Monti ha detto “sì”. E quindi?

A dire il vero, per noi “addetti ai lavori”, la notizia di giovedì per cui Monti ha dichiarato che «se necessario, [sarebbe] pronto a servire il Paese» non ha rappresentato in alcun modo un novità sorprendente. Per quanto riguarda il contenuto della notizia, la mancanza di sorpresa riguarda il fatto che la dichiarazione di Monti esplicita solo una delle ipotesi prevedibili per la sua successione (per alcuni, era addirittura la più probabile); insomma, in qualche modo ce lo si aspettava.

La forma della dichiarazione, invece, è lievemente più interessante, perché Monti, di fatto, si sta candidando alla guida del Paese senza candidarsi direttamente, ma solo rendendosi «disponibile»; un fatto singolare, ma che non deve farci temere. Monti è infatti già Senatore a vita, quindi presentarsi agli italiani come candidato per la carica di Senatore sarebbe del tutto inutile. C’è anche un altro motivo, comunque, ovvero il tentativo di mantenere di uno status tecnico da parte del Professore, che ufficialmente non si propone come Primo Ministro, ma si rende disponibile in caso venga chiamato da qualcuno: in questo modo Mario Monti può continuare a separare la sua figura da quella di coloro che fanno politica per fare «gli affari loro» e, quasi disinteressatamente (ma con competenza), continuare il progetto salva-Italia. Per lo meno secondo quella che sembra prefigurarsi come la sua campagna non-elettorale.

Ora, è un bene per tutti noi che questo avvenga? O è un male per la nostra democrazia? La mia risposta è “sì, credo che sia un bene”. Non certo perché spero che vi sia un Monti-bis (del quale non conosciamo ancora le proposte, ma possiamo iniziare a proiettarne qualcuna), ma perché la sola esistenza di questa possibilità -unitamente all’esistenza di una serie di candidati pronti a sostenerla- conferisce una stabilità insperata alla politica italiana, fonda alcune certezze politiche da cui si può ripartire.

Mi spiego. Come è noto, praticamente all’istante, la dichiarazione di Monti ha provocato l’immediato (e scontato) appoggio di Casini, che ha aperto la sua Lista per l’Italia a chi sia disposto a sostenere nuovamente il Premier nella prossima legislatura. Gianfranco Fini l’ha seguito a ruota e, insieme, hanno parlato di questa questione alla conferenza Mille per l’Italia, una specie di listone civico nazionale. In ultima battuta anche Montezemolo, ieri, ha dichiarato che appoggerà l’operazione Monti-bis con i suoi, scendendo in campo senza proporsi personalmente; stando cioè «di fianco alla battaglia», ma indirizzando consensi in quella direzione.

L’operazione è molto semplice, quel che avviene è il tentativo di ri-creare una destra credibile, rigorosa, competente e cattolica. Casini la definisce una formazione «seria» che si collochi tra la sinistra democratica e la destra populista. Un centro-destra di matrice ottocentesca, come quello che permise alla (quasi)neonata Italia di raggiungere il pareggio di bilancio, per la prima volta, nel 1875 -perdendo poi in favore di Agostino DePretis a causa dell’eccessiva e prolungata austerità. Gli elementi perché avvenga ci sono tutti (appoggio degli industriali, appoggio della Chiesa, emergenza economica), resta solo da vedere se è davvero quel che  ci serve oggi, ma questo lo decideranno gli elettori.

A proposito di elettori, restano ancora due punti aperti nella questione. Il primo è il nodo sulla legge elettorale, il secondo, che sarà determinante anche per il primo, è il ruolo di Berlusconi e del Pdl. A differenza dei leader sopracitati, il segretario del Pdl Alfano non ha reagito con entusiasmo alle esternazioni montiane; questi dichiara che avrebbe qualche «difficoltà a immaginare una campagna elettorale in una democrazia occidentale, dove un candidato c’è (e sara’ quello della sinistra) e l’altro candidato è virtuale, perché non scende in campo». A parte la questione -di cui sopra- per cui la candidatura diretta di Monti non avrebbe molto senso (il che invalida, di fatto, l’obiezione), le parole di Alfano indicano la stessa strada di quelle di Gianfranco Fini (che venerdì, su LA7, ha dichiarato -assumendosene la responsabilità- che Berlusconi «è un corruttore», ricevendo l’immediata minaccia di querela da parte del Cavaliere): l’esclusione del Pdl dal progetto, o per lo meno della sua frangia più squisitamente Berlusconiana.

Con una scacchiera così composta, a questo punto, ci sono tutte le premesse affinché il Popolo delle Libertà si spacchi in due (se non addirittura in tre). Il dubbio su questa possibile spaccatura e le sue modalità -e qui torniamo al punto uno- potrebbero  rappresentare l’ultimo ostacolo al superamento dell’odiato Porcellum. In base a quante porzioni di Pdl (che rimane comunque un partito al 20%, secondo i sondaggi) entreranno nel nuovo progetto, potremo avere tre grandi forze tra il 15% e il 25% candidate alle elezioni (M5S, Monti-bis e PD), oppure quattro (M5S, Pdl, Monti-bis e PD). È evidentemente da questi elementi, secondo il ragionamento che abbiamo sempre fatto, che dipenderà la legge elettorale.

Prima di questi ultimi eventi, infatti, l’esito delle elezioni era abbastanza scontato: sostanziale tenuta del PD tra il 24% e il 29%, riconferma di Grillo tra il 15% e il 20%, fisiologica perdita del Pdl che si attesterebbe intorno al 15-18% e, poi, tutti gli altri. Con questa composizione, scrivere una legge elettorale che avrebbe garantito la governabilità del Paese, in pratica, sarebbe stato equivalente allo scrivere una legge che consegnasse l’Italia saldamente nelle mani del PD (in qualità di primo partito) e dei suoi alleati; ora è diverso: con un contrappeso (o due) dall’altra parte che può avvicinarsi  al PD, si riaprono tutti i giochi. Potrebbe addirittura ripresentarsi l’ipotesi doppio turno e, soprattutto, sembra scongiurata l’ipotesi Grande Coalizione (ora in pochi hanno interessa a ché questo avvenga, quindi si cercherà di evitarlo).

È proprio in quest’ottica del nuovo (possibile) equilibrio e delle elezioni in vista che va inquadrato il rifiuto di Bersani del’ipotesi Monti-bis. Il leader del Partito Democratico, pur nel riconoscere il ruolo della figura di Monti («Monti l’abbiamo messo su noi, figuriamoci se vogliamo che torni alla Bocconi»), si deve porre come alternativa al progetto del centro-destra. In realtà, Pierluigi Bersani sa benissimo che questa apertura del Premier fa il suo gioco, sia perché l’opzione “Grande Coalizione” non è mai dipesa davvero da una sua libera scelta (quanto piuttosto dalle contingenze che lo rendevano necessario), sia perché fare la campagna elettorale in come dirimpettaio alternativo di Monti significa avere davvero la possibilità di governare (se dovesse andare bene) e, nel caso in cui vada male, provare a dialogare dall’opposizione. Magari anche votando qualcosina insieme.
(Guarda caso anche Matteo Renzi, che prima sembrava non disdegnare un proseguo di Monti, adesso è in linea con Bersani).

Punti interessanti rimangono aperti: se Monti perde sarà Presidente della Repubblica (ricordo a tutti che ci vogliono 2/3 dei voti, non una semplice maggioranza)? O lo sarà se vince, magari con Passera Primo Ministro? Oppure è la coppia Casini-Fini sta usando Monti per arrivare in luoghi irraggiungibili? Attendiamo con l’acquolina in bocca i prossimi eventi.

Giancarlo Mazzetti

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