Museo dei Campionissimi. Cos’è il ciclismo.

Uscendo dall’autostrada a Novi Ligure sono pochi chilometri. Si passa di fronte ai capannoni dell’Ilva, vuoti; ferri arrugginiti e vetri in frantumi. C’è un quartiere di condomini nuovi nuovi, di quelli che ancora non sentono il peso degli anni e dell’abbruttimento, e che, agli occhi giovani, non hanno l’aspetto di quello che potrebbero con disgusto un giorno divenire. Poi due rotonde strette come chicchi di riso, quasi una gimcana da formula uno, e un grande piazzale. Il capannone è un recupero industriale dell’Ilva; è rimasta la putrella che sostiene l’estesa arcata, la scocca esterna, il lettering che bastone e severo scandisce il nome. È il Museo dei Campionissimi. Qui dentro trovate la storia del ciclismo, ed in particolare quella di Coppi e Girardengo.

I Campionissimi è un posto strano – non esistono molti aggettivi per definirlo. È facile, una volta arrivati, non trovarvi nessuno se non la solitaria bigliettaia. «Fa sette euro», vi dirà. Alla base dell’androne ci sono le toilette, uno spazio foderato di nero e di luci a spot crude, ricavato sotto il soppalco che costituisce l’area espositiva vera e propria, e poco altro.

L’hangar è immenso e il suo sapore è quello dei grandi investimenti pubblici in provincia: uno straordinario sforzo per un risultato mediocre. Il pavimento è un marmo a losanghe rosa che cozza pervicace con l’atmosfera. Una lunghissima isola centrale a due corsie accoglie decine di biciclette, una dietro l’altra in senso cronologico mostrano l’evoluzione dei materiali e delle forme. Dal legno al carbonio è suggestivo immaginare come questo dispositivo di movimento così elementare abbia potuto subire sconvolgimenti a tal punto esasperati, tali da trasformare il percepito della bicicletta, duplicando l’idea che si ha di lei: da una parte c’è il semplice e umanissimo modo di usarla come locomozione in città, accompagnando i propri figli a scuola e pagando le bollette, dall’altra esistono persone che su quel sellino riescono a muovere interessi emotivi ed economici non irrilevanti e che per pochi grammi in meno pagano e si confrontano ogni giorno. Il rosario di bicilette di Novi Ligure è immenso, ci sono quelle con le quali Gimondi, Moser, Coppi, Cipollini hanno strutturato le loro imprese, ci sono le pagine di giornale che dedicano il loro spazio – quanto allora rispetto ad oggi – alle fatiche della Classicissima, ci sono fotografie eroiche ed epiche di quando i corridori saltavano i passaggi a livello e si abbeveravano alle fonti di montagna, tutti insieme, con le bici ammassate per terra. Ci sarebbe materiale per scrivere libri, come è stato fatto, su quegli anni così distanti, sia per rapporto con il mezzo che per quello con la vita in gara. Ci sono le biografie di Coppi e Girardengo che Campionissimi del territorio alessandrino lo stati per tutta la loro vita. Ci sono le maglie, le pettorine, i cappellini e i guanti, le storie di chi ha raccontato e vissuto sulla pelle le salite e le crono del ciclismo. È davvero poco stimolante per chi scrive e chi legge enumerare i contenuti di questo capannone rivestito e condensare l’emozione nell’immaginare ancora ed ancora tutta l’immensa, e verrebbe da dire genuina, fatica che sul Tourmalet o sullo Zoncolan hanno fatto generazioni di ciclisti che oggi ci appaiono più come muli, iron-man della prima ora.

Una bici che in Italia conosco in molti.

Il museo dei Campionissimi è così una sorta di grande soffitta del ciclismo, dove con il pretesto di due grandi conterranei come Girardengo e Coppi, si racconta una storia, si impartisce una lezione che oggi qualcuno vuole riesumare e che nel corso degli Ottanta e Novanta moltissimi italiani contemporanei hanno dimenticato. Quello del voler andare con il passo che il nostro corpo e la nostra mente sono in grado di digerire.                                  Il ciclismo di oggi non è quello dei grandi degli anni Sessanta, è diverso. Molti lo definiscono «falso»; eppure quello che, a costo di sembrare retorici, non è difforme è solo la bicicletta. Il museo dei Campionissimi è così più un museo della bici, con le sue caratteristiche umane, con tutto il fascino e tutto il sostrato culturale che stratifica il suo sellino, dall’immagine del Costalunga a quella del dopo guerra di ogni uomo di famiglia che percorre le strade di campagna per raggiungere il lavoro. Tutto questo è possibile rivederlo in una zona periferica dello spazio espositivo: una stanzetta con tutte bici arroccate alla rinfusa che ostruiscono il passaggio e la visione delle fotografie. Qui la carica emotiva sale, chi entra immagina un proprio padre, un vecchio agricoltore, inforcare la bici e percorrere chilometri e chilometri in quella terra pianeggiante del basso Monferrato. Il museo è goffo; il pavimento color del salmone industriale, i bagni storti e bislunghi, dai sanitari di bassa lega, i portasapone di plastica rotta e dalla carta igienica sempre finita. Ha l’aria di uno sterminato carrozzone che pochi hanno interesse a visitare. Tutte le sue parti interattive, i touch-video, le postazioni computer – Pc dalla salute apparentemente cagionevole -, sembrano utensili rari che generano un ossequioso timore e che nella loro contemporaneità sono elementi di archeologia tecnologica. Pochi funzionano e molto spesso spaventano i visitatori che cercano di accenderli senza successo. Al fondo della spianata di biciclette uno spazio circolare, che cinta lo scalone di accesso, è destinato ad esposizione di arte contemporanea: ha poco a che fare con le bici e questa mancata contestualizzazione ne determina anche l’uscita di scena, l’emarginarsi del suo contenuto. La domanda che molte persone si pongono una volta che il variopinto ciclista-ciclopico d’ingresso di Marco Lodola è alle spalle è: sono valsi i sette euro che ho dato? Sono valsi i milioni spesi per la sua costruzione? Il museo è senza dubbi alcuno goffo, se fosse un uomo sarebbe una di quelle persone dal passo dinoccolato, alte come lampioni, strette e ricurve in abiti nuovi. I sette euro sono molti – ne costa cinque il museo del Novecento. E anche se servirebbe meno tecnologia, meno marmi, e basterebbero le fotografie (sistemate e allestite con rigore e con eterogeneo entusiasmo, ma senza le grossolane soluzioni ora proposte), l’aria che si respira, l’idea di dedicare a questo modo splendido di concepire l’esistenza oltre che lo sport, confortano il cuore.

E’ un luogo curioso che viene su in un capannone nel basso Monferrato, assurdo per molti motivi, e decisamente fuori luogo per altri, il bar è frequentato da alcuni anziani del quartiere e la biglietteria è disadorna, l’inutile e disfunzionale opulenza di provincia contrasta e cozza con l’essenza della bicicletta, troverete cari i sette euro richiesti. Questo museo raccoglie in se i grandi cronotopi della museologia italiana: i Campionissimi sono essenziali – perché amare la bici è antropoligcamente necessario -, i Campionissimi sono inutilmente chiassosi e sfarzosi, i Campionissimi sono costruiti male e allestiti peggio. Tutto il meglio e l’infimo dell’Italia della cultura in 3.000 metri quadri, a Novi Ligure. Ora.

Museo dei Campionissimi. Un dettaglio della linea cronologica.

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3 thoughts on “Museo dei Campionissimi. Cos’è il ciclismo.

  1. Goffo è l’aggettivo giusto.
    Un museo che da un materiale di partenza valido non riesce a cogliere due aspetti fondamentali del ciclismo: la passione tecnologica dei ciclo-esaltati e la componente divertimento. E che quindi rimane un contenitore quasi noioso anche per un grande appassionato di bicicletta.
    Va bene, è rappresentato un secolo di biciclette una dietro l’altra, ma non è sviluppato in nessun modo il discorso dell’innovazione che vi sta alle spalle, sani estratti di meccanica, fisica e chimica che guidino il fruitore interessato in un percorso culturale più profondo e coinvolgente della semplice osservazione dei mezzi.
    La grossa pecca è però l’assenza di qualunque tentativo di coinvolgimento del pubblico in quella che è l’essenza della bicicletta, la fisicità del mezzo. Andare in bicicletta è divertente e te lo posso mostrare, dovrebbe essere il punto. E con pochi euro rispetto all’investimento globale si potevano allestire all’interno dei deserti spazi che caratterizzano il museo decine di attività coinvolgenti per il pubblico, come ad esempio (e qui sparo improvvisando) “affronta lo Zoncolan” per far provare a pedalare su pendenze del 20%, oppure “prova la bici dell’800”, “guarda cosa vede un ciclista che scende dal Galibier agli 80Km/h” e se uno ci pensasse un pomeriggio ne tirerebbe fuori a dozzine.
    Magari, almeno i bambini, si sarebbero fermati incuriositi.

    • Sono contento di questo commento. In questa sezione del blog sembra sempre che attacchiamo i musei italiani, e più che altro la loro concezione museologica antiquata (nella migliore delle ipotesi) se non addirittura depressa e disfunzionale. Purtroppo i Campionissimi è un tipico caso di museo che avrebbe un perché (eccome), ma che non riesce, a discapito di tutto quello che sarà costato (vedi marmi e schermi digitali non funzionanti con software arretrati), a coinvolgere nè tantomeno a dispiegare un percorso particolarmente ben dispiegato. La carica emotiva che la bicicletta ha si dissipa per buona parte. Il punto è sempre lo stesso: per mettere in piedi un museo serve la conoscenza e l’esperienza di vederne le potenzialità; e poi serve un direttore che sappia allestirlo (vedi le bici che ostruiscono la visione di splendide fotografia dell’epoca).

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