La Musica Così Come La Trovai – Robert Johnson

Una delle poche foto di Robert Johnson

Poche figure nella storia umana sono divenute oggetto di venerazione, invidia, emulazione, mitizzazione, quanto lo fu quella di Robert Johnson. È assai facile vedere in lui il capostipite di una generazione di geni scomparsi prematuramente, a causa di una vita spesso travagliata e alle volte avvolta in una specie di carta gelatinosa dai connotati satanici, che avrebbe letteralmente invaso l’industria culturale a partire dall’immediato dopo guerra, fino ad arrivare a bussare alle porte del XXI secolo: da James Dean a Kurt Cobain, insomma.

La differenza tra Robert Johnson e i vari James Dean, Jim Morrison, Brian Jones, Janis Joplin, Jimi Hendrix e via dicendo, sta nel fatto, fondamentale a mio avviso, che Johnson morì (16 agosto 1938) quando ancora di un’industria culturale, almeno per quanto riguarda la musica, non si poteva parlare. I dischi, è vero, cominciavano a circolare in grande numero e vi erano i primi esempi di Star musicali. Ma un negro dello stato del Mississippi non poteva certo aspirare a quel tipo di vita che oggi chiunque si aspetta di ottenere vendendo un certo numero di dischi. Per quanti dischi il bluesman di Hazlehurst potesse aspettarsi di vendere, il suo guadagno monetario sarebbe rimasto invariato, visto che era pratica diffusa da parte degli impresari discografici quella di pagare per la prestazione senza concedere alcun tipo di royalty o percentuale. Questo avveniva soprattutto per i bluesmen del sud degli Stati Uniti, che preferivano intascarsi quei pochi soldi subito, piuttosto che fidarsi di una promessa fatta da un uomo bianco.

Il fatto di non essere figlio di un’industria culturale, non impedì di certo a Johnson di divenire un’icona di quella stessa industria che stava muovendo i suoi primi passi al momento della sua morte. Le voci e le leggende sul suo conto non sono numerabili, e sono tutte, in un qualche modo, legate allo stupore provato nell’ascoltare un musicista tanto raffinato e tanto “eccezionale” rispetto ai suoi contemporanei.

Va chiarita subito una cosa, per non fare confusione: la musica è di chi la suona meglio, nel blues cosiddetto delle origini. Nel senso che una nozione come quella di “autore” non ha nella maniera più assoluta diritto di cittadinanza. È questo aspetto in particolare a rendere il blues sacro: il fatto che una canzone non sia riconducibile con certezza ad un autore in particolare (molte canzoni altro non sono che altre canzoni con un titolo diverso, o con testi modificati, o giri di chitarra “standard” ai quali si applica per la prima volta un testo. Pochi sanno, ad esempio, che la più famosa ed inflazionata tra le 29 canzoni di Johnson, Sweet Home Chicago, per fare un esempio di facile comprensione, è semplicemente la sua personale versione di Kokomo Blues di Scrapper Blackwell, il quale avrà presumibilmente appreso quello “standard” da qualcun altro. E i casi come questo sono innumerevoli.), il fatto stesso di non essere “autori” nel modo in cui noi siamo abituati a pensare ad un autore, rappresenta, a mio avviso, la più grande forza del blues e la miglior risorsa di cui un bluesman possa disporre. Si versano le proprie lacrime ed il proprio sudore nel fiume che è di tutti, invece che mettere quello stesso sudore e quelle stesse lacrime in un bicchiere da mostrare in giro dicendo “Guardate quanto sono originale: io piango e sudo”. Tutti piangono e sudano: non sei speciale, e men che meno originale, se piangi e sudi. Versare le proprie lacrime ed il proprio sudore, e magari anche il proprio sangue, nel grande fiume, significa prendere coscienza della nostra impossibilità di essere soli. Rifiutare la nozione di individuo. Questa è la grandezza del blues.

Una volta chiarito questo punto, posso tranquillamente spiegarvi in che senso Robert Johnson sia stato per molti profondi conoscitori del Blues, la voce più autorevole (è davvero assurdo cercare di assegnare un primato, per la madonna, ma devo in un qualche modo farla semplice: lui è il migliore.).

C’è poco da dire, in realtà, che non sia incorporato nelle sue canzoni. Quindi lascerò che sia una delle sue canzoni a spiegarvelo, quella che secondo me spiega meglio di tutte la sua autorevolezza. La canzone è Stones In My Pass Way. Qui di seguito la canzone, poi il testo:

I got stones in my passway, and my road seem dark as night
I got stones in my passway, and my road seem dark as night
I have pains in my heart, they have taken my appetite
I have a bird to whistle, and I have a bird to sing
Have a bird to whistle, and I have a bird to sing
I got a woman that I’m lovin’, boy, but she don’t mean a thing
My enemies have betrayed me, have overtaken poor Bob at last
My enemies have betrayed me, have overtaken poor Bob at last
And there’s one thing certainly, they have stones all in my pass
Now you tryin’ to take my life, and all my lovin’ too
You laid a passway for me, now what are you trying to do?
I’m cryin’ please, please let us be friends
And when you hear me howlin’ in my passway, rider, please open your door and let me in
I got three lane’s to truck home, boys, please don’t block my road
I got three lane’s to truck home, boys, please don’t block my road
I’ve been feelin’ ashamed ’bout my rider, babe, I’m booked and I got to go

Se ascoltate la canzone leggendone le parole e canticchiandola, vi sarà facile rendervi conto di quanto la voce e la chitarra siano assolutamente interdipendenti. Se ancora non credete a quanto dico, prestate particolare attenzione a quando, più o meno a metà canzone, si materializza uno “You”, cioè un qualcuno a cui quella canzone è rivolta. In quel preciso momento la chitarra fa un intervallo (santo cielo: dodici anni che suono e non so come si chiama quello che suono), c’è come un attimo di suspense in cui si crea il vuoto: dura pochissimo ed è subito seguito da una serie di note suonate sulla singola corda che richiamano inevitabilmente alle forme sinuose e piene di una donna che balla. Potete vedere ogni cosa: fianchi, costole, seni, spalle, gambe, labbra che si dischiudono. Potete quasi sentirne il profumo ed il sudore. La canzone poi esplode nuovamente nella sua struttura consueta, con forza maggiore e rinnovata, in quel I cry please, please let us be friends.

Sottolineare ed esclamare con eleganza ciò che di fondamentale c’è al mondo: questa è la grandezza di Robert Johnson.

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