L’uomo (italiano) è una corda tesa tra Berlusconi e il dopo-Marchionne.

Padre Marchionne.

È indubbio che la vicenda FIAT debba far riflettere tutti quanti noi. Tuttavia, non credo che l’approccio più utile sia quello che porta agli schieramenti pro o contro Marchionne, e neppure che sia costruttivo giudicare le scelte aziendali di un’amministratore delegato il quale, visto che è pagato dalla proprietà, evidentemente farà in primis gli interessi di questa. Ovviamente, ciascuno può parlare di quello che crede nel modo in cui vuole, ma l’approccio “politico” che questa vicenda può (e a mio avviso dovrebbe) avere, sono convinto che debba essere di carattere logico-formale: non è una questione di torto o ragione, ma la constatazione di un fatto esistente da comprendere sulla base del quale bisogna re-agire.

Definizione del fatto. Quel che abbiamo di fronte è un’azienda attiva sul mercato internazionale che ha stabilimenti produttivi (anche) in Italia e che potrebbe ritenere più  opportuno non operare in Italia -anche se promette di investire appena ci saranno le condizioni- perché, semplicemente, non le conviene produrre in un paese in cui il costo di produzione è alto e la richiesta del prodotto molto bassa.

Nonostante questa premessa quasi anarco-capitalistica di matrice nozickiana, non sono affatto d’accordo con l’indifferentismo ultraliberista (per esempio di Feltri, ma non solo), per il quale sembrerebbe che l’uomo non sia legittimato a intervenire per modellare i meccanismi strutturali economici della società e del Dio-Mercato in modo da volgerli in suo favore. Ma non è forse questo il ruolo dello Stato? Indirizzare i movimenti “naturali” che si sviluppano dall’interazione tra uomini, cercando di costruire condizione favorevoli alla convivenza (e agendo entro le regole che normano questa interazione)?

Quel che cerco di dire è che non è necessario pretendere dai vari Marchionne (o chi per lui) comportamenti di carattere morale, ma bisogna trovare strumenti per fa sì che l’azione che non vogliamo che accada perda le motivazioni per cui si verifica. Ciò che guida Marchionne è il profitto e la floridità dell’azienda per cui lavora; ciò che serve al Paese è che l’azienda in questione resti nel territorio in modo da dare lavoro e prestigio al paese.

Credo che questo caso-FIAT non sia da considerarsi in sé, ma che sia da trattare come fosse un segnale esemplare di una situazione diffusa (emersa in modo così evidente solo per l’importanza dell’azienda), che dovrebbe quindi far pensare a soluzioni di natura strutturale. La soluzione alla questione FIAT sarà determinante per il futuro Governo e, quindi, ciascuno dovrà proporre la sua soluzione in campagna elettorale. Il punto chiave è che deve convenire alla FIAT restare in Italia e deve, contemporaneamente, convenire anche a noi.

Provo a dire la mia. La prima mossa da fare è provare a ridurre il costo del lavoro, in modo che, innanzitutto, la produzione diventi meno costosa; quest’obiettivo non va certo raggiunto riducendo gli stipendi ma, casomai, riducendo il cuneo fiscale (chi non sa cosa sia, legga qui). L’operazione è apparentemente semplice, perché basta abbassare le imposte che lo compongono, ma in realtà comporta che quei soldi vengano presi da qualche altra parte. Da dove, dunque? Il problema è trovare una cifra ampia (gli introiti derivanti dal cuneo sono parecchi) e che possa essere incassata con certezza (cioè senza la possibilità di evaderne il pagamento, altrimenti son dolori); la cosa più semplice, per lo meno la prima che viene in mente con queste caratteristiche, sarebbe un ulteriore aumento dell’IVA (anche lieve, diciamo l’1%).

Valore del cuneo fiscale nei principali paesi dell’OCSE.

Questo, però, risolverebbe solo una parte del problema: se da un lato avremo certamente una diminuzione del costo di produzione, dall’altro non avremmo un’aumento della richiesta ma, al contrario, una diminuzione (l’inflazione salirebbe). Allora la proposta potrebbe essere, per esempio, di diminuire il cuneo fiscale solo in seguito -e in rapporto- ad aumenti dei salari, ovvero: poniamo (con numeri a caso) che ad ogni 2% di aumento del salario, corrisponda automaticamente uno “sconto” del 5% sul cuneo. In tal modo l’azienda risparmierebbe il 3% su ogni lavoratore e ogni lavoratore incasserebbe il 2% in più. Aumentare i salari serve a far salire la domanda sul lungo termine e, nell’immediato, a non far percepire quell’1% di aumento dell’IVA. Nel caso particolare della FIAT, gli investimenti potrebbero anche non dover aspettare che si risolva la crisi da sola, ma potrebbero, anzi, collaborare alla risalita.

Ma ancora non è finita: perché quell’IVA andrebbe a pesare su una buona fetta di italiani, ovvero, ad esempio, su quella parte della società che non lavora per aziende private (e quindi non percepirebbe quell’aumento), oppure i pensionati o, ancora peggio, coloro che stanno sopravvivendo grazie agli ammortizzatori sociali, o che sono disoccupati. È per questo che, nel frattempo, sono necessari i tagli alle spese, una patrimoniale sui grandi e grandissimi patrimoni e una grande attenzione all’evasione fiscale, in modo che quest’aumento dell’IVA possa essere ridimensionato, o addirittura estinto nel medio-lungo periodo (gli incassi da evasione e patrimoniale arriverebbero scaglionati di anno in anno, ma continuativamente per diverso tempo).

Non sarà facile, ma con un progetto di quadriennale ben costruito che si fondi su questi princìpi (o su altri che non ho in mente, ma che ascolterei con grande curiosità e piacere, se venissero proposti), ci si può tenere la FIAT senza spendere, il che non sarebbe altro che una delle conseguenze di un’economia in ripresa.

Secondo me Sergio sta trattenendo l’imbarazzo…

La buona notizia, in questo complesso di cose, è che che Berlusconi non ha la credibilità per costruire un progetto di questo tipo (anche se da imprenditore, forse, gli converrebbe), quindi il suo disturbo possiamo davvero considerarlo tolto, almeno per i prossimi quattro anni (nella certezza che lui ne vivrà almeno altri cinquanta). Per sostenere quest’ultima dichiarazione, basti vedere l’intervista-monologo che il Cavaliere ha sostenuto sulla crociera de Il Giornale la settimana scorsa: nessuna idea, nessun progetto, solo la “nuova” promessa di togliere l’IMU (imposta il cui motivo d’esistenza è ormai difeso perfino dai più estremisti capitalisti statunitensi). Considerando quel che dicevamo l’altra settimana, troppo poco per costruirci attorno una coalizione capace di governare.

Giancarlo Mazzetti

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4 thoughts on “L’uomo (italiano) è una corda tesa tra Berlusconi e il dopo-Marchionne.

  1. L’ultima chiosa su Berlusconi, quasi del tutto inutile e non funzionale al bel pezzo che hai scritto, evidenzia in modo marchiano l’ossessione nevrotica che hai sviluppato per lui.

  2. Pingback: Ecco la nuova Agenda Bankitalia. | POTATO PIE BAD BUSINESS

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