Los Angeles Lakers 2012-2013. Showtime con vista sulle Finals

Per quelli di voi che vivono su Marte, lo Showtime è tornato a casa. I Los Angeles Lakers si sono riappropriati del palcoscenico, estremamente a loro agio con gli occhi di tutto il mondo puntati su di loro a mo’ di faro. Una sensazione famigliare, che li accompagnerà per i prossimi 8 mesi o giù di li. Si perché con il termine del Dwightmare, sancito con l’acquisizione del miglior centro NBA da parte del GM Mitch Kuptchak, i gialloviola sono riusciti nell’intento di mettere in quintetto 4 all star (sarebbero 5, ma l’altro si chiamava in un altro modo nel suo prime time) in grado di eclissare in popolarità qualunque altro line up della Lega, Florida inclusa. Bryant, Nash, Howard, Metta World Peace e soprattutto Gasol (il vero colpo dell’estate) sulla carta non hanno rivali. Che poi questo si traduca automaticamente in un titolo, è tutto da dimostrare. Io però mi gioco quel briciolo di credibilità che mi rimane e mi sbilancio: sarà finale.

 

Vediamo di portare almeno tre buone ragioni a supporto della tesi.

 La prima si rifà a dei precedenti. Non è questa infatti la prima volta che a Los Angeles vestono la casacca gialloviola 4 futuri hall of famers contemporaneamente: capitò nel 03-04 quando nella Baja approdarono i declinantissimi Gary Payton e Karl Malone, a caccia del primo titolo in carriera, per fare compagnia a Kobe&Shaq all’ultimo atto della loro storia comune. Regular Season da pilota automatico, grande cavalcata nei playoffs eliminando San Antonio (memorabile il buzzer beater di Derek Fisher con 0.4 secondi sulla sirena) prima e i Twolves dell’MVP Kevin Garnett, Sam Cassell e Latrell Spreewell poi, prima di approdare in finale contro dei Pistons tignosi, antipatici ma estremamente competitivi visto che schieravano 4 all stars in quintetto. L’esito fu un disastro (4-1 Detroit) ma ci furono diverse attenuanti, come l’implosione dello spogliatoio culminata col divorzio di Shaq dal team, Kobe sotto processo per stupro a Denver e la scarsa competitività delle due più vecchie glorie. Difficile che la pressione per la franchigia sia più alta nel 2012-2013 che allora. E ad ogni modo a El Segundo la vita dell’underdog non è presa in considerazione.

La seconda è di ordine tecnico, nonostante le incognite per i mesi a venire siano diverse, come l’età avanzata del quintetto (Nash 38, Kobe 34, Pau e MWP 32) e l’adozione della Princeton Offense da parte di Coach Brown. Queste fanno storcere il naso a molti, specie considerando che Nash ha giocato 17 anni di Pick n Roll e Kobe altri 17 a tirare col suo pallone personale, ma a parer mio non bilanciano in negativo gli effetti devastanti (per gli avversari) che questo roster possiede a livello intrinseco. A partire dalla composizione del frontcourt: la coppia Gasol-Howard non ha eguali nella Lega e rappresenta un improvement maggiore di quanto si pensi rispetto alla precedente formata dal catalano ed Andrew Bynum, tanto da un punto di vista difensivo (più rimbalzi, più intimidazione) quanto offensivo (sembra strano ma Howard è stato il giocatore più produttivo sui pick n roll nel 2012, e con Nash potrebbe intendersi benino quando il canadese deciderà di ignorare lo spartito predefinito). In secondo luogo la panchina, che ha mantenuto il buon cambio Steve Blake e soprattutto ha aggiunto punti istantanei con Antawn Jamison (lui si nato per la Princeton) e Jody Meeks per far rifiatare Bryant all’occorrenza, mi sembra attrezzatissima per reggere l’urto anche ai livelli più alti. Infine Bryant e Nash, a rischio declino causa logorio, hanno qualcosa in comune con pochissime altre superstar della storia del gioco: ad un I.Q cestistico fuori scala abbinano un’etica del lavoro sovrumana. Non è il mio lavoro segnalare aneddoti circa le sgambate in monopattino del canadese in offseason o le estati di Kobe condite da 1000 (mille) canestri giornalieri, perché esistono mostri sacri del giornalismo sportivo che lo fanno maniera celestiale. Mi limito a segnalare questo video (fare quello che fa lui parlando è letteralmente massacrante, provare per credere):

La terza considerazione è invece di natura più culturalmente americana. Nella pallacanestro professionistica a stelle e strisce è buona norma costruire una squadra con giocatori che si andranno ad accoppiare bene con determinati rivali nei playoffs, piuttosto che in base alle proprie specifiche esigenze. Analizzare i roster delle avversarie di questi Lakers dei big four (termine abusato anche a sproposito, come se tutte le squadre poi laureatesi campioni non avessero avuto i loro magnifici quattro giocatori), non fa che alimentare il mio ottimismo per la stagione gialloviola alle porte. Denver, ad esempio, si è rinforzata con Andre Iguodala, (per me comunque un grandissimo giocatore di pallacanestro) passato alla storia per avere un paycheck da prima donna e produrre risultati da terza punta in una squadra con altri campioni in rosa, ma non appare significativamente migliorata rispetto all’anno passato. La filosofia di coach Karl rimane ovviamente quella di segnare un punto in più degli avversari (filosofia perdente nella storia del gioco), sotto canestro appare sempre troppo leggera, a meno che JaVale McGee non riesca a prendere la licenza elementare da qui a novembre, e il buon Gallinari dovrà dimostrare di meritarsi quel contratto dopo una post season da incubo. Non me ne vogliano tutti i competentissimi “appassionati” di basket nostrani, come Elena Grimaldi, ma non c’è partita con questi lacustri. San Antonio dal canto suo si aspetta di confermare quanto di buono visto da Leonard l’anno passato e a vincere le ennesime 55 partite in regular season. Nei playoffs però il vecchio Duncan avrà un anno in più ( e qui siamo davvero fuori tempo massimo), Manu Ginobili avrà altre 82 partite di acciacchi sul groppone e in tutta onestà non esiste una motivazione valida per cui Superman e Gasol non debbano spazzarli dalla faccia della terra. Diverso il discorso con i Thunder, che hanno rifirmato Ibaka e a quanto pare sembrano riuscire a trattenere anche James Harden ad una cifra ridicola. Maynor dalla panchina per Westbrook è il vero nuovo acquisto di una rosa, che schiera ancora il principesco Kevin Durant e il disgustoso (fisicamente parlando) Kendrick Perkins. I lakers avranno oggettivamente il loro da fare per spodestare OKC dal trono della Western Conference, ma la tenuta difensiva del backcourt gialloviola dovrebbe sposarsi a meraviglia tanto con la pochezza offensiva dei dirimpettai quanto con le penetrazioni del Barba e di Westbrook ( che prevedibilmente abuserà della psico-difesa di Steve Nash). Viceversa, Superman e Gasol non dovrebbero avere problemi di sorta mentre Steve Nash porterà ripetutamente a scuola il cervellino piccino picciò di Westbrook, creando opportunità per tutti. Ce ‘è abbastanza per l’ennesimo viaggetto alle NBA Finals..

Che questo sia sufficiente per il titolo contro i Miami Heat (che hanno un’autostrada davanti fino all’ultimo passo), è un altro film. Ma ad Hollywood, si sa, di sceneggiature ne capiscono un pochino.

P.S.

Faccio solo una piccola menzione relativa alla squadra che conviene tenere d’occhio nel 2013: i Minnesota TWolves. Se Roy tiene anche solo al 40%, con il rientro di Rubio e l’acquisizione di Kirilenko e Shved, la squadra del grandissimo Rick Adelman potrà togliersi enormi soddisfazioni… Da monitorare..

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