettò fallì perché, a differenza di ciò che dal ’79 poteva avvenire dentro il Parlamento Europeo, le posizioni dei vari leader di partito erano necessariamente e profondamente condizionate dalle rispettive situazioni politiche interne.

Verso la Moneta Unica. Tra l’85 e l’86, avvenne la vera svolta: l’Atto Unico Europeo segna per la prima volta la trattazione di temi di natura economica e politica nel medesimo testo; da un lato viene rafforzato il potere del Consiglio, nel quale da questo momento basta la maggioranza qualificata (quindi non è più possibile il veto di nessun membro), dall’altro si dichiara l’eliminazione di tutte le possibili barriere alla circolazione delle merci entro il 1992. Nello stesso anno, a Schengen, si stabilisce l’abolizione dei controlli doganali sulle persone (attuato solo dal 1995).

La fiamminga cittadina di Maastricht (Paesi Bassi).

L’Unione Europea vera e propria ha invece inizio nel 1992, con la firma del trattato di Maastricht, che non solo stabilisce la definitiva (e completa) integrazione dei mercati e allarga i campi di influenza e di possibile intervento dell’Unione (sanità, tutela del consumatore, istruzione e ricerca), ma soprattutto definisce il 1999 come data termine per la realizzazione di una Moneta Unica Europea (con relativa Banca Centrale Europea annessa).

È in questo momento che l’Unione inizia a interessarsi delle politiche (per lo meno economiche) dei singoli Paesi membri, perché le clausole per l’ingresso nella moneta unica, chiamati criteri di convergenza, prevedono tassi di inflazione contenuti, tassi di interesse uniformi, cambi più o meno stabili per almeno due anni prima dell’ingresso, rapporto PIL deficit non superiore al 3% di disavanzo e debito pubblico globale non superiore al 60%. Continua…

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