La Dolorosa Indifferenza Del Tifoso

Via Marghera, incrocio con Corso Vercelli

Che Allegri e Stramaccioni siano due giovani allenatori che si trovano oggi a dover dare forma e carattere ad un’accozzaglia di atleti che stanno insieme col filo di lana e un poco di sputo è cosa appurata. Che le rispettive società in cui operano versino in condizioni amministrative ed economiche differenti è altrettanto risaputo. Milan e Inter “sono sulla stessa barca, ma navigano in un mare di merda“, direbbe un giornalista sportivo di altri tempi, oggi dimenticato.

Ma non sono solamente i risultati disastrosi ottenuti dalle due squadre in avvio di stagione ad essere specchio di una situazione difficilmente recuperabile – se non altro per il continuo succedersi di impegni che impedisce di lavorare in santa pace: si sa, oggi nel calcio la squadra si prepara da luglio a inizio settembre, se qualcosa non va in seguito, è difficile rimediare. Alle due squadre milanesi manca qualcosa di imprescindibile a livello agonistico e di personalità: la sicurezza e la consapevolezza di essere “Inter” e “Milan”. C’è poco da fare: il pubblico calcistico milanese è abituato a ben altro rispetto a Nagatomo e Milito che duettano sulla fascia sinistra, ad Antonini che per fare uno stop deve chiamare gli artificieri come se la palla vibrasse di energia propria, a Ranocchia che sembra lo scagnozzo alto e robusto del boss intelligente della banda, a Pato che gioca ancora con Mighty Max e le bambole Winx e si infortuna ogni volta che ha nostalgia del medico. Il pubblico di San Siro si è lentamente distaccato dalle etichette nominative che incorniciano il numero della divisa da gioco e aspetta, in modo paziente – che è novità assoluta per le tribune del Meazza – che questi barbari portabandiera dei colori della loro squadra si rendano conto della loro inadeguatezza.

E così il lustro delle due squadre di Milano è portato alla ribalta dal cartellone pubblicitario di Sky in Largo Cairoli in cui viene conteggiato in tempo reale il numero di fan che mettono “Like” sulla pagina Facebook delle rispettive squadre. I cinesi sono entrati nel pacchetto azionario dell’Inter con una cifra considerevole e la figlia di Berlusconi tenta di appropriarsi della società calcistica più titolata al mondo – appellativo che sembra oggi più un fardello che un fregio – cercando di mettere i bastoni tra le ruote a “Rudolph” Galliani, mastro di chiavi e scudiero di lungo corso.

Il pubblico abbandona lo stadio presto, le partite sembra finiscano prima. Gli spettatori di Milan e Inter oggi hanno la stessa espressione di quei genitori che rimangono delusi dai propri figli più volte, scoraggiati, indifferenti. Non c’è più attesa per la partita del week end, i bar sono orfani di liti e schiamazzi e la discussione tra un rossonero e un nerazzurro oggi si limita a “Ciao Cugino” “Ciao Merdaccia”. C’è da scommettere che al Derby cerchino di non farsi troppo male a vicenda. Ma l’indifferenza che aleggia attorno alle due squadre meneghine è figlia di una situazione che è stata minuziosamente preparata e sadicamente preparata per una qualche remota necessità di autolesionismo sportivo. Fino alla scorsa stagione c’erano ancora giocatori che tenevano alto il blasone della blusa del Milan e interisti che si potevano ancora considerare giocatori di spessore internazionale. Oggi una sponda del naviglio è orfana dei campioni dopo un mercato estivo sciagurato, sull’altra i campioni sono diventati paninari da dopodiscoteca. L’appeal mediatico delle due squadre – che non pensano nemmeno migliorare – è quello di un gruppo di turisti tedeschi in vacanza a Porto Cesareo. Ma c’è di più, la cosa ridicola è che le due società sono convinte di doversi ispirare l’una all’altra per non rimanere passi indietro. Insomma, Milan e Inter sono come due contrade della bassa padania che non hanno ambizioni di sconfinare.

Ma quel che è peggio, è che l’investimento nel vivaio, la politica di rinnovamento della rosa, le ambizioni innovazione agonistica nel calcio italiano – quantomeno – con volti nuovi e nuove intenzioni è qanto di più lontano possa essere pensato dalle dirigenze preistoriche di due squadre che hanno sulle spalle un peso della tradizione e del blasone che non possono più supportare. Se è vero che il calcio è metafora della vita – ed è vero -, spesso è anche metafora delle condizioni in cui si trova un paese, una società, una comunità di tifosi. Qui mi sembra palese che ci sia rassegnazione, ma di più: c’è indifferenza.

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One thought on “La Dolorosa Indifferenza Del Tifoso

  1. mi piace ,molto obbiettivo,triste e allo stesso tempo divertente,di rosso abbiamo il conto in banca,di nero abbiamo l’umore se perdiamo e di blu abbiamo il ricordo di un cielo prima del temporale !
    una ex tifosa ormai rassegnata !

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